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Se è violento non è amore.

Se è violento non è amore. Tante agenzie educative mettono in guardia da certe manifestazioni di controllo, dai segnali di un rapporto tossico. 
Ma se quell’immaginario si trova nella Scrittura? 
Se, senza verifica passa nella predicazione e si spaccia per atteggiamento di Dio?

È stato il caso a sbattermi nuovamente in faccia certe sgradite somiglianze, molto disturbanti. 

Ecco che cosa è successo: proprio mentre stavo preparando una breve lezione sulla “metafora matrimoniale” nel libro del profeta Osea, la mia città ha incominciato a riempirsi di enormi cartelloni rossi. In nero a lettere cubitali, poche e terribili parole: se mi lasci ti rovino, sei cretina, devi obbedirmi, puttana, stai zitta, sei tu il problema… Frasi «dure come schiaffi che mortificano, umiliano, disorientano, minano l’autostima» e tutte vere. Tutte davvero dette da veri uomini a donne vere. La regione Emilia-Romagna ha deciso di gridarle dai tetti, una al mese per tutto il 2024 (si possono vedere qui), esponendo pubblicamente, quel che è purtroppo ancora di casa in molte relazioni e quello che, evidentemente, si fa ancora fatica a riconoscere – e denunciare – per quel che è: violenza. 

Non solo coincidenze 

Inutile girarci intorno, la coincidenza con la lettura di Osea 2 mi ha fatto male: «… la ridurrò a un deserto… la farò morire di sete… non capì… nessuno la toglierà dalle mie mani… farò cessare tutte le sue gioie… la punirò» (Osea 2,5.10.12.13.15). Le parole del sopruso e del controllo, gira e rigira, ricorrono attraverso i secoli, immutabili e dolorosamente tristi. E vengono fuori anche qui, “nero su rosso”, se una volta tanto ci si mette nei panni di Gomer, la moglie infedele simbolo del popolo che il profeta deve riprendere su ordine del Signore, restituita dallo sguardo di un testo della Bibbia che tace del tutto di lei, se non per dirla prostituta, traditrice, ingrata. 

Classici fiumi di inchiostro sono stati scritti su quanto possano essere problematiche certe colorite immagini profetiche se si cominciano a leggerle facendo caso, tra le altre cose, alle rappresentazioni di genere. Ne danno conto, per esempio, i diversi contributi del volume dedicato alla profezia della serie La Bibbia e le donne (vol. 1.2 curato da Irmtraud Fischer, L. Juliana Claassens e Benedetta Rossi, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2022) ed Elizabeth Green nel suo Cristianesimo e violenza contro le donne (Claudiana, Torino 2015). Molti dei testi profetici relativi alle immagini femminili sono stati analizzati con rigore da studiose e studiosi brillanti che hanno cercato, per quanto possibile, di ricollocarli nel loro contesto originario; ma anche di interrogarli criticamente, mettendo in luce gli effetti a lungo termine che simili rappresentazioni sacralizzate hanno esercitato – e probabilmente continuano a esercitare – sui modelli di fede, sulle relazioni tra i sessi, tra genitori e figli, tra padroni e servi… Eppure, come se niente di tutto ciò esistesse, ancora si possono ascoltare commenti che additano simili pagine della Bibbia come esemplari di un amore talmente perfetto e desiderabile, da essere addirittura una sorta di Magna Carta per gli sposi (Os 2 è una delle possibilità di lettura offerte ai cattolici per la liturgia matrimoniale): «Il linguaggio di questi versetti», si può leggere in un sussidio pastorale che non citerò per pudore, «è tra i più arditi che Osea abbia saputo inventare per parlare dell’amore appassionato di Dio». 

Il castigo, il rimprovero e le minacce? Comprensibili e giustificabili espedienti. «Il Signore» – si legge ancora nel summenzionato sussidio – «si vede costretto a toglierle gli alimenti: “Tornerò a riprendere il mio grano e il mio vino”, la priverà degli indumenti e dell’onore: “Ritirerò il mio lino…scoprirò la sua nudità” (Os 2,11b-12a)». Gomer, quindi, in fondo se la cerca. È una donna che merita una punizione efficace, al limite estrema, pur di salvarla da se stessa, dalla sua malvagia condotta. Per il suo bene, il marito buono (quello terreno, quello divino), tirato a cimento dopo averle provate tutte, deve castigare questa ingrata per natura incline alla trasgressione, cieca a tal punto da non arrendersi all’incontestabile amore di uno disposto a tutto pur di non perderla. 

Dio non è un uomo geloso 

Forse la Bibbia non ha responsabilità diretta nelle violenze contro le donne (o contro altri soggetti), tuttavia occorre fare come minino attenzione nel presentare Dio come un uomo geloso se le parole di un profeta dell’VIII sec. risuonano così simili a quelle della contemporaneità. Che effetto fa leggere testi sacri che si soffermano in modo osceno su ogni dettaglio dell’umiliazione e del maltrattamento di una donna a coloro che sono stati realmente violentati e abusati o a chi quotidianamente convive con il pericolo di essere aggredito? Minacce fisiche e psicologiche, accenni di tortura: come non affrontare le implicazioni di un simile linguaggio? E dichiarare, con frettolosa leggerezza che non è quel che sembra, ma un’espressione dell’amore di Dio? Per quanto possa risultare destabilizzante, un’interpretazione avveduta rivela come molte narrazioni religiose abbiano contribuito, esplicitamente o implicitamente, a plasmare valori che hanno tollerato o persino giustificato la violenza contro le donne. Anche la metafora matrimoniale di Osea può dunque essere esposta e messa in discussione per imparare a identificare e nominare la violenza di genere, resistendo a quelle logiche e strutture che la perpetuano e smantellandone i presupposti, al fine di costruire una visione ideale in cui uomini e donne affermino pienamente l’immagine di Dio in se stessi, negli altri e nella creazione, superando ogni dualismo e gerarchia oppressiva. 

Silvia Zanconato 


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