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Alessandro D’Avenia "Patrimonio. Il dono del padre"

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23 ottobre 2023

In tempi in cui la parola padre è spesso legata a fatti di cronaca cruenti o soggetta a interpretazioni oppressive, frutto dell’evaporazione simbolica e reale del padre che caratterizza la nostra cultura, come ben descritto da Massimo Recalcati nei suoi scritti, l’ottantesimo compleanno di mio padre mi ha portato a chiedermi, da figlio, chi sia per me un padre. Mi è subito venuto in mente l’episodio finale dell’Odissea: «Se davvero sei Ulisse, mio figlio, e sei tornato, dammi un segno sicuro, perché io ti creda», così dice Laerte, padre dell’eroe, quando se lo trova nell’orto. Per poterlo riconoscere occorre una verità più profonda di quella offerta al nervo ottico.


Che cosa fa Ulisse? Sceglie due segni. Il primo, sul corpo, è la cicatrice della ferita quasi mortale ricevuta durante la caccia al cinghiale nel rito di passaggio da adolescenza a età adulta; il secondo è invece nell’anima: «I nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò: un tempo me li donasti e io, ancora bambino, te li chiedevo uno per uno venendoti dietro nell’orto e tu mi dicevi il nome di tutti; tredici peri mi desti, dieci meli, quaranta fichi, cinquanta filari di viti mi promettesti». Il gran finale del poema narra il riconoscersi di padre e figlio attraverso i due momenti chiave del loro rapporto: il passaggio da adolescenza a età adulta e la memoria dei nomi dati alle cose nell’infanzia. Basterà?


Non appena Ulisse mostra e racconta i due segni, il padre crede, e quindi vede il figlio. Quella caccia al cinghiale, una specie di esame di maturità omerico in cui però si rischiava davvero la vita, un vero rito di passaggio (morte della vecchia identità e rinascita in una nuova), era stato voluto dal padre, perché il padre è colui che più che darti la vita, ti dà alla vita: ti consegna al rischio di morire. Mentre un padre lancia in aria il figlio, lontano dalla terra, la madre lo tiene stretto a sé, nella terra. Quella ferita sulla coscia di Ulisse è un segno chiaro di quel passaggio. In qualche maniera un padre ti consegna alla morte: il rischio di vivere, cioè di scegliere per chi e cosa vivere. E infatti per ritrovarsi, per riconoscersi, come accade a Ulisse e Laerte, bisogna prima mostrare proprio quella ferita.


Anche io ho mostrato la mia a mio padre e ci siamo riconosciuti in quel passaggio doloroso tra adolescenza e età adulta. La ferita, il mio rito di passaggio, è stata una malattia che ha offuscato lo slancio dell’appassionato uomo di avventura e coraggio, che era stato fino a quel momento mio padre. Quella ferita ha segnato la nostra storia familiare, e a me è capitata proprio in piena adolescenza. Ma proprio quella ferita è un segno in cui ci riconosciamo profondamente: in quel dolore comune siamo diventati il padre e il figlio che siamo, non nonostante e non del tutto, ma anche grazie a quella cicatrice.


Le ferite sono vita che vuole guarire e che può nascere, e anche se ci è voluto tanto tempo, io mi sento generato da quella ferita, che mi ha in-segnato: che la vita non è perfetta e non ne puoi avere il controllo; che la compassione si impara solo nella carne; che un padre non è un supereroe, ma un uomo che a un certo punto ti mostra che non può, anche se vorrebbe, proteggerti dalla morte; e che stare nella storia umana richiede coraggio e tenerezza, attenzione e pazienza, tutti nomi dell’amore. Il resto passa.


E poi ci sono i nomi delle cose, nomi «radicali» come quelli degli alberi in-segnati a Ulisse, anche per questo forse sono così appassionato di etimologie (un modo di conoscere il mondo attraverso l’etymos che in greco significava ciò che è vero, reale). Ereditiamo il giardino del mondo a misura delle parole che abbiamo ricevuto. Da mio padre ho ereditato parole «radicali» e con esse il mondo che nominano: avventura, protezione, passione, curiosità, lavoro, lacrime, sorpresa, generosità, lotta, resistenza, dettagli, ferite, coraggio... Per ognuna ho un ricordo di infanzia come per Ulisse quei meli, peri, fichi, viti, nomi che diventano possesso delle cose stesse. Avventura è la bicicletta senza rotelle e l’acqua alta, l’aereo e il treno; lavoro è la passione per la medicina; sorpresa è un nuovo puffo da trovare nelle cacce al tesoro del sabato mattina (per questo li colleziono); ferite è il sopracciglio rotto e ricucito; lacrime quelle che gli ho visto versare; passione è il desiderio di conoscere ogni cosa; curiosità quello di viaggiare in ogni dove... Potrei continuare, ma ci sono parole, più ruvide e faticose, che teniamo per noi, per il nostro personale e intimo riconoscerci. Ereditiamo il mondo nei nomi che i nostri padri ci hanno fatto vedere, ma se non ti puoi fidare delle parole che ti ha insegnato tuo padre non ti puoi fidare di nulla, neanche del tuo nome proprio.


Questo è il nostro patrimonio, che significa letteralmente il dono del padre, ciò di cui, nel bene e nel male, un padre ti munisce. Mi è allora venuta in mente quella che potrebbe essere la rilettura moderna dell’episodio omerico, il libro di Cormac McCarthy La strada, sul quale è uscito da poco un bel commento spirituale di Luigi Maria Epicoco (Per custodire il fuoco, Einaudi). Nel libro dello scrittore americano scomparso di recente un padre fa di tutto per salvare il figlio, e ce la fa in-segnandogli il nome del fuoco e quindi dandoglielo in eredità.

«Dove sta? Io non lo so dove sta», dice il figlio, «Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo», risponde il padre, nel momento più toccante del racconto. Anche io di una cosa sono certo: sono stato fortunato, perché, in un mondo così pieno di inconsistenza, di ferite mai curate e di parole senza etimo (cioè senza verità), mio padre, 80 anni appena compiuti, mi ha lasciato in eredità questo fuoco. Il fuoco è il mio patrimonio.



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