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Massimo Recalcati "Primo Maggio, i medici e il valore umano del lavoro di cui avere cura"

La Repubblica, 1 maggio 2023 

La giornata del Primo Maggio celebra non solo il diritto ma anche il valore umano del lavoro. Da questo punto di vista tutti i lavori dovrebbero avere pari dignità. Ma sappiamo che esistono lavori che hanno un impatto sulla nostra vita individuale e collettiva più significativo di altri. Tra questi è necessario ricordare il lavoro dei medici. Non solo perché la recente esperienza della pandemia lo ha visto protagonista di una lotta senza esclusione di colpi, ma perché il lavoro del medico, più di altri, ha come meta la cura della vita. 
Il recente fatto di cronaca della psichiatra uccisa crudelmente da un ex paziente non è solo un episodio che suscita sdegno, ma dovrebbe farci riflettere sulla responsabilità enorme che i medici affrontano occupandosi della nostra cura. Il nostro Paese trascura invece senza vergogna questa responsabilità. Si tratta di un vero e proprio svilimento che si manifesta innanzitutto in una retribuzione inadeguata al punto da risultare offensiva. Gli stipendi dei nostri medici sono anche tre volte inferiori di molti loro colleghi che in altri Paesi europei svolgono le stesse mansioni. Ma i loro magri stipendi non solo non compensano undici anni di studi, ma non tengono conto, appunto, dell’estrema responsabilità che accompagna ogni decisione e ogni atto di cura al quale il medico è chiamato quotidianamente nell’esercizio della sua professione. 
Non è però solo un problema economico, quanto culturale. La progressiva burocratizzazione del lavoro medico e il rischio di denuncia o di aggressione fisica da parte dei pazienti, uniti a turni di lavoro spesso massacranti, aggravano ulteriormente questa condizione di svalutazione generalizzata della professione medica di cui anche l’insano blocco delle iscrizioni a Medicina è una espressione paradossale. 
Ma non è rimasto proprio nulla del terribile magistero del Covid? Il valore insostituibile di tutto il personale sanitario, che l’epidemia aveva pienamente messo in luce con grande forza drammatica, è già stato dimenticato come accade per un incubo alla fine della notte? La sanità sarà destinata a diventare una cosa per ricchi contraddicendo uno dei capisaldi della nostra Costituzione (articolo 32) che garantisce invece le giuste cure anche per gli indigenti? Il lavoro del medico continuerà ad essere declassato, non riconosciuto, marginalizzato? Non dovremmo invece tornare all’ABC e ricordare che diventare medico non è perseguire una carriera professionale come le altre? Non dovremmo ricordare che solo il lavoro della cura si occupa della vita nella sua condizione di massima inermità? Nessun altro lavoro si caratterizza per questa dedizione. 
La cura medica agisce quando la vita si rivela debole o, meglio, quando la sua strutturale debolezza emerge con evidenza nella malattia e nella sofferenza. Il malato fa infatti esperienza del rovesciamento improvviso della potenza in impotenza. La sua vita si rivela fragile e insufficiente. 
L’idolatria ipermoderna dell’Io si ribalta così nel suo contrario. Diventa allora necessario che qualcuno risponda al grido di Giobbe, che non lasci cadere la vita di chi soffre nel vuoto. In questo senso la professione del medico resta una vera e propria vocazione: dedicarsi a rispondere al male, alla caduta della vita nel dolore, a non abbandonare chi soffre. 
Svilendo il lavoro del medico e più in generale il lavoro di tutti coloro che sono impegnati in un’attività di cura, misconoscendo l’importanza decisiva del prendersi cura, il nostro tempo rivela il suo nichilismo di fondo. Esso non ha cura della cura, non sa attribuire valore a coloro che si prendono cura dell’altro. Lasciare cadere nell’incuria l’intero Sistema sanitario nazionale, trascurare tutti i lavoratori impegnati nelle professioni di assistenza al malato, rivela quanto la logica del profitto governi da capo a piedi le nostre vite alimentando un fantasma di potenza che respinge ai margini della nostra comunità la malattia e coloro che se ne occupano. 
Non è allora questa rimozione fondamentale — la rimozione della nostra natura vulnerabile — ad accompagnare e forse ad ispirare le politiche miopi che non riconoscono la priorità che dovrebbe avere la sanità pubblica? Non è lo stesso che accade anche per il nostro pianeta o per le nostre scuole? 
La spesa che non appare direttamente connessa al potenziamento del profitto e della produzione viene considerata come secondaria. Sanità, ambiente e scuola sono dunque le prime vittime designate dalla politica assoggettata alla volontà di potenza? 
Se la nascita dello Stato moderno ha avuto come riferimento la teoria hobbesiana della paura della morte — il primo compito dello Stato è quello di mettere un freno alla “guerra di tutti contro tutti” — , non dovremmo forse oggi ricordare anche la lezione di Giobbe? Riconoscere che il primo compito di uno Stato è rispondere al grido di chi soffre?


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