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Alessandro D’Avenia “Basterà un mazzo di carte per sopravvivere? Il kit da 72 ore e un’Europa senza memoria.”


28 aprile 2025

Qualche settimana fa due alte funzionarie dell'Ue hanno mostrato in un video il kit di sopravvivenza da 72 ore di cui ogni europeo dovrebbe dotarsi in caso di emergenza bellica. È stato annunciato che in futuro nelle scuole dell'Unione si celebrerà il «Preparedness day» (Giorno della Prontezza) con annesse lezioni di addestramento. Il video, in cui le due donne si mostrano a vicenda che cosa mettere in borsa (coltellino, power bank, documenti, contanti, acqua...) culmina, in stile social, in un mazzo di carte: «Per non annoiarsi». 

Un mazzo di carte è l'unico mezzo di sopravvivenza che abbia a che fare con il senso della vita indicato dai funzionari europei: un solitario o un tresette come sintesi dell'eredità culturale europea... 

Il video mi ha ricordato per contrasto l'episodio avvenuto nel 1941 a Terezin, cittadina vicino Praga, trasformata dai nazisti in Theresienstadt, per metà ghetto e per metà campo di concentramento. Lo psichiatra Viktor Frankl, scampato a quel luogo in cui fu invece ucciso il padre, racconta che un giorno venne annunciato un rastrellamento casa per casa se i giovani del luogo non si fossero consegnati spontaneamente il dì seguente. 

Era loro concesso un solo bagaglio. 
Sapete che cosa accadde? 

I ragazzi si consegnarono ma la libreria della città quella notte era stata svaligiata: avevano «preso in prestito» un paio di libri a testa da mettere nel bagaglio. Le parole di uno scrittore, di uno scienziato, di un filosofo... per loro erano beni di prima necessità, questione di sopravvivenza come un maglione, il cibo e i documenti. 

Quel gesto era dettato dall'istinto, infatti, come i recenti studi in evoluzione, neurologia e scienze cognitive dimostrano, il Sapiens ha riequilibrato i suoi deficit funzionali (artigli, corazze, zanne, zoccoli...) ed esistenziali (contenere l'ansia di fronte all'ignoto e organizzare l'azione efficacemente) con comportamenti narrativi: informazioni, istruzioni, racconti. 

Le storie hanno lo stesso peso evolutivo del pollice opponibile o della posizione eretta. 

La prima azione «eroica» di Ulisse, versione mitica del Sapiens, disperso su un’isola in mezzo al mare, è costruire una barca e orientarsi con le stelle. Omero ne descrive dettagliatamente il processo, dall'albero al varo. La narrazione orale trasmette le istruzioni per trasformare un albero in una barca e le stelle in indicazioni. Se non bastasse Ulisse è lui stesso un narratore che sopravvive grazie alle storie: ne inventa continuamente per salvarsi, come per esempio il «Nessuno»” creato per ingannare il Ciclope. Le storie sono utensili per dare forma al mondo e a se stessi: la costituzione del sé è infatti un atto narrativo senza il quale siamo in balia del caos. 

Il proverbio ebraico «Dio ha creato gli uomini perché gli piacciono le storie» non descrive una divinità annoiata in cerca di intrattenimento, ma la libertà data a ciascuno di narrare la propria irripetibile storia. 
Lo dimostra per contrasto la sindrome di Korsakoff, neuropatia che comporta la perdita di memoria della continuità narrativa del sé che i pazienti riempiono con la «confabulazione»: la logorroica creazione di falsi ricordi grazie ai quali, dovendo rispondere alla domanda su «chi sei?», l'io inventa ogni volta una autobiografia diversa a cui crede e fa credere per non precipitare nel vuoto. 

Per tornare al «Giorno della Prontezza»: i nostri ragazzi si sentiranno europei per una guerra ipotetica (narrazione anche questa) per cui è stato approvato il programma di riarmo? 

Nel 2010 il grande critico George Steiner pronunciava una conferenza dal titolo The idea of Europe, in cui identificava cinque «vissuti» europei: i caffè come luogo d’incontro e dialogo; il paesaggio a misura d’uomo, percorribile e intimo; le strade con i nomi di statisti, scienziati, artisti del passato; la duplice eredità greca e giudaico-cristiana; la consapevolezza della propria crisi. Il geniale studioso di letterature comparate diceva con un certo pessimismo che «il futuro dell’idea di Europa, ammesso che ne abbia uno, dipende meno dalla banca centrale e dai sussidi agricoli, dagli investimenti tecnologici o dalle tariffe comuni, di quanto ci viene indotto a credere. Può darsi che l’OCSE o la NATO, l’estensione dell’euro o delle burocrazie parlamentari non rappresentino le vere forze propulsive della visione europea. Ma se davvero lo fossero, allora quella visione ha ben poco da offrire all’anima umana per destarla». 

Siamo frastornati dalla politica muscolare americana, ma potrebbe essere proprio questa l'occasione per riscoprire l'unicità europea, come dice ancora Steiner che conosceva bene la cultura americana: «la diversità linguistica, culturale, sociale; un prodigioso mosaico che trasforma una distanza irrisoria, venti chilometri appena, in una separazione tra mondi. In contrasto con l’impressionante monotonia che si estende dal New Jersey fino ai monti della California, in contrasto con l'uniformità che è al tempo stesso la forza e il vuoto di tanta parte dell’esistenza americana, la mappa frantumata, talvolta persino assurdamente divisa, dello spirito europeo e della sua eredità si è rivelata inesauribilmente feconda». 

La narrazione dell'Europa come terzo impero da difendere è un'illusione: mai raggiungeremo la potenza economica, militare e tecnologica di USA e Cina, tanto più dopo la frattura con la Russia, per questo, con parole di Steiner «è fondamentale che l’Europa riaffermi alcune convinzioni e audacie dell’anima che l’americanizzazione del pianeta, pur con tutti i suoi benefici e generosità, ha offuscato». 

Il riarmo, il kit di sopravvivenza, la retorica della guerra ai confini mi sembrano una compiacente imitazione. In natura il nuovo è contenuto nel vecchio che, dissolvendosi, lo rende «di nuovo» possibile, come le radici con i frutti. Il mosaico culturale europeo composto nel grande progetto europeo dopo la distruzione bellica contiene ancora il nuovo possibile, se non cadiamo nel vicolo cieco dei nazionalismi. La contingenza storica che ci vede stretti tra potenze inimitabili offre forse quest'occasione. 

L'Europa non rinascerà da quella al tramonto sotto il peso della bulimia legislativa, del riarmo, della crisi demografica, della sfiducia dei popoli verso le élite, della secolarizzazione, della riduzione di tutto all'economico. Nascerà invece da chi, come i ragazzi di Terezin, crederà che la cultura serva a sopravvivere. Il «Giorno della Prontezza» potrebbe allora essere «della Consapevolezza» o «della Saggezza», un'occasione per celebrare che cosa hanno in comune un italiano, uno spagnolo, un ungherese, un greco, un tedesco, oltre alla moneta e qualche barzelletta. 

Forse così la resistenza europea potrà essere, nelle nuove generazioni, ri-esistenza europea.



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