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Ascensione del Signore Anno C 16 maggio 2010 (Enzo Bianchi)

Nelle letture della solennità dell’Ascensione noi ascoltiamo per due volte il racconto dell’esodo di Gesù da questo mondo al Padre fatto da Luca, negli Atti degli apostoli (At 1,1-11) e nel vangelo.

In verità negli altri vangeli non si parla di questo «fatto», perché esso è già contenuto nell’evento della resurrezione di Gesù, nel suo esodo dalla morte alla vita eterna, dalla tomba al Regno di Dio. L’ascensione di Gesù, questo «staccarsi dai discepoli», questo «essere portato» dalla potenza di Dio verso il cielo, questo «essere sottratto allo sguardo degli apostoli» (cf. At 1,9), è infatti un nuovo racconto dell’evento della resurrezione, come lo sono le diverse apparizioni–manifestazioni di Gesù alle donne discepole e ai dodici: sì, noi stiamo sempre celebrando la Pasqua, che è vittoria di Gesù sulla morte, che è vita nuova ed eterna di Gesù, che è glorificazione di Gesù, che è l’entrare di Gesù, per la forza dello Spirito santo, nella vita divina del Padre.

Se i vari testi evangelici che parlano della resurrezione di Gesù ci rivelano il significato di questo evento da diverse prospettive, i brani odierni mettono in evidenza che l’«assunzione» di Gesù al cielo significa anche «separazione» dai suoi, «assenza» da questa terra: egli non può più essere visto né nella carne né nella sua forma gloriosa…. Tale distacco prelude però a una nuova forma di presenza da parte di Gesù presso la sua comunità, così che i credenti in lui non restano soli, «orfani» (Gv 14,18): per questo nel salire al cielo Gesù benedice i discepoli. All’inizio del vangelo secondo Luca la benedizione di Dio che doveva essere impartita dal sacerdote Zaccaria all’uscita dal santuario era stata, per così dire, sospesa (cf. Lc 1,21-22); ma ora ecco che Gesù la riprende e la porta a compimento: è la benedizione promessa e data ad Abramo, riconfermata a Israele, e ora il Gesù glorioso la dona alla chiesa perché essa la porti «fino agli estremi confini del mondo» (At 1,8), e così siano benedette tutte le genti della terra (cf. Gen 12,3; 18,18; ecc.).
Nell’ascendere al Padre Gesù promette anche lo Spirito santo, che con la sua forza renderà i credenti in lui testimoni, cioè persone capaci di raccontare Gesù stesso che è venuto nel mondo come uomo ed è passato tra gli uomini facendo del bene (cf. At 10,38), persone capaci di attenderlo come colui che verrà nella gloria. Infatti, allo stesso modo con cui i discepoli hanno visto Gesù salire al cielo, lo vedranno quando nell’ultimo giorno tornerà nella gloria! Insomma, mentre finisce la forma di una storia, inizia «un’altra forma» (Mc 16,12) della stessa storia: nell’una e nell’altra Gesù è il racconto definitivo di Dio fatto a noi uomini, è il volto del Dio vivente (cf. Gv 1,18)…

Anche a noi, qui e ora, è riservata la domanda degli angeli: «perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). Si faccia attenzione: questo non è un invito a guardare solo le cose della terra, ma un monito a non cercare più quella presenza fisica di Gesù di cui i discepoli hanno fatto esperienza nella storia. No, Gesù non va cercato presso la tomba vuota, né alzando gli occhi verso l’alto per carpire un’apparizione: egli va ormai cercato nella comunità cristiana, nell’eucaristia, negli uomini e nelle donne che, in condizione di ultimi, attendono da noi «il servizio del fratello» in cui Gesù ha voluto rendersi presente (cf. Mt 25,31-46). È così che possiamo vivere il nostro compito di cristiani: portare la benedizione, «cominciando da Gerusalemme e fino ai confini del mondo», annunciando la conversione e la remissione dei peccati, e tutto questo nella potenza dello Spirito santo.

Come i dodici dopo l’ascensione di Gesù erano pieni di gioia, anche noi oggi dobbiamo essere in questa festa, per comprendere in profondità ciò che Gesù ha affermato nel quarto vangelo: «È bene per voi che io me ne vada, perché così non solo sarò sempre con voi, ma lo sarò in modo ancor più pieno: il mio respiro, lo Spirito santo, sarà il vostro respiro, perché io ve lo invierò come dono che vi accompagni sempre» (cf. Gv 14,16; 16,7)!

Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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