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Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Cipriano di Cartagine

“Non si può avere Dio per padre se non si ha la chiesa per madre”
Cipriano di Cartagine

Cipriano nacque verso il 210 a Cartagine.
Divenne cristiano a trentacinque anni, al culmine della sua carriera di retore. Più tardi dirà a proposito della conversione all’evangelo: “Non abbiamo bisogno per fare questo di denaro, di raggiri e di forza come se si trattasse di procurarci una grandissima dignità e potenza umana ... è un dono di Dio gratuito e facile” (A Donato 14). Per far carriera nel mondo bisogna salire sempre di più, guadagnare sempre di più; essere cristiani è semplice: basta essere disposti a perdere. Cipriano cerca immediatamente di mettere in pratica l’evangelo senza compromessi. La ricchezza gli appare ormai un furto commesso a danno dei più poveri; vende tutti i suoi beni iniziando quel cammino di donazione che lo porterà al dono della sua vita nel martirio. Vive nel celibato e in comunità con un presbitero; poco dopo egli stesso è ordinato presbitero egli stesso. Nel suo ministero entra in contatto con i più poveri, conosce i loro problemi, predica la solidarietà e la condivisione. “Tutto ciò che è di Dio appartiene all’uso di tutti ... tutti gli uomini devono poter godere con uguaglianza della bontà e della generosità di Dio” (Le opere e l’elemosina 25). Tre anni dopo la sua conversione, nei primi mesi del 249, viene acclamato vescovo di Cartagine a furor di popolo. La chiesa di Cartagine attraversava un momento di grave crisi: la gerarchia era attaccata ai suoi privilegi, il clero si preoccupava di moltiplicare le sue ricchezze più che di predicare l’evangelo, le vergini non vivevano in conformità alle promesse fatte ... “Tra di noi l’unanimità è venuta meno, la carità si è spenta e mentre il Signore comanda di vendere, noi piuttosto compriamo e accumuliamo. Così in noi si è infiacchito il vigore della fede; così la forza dei credenti si è illanguidita: perciò il Signore dice nel vangelo, alludendo al nostro tempo: Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra? (Lc 18,8)” (L’unità della chiesa 26). Si erge anche dinanzi alla violenza: “Tutto il mondo è irrorato di sangue fraterno; e l’omicidio, se commesso da privati, è un delitto; se è compiuto dallo stato, è chiamato virtù. L’impunità dei delitti non è assicurata dall’innocenza, ma dalla vastità della strage” (A Donato 6). Dopo un anno di intenso impegno volto a riformare la comunità cristiana cartaginese, Cipriano è costretto all’esilio dalla persecuzione di Decio. Al suo ritorno trova una comunità impoverita dalle confische di beni effettuate dall’autorità imperiale, lacerata dalla questione dei lapsi, cioè dal comportamento da tenere nei confronti di coloro che durante la persecuzione avevano ritrattato la propria fede. Mentre una fazione capeggiata da Felicissimo chiedeva l’immediata riammissione dei lapsi nella chiesa, sul fronte opposto Novaziano, seguito da numerosi adepti, esigeva un estremo rigore nei loro confronti. Cipriano afferma che essi non vanno giudicati “con spietata e crudele durezza” (Lettera 55,14), ma devono essere ammessi alla penitenza, anche se saranno riconciliati con la chiesa soltanto al momento della morte. La decisione fu presa collegialmente da tutti i vescovi africani, ma l’anno successivo, di fronte al pericolo di una nuova persecuzione, Cipriano riunì nuovamente i vescovi a concilio e decise di ammettere alla comunione tutti quei lapsi che avessero pubblicamente fatto penitenza. Cessata la persecuzione, si presentò un’altra sciagura: per dodici anni la peste infierì su tutte le province dell’impero. I cristiani sono terrorizzati; pensavano che la peste avrebbe dovuto colpire solo i pagani, oppure si lamentavano di non essere morti nella gloria del martirio e di morire invece per una malattia. Cipriano incoraggia, esorta, rimprovera: “Pur stando nella chiesa, non hai la fede, anche se ti trovi nella casa della fede ... Perché preghiamo e domandiamo che venga il regno dei cieli se ci piace rimanere prigionieri della terra? Perché ripetiamo nelle nostre preghiere di affrettare il giorno del suo regno, se i nostri grandi desideri si rivolgono alle cose della terra?” (La peste 6; 18). A chi si dispera per la morte dei suoi cari dice: “I nostri fratelli non si perdono; allontanandosi da noi ci precedono. Ne possiamo sentire la mancanza, però come se si fossero messi in viaggio per terra o fossero salpati; ma non ci dobbiamo disperare” (Ibid. 20).
Nel 252 quando le tribù della Numidia devastarono numerosi villaggi cristiani facendo prigionieri uomini e donne, Cipriano impegnò la sua comunità al riscatto dei prigionieri.
Una penosa controversia a proposito della riammissione degli eretici lo oppose a papa Stefano; Cipriano difese le tradizioni della chiesa africana contro le imposizioni romane. Esiliato nel 257, durante la persecuzione di Valeriano, fu martirizzato il 14 settembre dell’anno successivo.
Di tutti i suoi trattati quello che esercitò maggior influsso fu quello sull’unità della chiesa scritto al tempo dello scisma di Novaziano. Di fronte alle sette che stanno nascendo, ai diversi gruppi che si formano all’interno della comunità cristiana Cipriano ribadisce la necessità di custodire l’unità della chiesa di Cristo. “Non si può avere Dio per padre se non si ha la chiesa per madre” (L’unità della chiesa 6). Tale unità è fondata sull’attaccamento al vescovo: “Il vescovo è nella chiesa e la chiesa nel vescovo, e chi non è con il vescovo non è nella chiesa” (Lettera 66,8). Da parte sua Cipriano non agisce mai da solo; scrive ai fratelli presbiteri e diaconi: “Fin dall’inizio del mio episcopato ho deciso di non fare nulla seguendo la mia personale opinione senza il vostro consiglio ed il consenso del popolo” (Lettera 14,4).
Pur riconoscendo alla chiesa di Roma un primato perché in essa c’è “quella chiesa così importante che è la fonte dell’unità dei vescovi (Lettera 59,14), rivendica però la sua autonomia di vescovo e si ribella però contro le “pretese tracotanti” e “il comportamento arrogante” (Lettera 71,3) del vescovo di Roma affermando che “neppure Pietro, al quale il Signore aveva conferito il primato e sul quale ha edificato la sua chiesa, quando Paolo discusse con lui sulla circoncisione, avanzò pretese tracotanti né si comportò arrogantemente: non disse che egli aveva il primato e che chi era entrato nella chiesa da poco e dopo di lui dovesse obbedirgli, non disdegnò Paolo perché prima era stato persecutore della chiesa, ma accettò un’opinione veritiera e volentieri assentì ai fondati motivi che Paolo avanzava; ci diede così un esempio di concordia e di moderazione, per non ostinarci a difendere le nostre opinioni, ma a far eventualmente nostri i suggerimenti dei nostri fratelli e colleghi, quando siano utili e salutari, veritieri e fondati” (Lettera 71,3).
Gli scritti di Cipriano sono strettamente ancorati agli eventi della sua vita e del suo tempo e rispecchiano un pastore sapiente, padre degli orfani e degli oppressi, misericordioso ma intransigente quanto alle esigenze evangeliche.

Per saperne di più consigliamo: Cipriano di Cartagine, La chiesa, a cura di E. Gallicet, Paoline, Milano 1997.

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