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XXX domenica del tempo Ordinario 24 ottobre 2010 Anno C (Enzo Bianchi)

Se domenica scorsa abbiamo meditato sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1), oggi nel vangelo Gesù ci fornisce un altro insegnamento sulla preghiera, ponendoci una precisa domanda: quale immagine di Dio, di noi stessi e degli altri muove la nostra preghiera?
«Gesù disse una parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri». L’annotazione con cui si apre il nostro brano tocca ciascuno di noi: siamo infatti sempre tentati di sentirci giusti, di giustificare ogni nostro comportamento. La via più breve per giungere a questo scopo consiste nel condannare gli errori altrui, il che consente di lasciare in pace la propria coscienza ed evita la fatica di ammettere i propri peccati. In questo modo finiamo per essere ciechi davanti ai nostri errori e ci allontaniamo da Gesù, dimenticando il suo monito: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto a chiamare i giusti – cioè quelli che si credono tali – ma i peccatori» (Mc 2,17 e par.)…
Tale atteggiamento si riflette anche sul nostro modo di pregare, come ci rivela la parabola odierna. «Due uomini salirono al tempio a pregare, uno era fariseo e l’altro pubblicano». A prima vista la contrapposizione non può essere più netta: da una parte un «uomo religioso», stimato come persona pia ed esemplare; dall’altra un pubblicano, colui che svolge il mestiere – impuro per gli ebrei – dell’ingiusto appaltatore di tasse, la figura tipica del peccatore pubblico, riconosciuto tale da tutti. Entrambi salgono al Tempio per entrare in comunione con Dio, ma le loro preghiere sono agli antipodi.
Il fariseo sta in piedi, nella posizione di chi è sicuro di sé, e «si rivolge a se stesso» in una sorta di monologo: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo». Sono parole in cui si cela uno stravolgimento della preghiera: il fariseo sostituisce il suo «io» a «Dio» e rende grazie non per ciò che Dio, nel suo amore fedele, ha fatto per lui, ma per ciò che lui stesso ha compiuto per Dio! È evidente che in una simile preghiera l’intero rapporto con Dio è pervertito: la chiamata alla fede diventa un privilegio, l’osservanza della Legge una garanzia, l’essere in una condizione morale retta un pretesto per sentirsi superiore agli altri. Chi è convinto di essere giusto si illude della propria pretesa perfezione e non pensa di dover cambiare, ma è spinto innanzitutto al disprezzo verso gli altri…
«Il pubblicano invece» – continua Gesù – fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”». I suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di scherno da parte di tutti; per questo egli è andato al Tempio con la coscienza, resa più bruciante dal giudizio altrui, di essere un peccatore. Quest’uomo non osa avvicinarsi al Santo dei santi, là dove c’è la presenza di Dio: non ha nulla da vantare, ma sa che può solo implorare misericordia da parte del Dio tre volte Santo. Egli prova lo stesso sentimento di Pietro di fronte alla santità di Gesù: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore!» (Lc 5,8). Sì, l’autentico incontro con Dio e con Gesù Cristo coincide con lo svelamento all’uomo del proprio essere peccatore, ossia con la scoperta dell’abissale distanza che lo separa dal Signore. Ecco perché la preghiera: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» è quella che meglio esprime la nostra condizione: siamo chiamati a riconoscere le nostre cadute e ad accettare che Dio le ricopra con la sua inesauribile misericordia, l’unica cosa veramente necessaria nella nostra vita…
Significativa è la conclusione di Gesù, lui che era disprezzato proprio dai farisei per il suo mangiare con i pubblicani (cf. Mc 2,16 e par.; Lc 7,34): «Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (cf. Lc 14,11). Il pubblicano, infatti, prega presentandosi a Dio con grande realismo, accettando di essere conosciuto da lui per ciò che egli è: un peccatore bisognoso di misericordia. Solo chi ha «il cuore spezzato» (Sal 51,11) da questa consapevolezza può rivolgere a Dio, in comunione con i fratelli e le sorelle, «la preghiera dell’umile che penetra le nubi» (Sir 35,17).
Enzo Bianchi 

Fonte: MonasterodiBose

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