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Simona Segoloni "Poteri e carismi nella Chiesa. Dipende da come ce la raccontiamo"

4 marzo 2026

Molte cose dipendono (forse tutte) da come le raccontiamo. Le narrazioni sanano il passato, investigano il presente, aprono visioni per il futuro. Per questo tutti i popoli narrano e per questo esistono Scritture sacre e storie fondanti.

Quando si racconta la nascita della Repubblica italiana per esempio il nodo è la vittoria sulla dittatura e la convergenza sull’antifascismo: questo è il cuore dello Stato italiano e della Costituzione nei confini della quale ciascuno di noi agisce e vive. Certo potremmo raccontare la caduta del fascismo come un male e un lutto da gestire, allora molto diverso sarebbe il riferimento valoriale per l’oggi e soprattutto la visione del futuro. Raccontare gioca un ruolo fondamentale. 

Raccontiamo spesso per trovare significati, altre volte raccontiamo per giustificare il presente, altre ancora per mettere in guardia dal futuro che incombe o per immaginare un mondo nuovo. 

Certo quando si ha a che fare con il racconto della storia bisognerebbe essere onesti il più possibile, dichiarare le fonti, le prospettive, le voci mancanti, altrimenti si rischia di far passare una narrazione fra le diverse possibili come l’unica, oppure addirittura di costruire ad hoc narrazioni funzionali al sistema vigente o alla tesi che vogliamo sostenere. 

Poteri e carismi nella Chiesa. Dipende da come ce la raccontiamo 

Nella Chiesa non siamo immunizzati da questi rischi. Anzi, poiché abbiamo bisogno di dare senso spirituale e teologico a tutto ciò che viviamo tendiamo a recuperare continuamente la Scrittura a volte per lasciarci convertire e indirizzare, altre volte per verificare se siamo nel giusto, altre volte ancora usiamo la Scrittura per giustificare ciò che vogliamo fare a prescindere da cosa realmente il testo dica. 

La Scrittura inoltre andrebbe letta utilizzando al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione per poi collocarla nell’insieme della Tradizione e del cuore della Rivelazione. Se per esempio nel testo biblico trovassimo l’invito a uccidere, non solo dovremmo collocarlo culturalmente, ma dovremmo cercare il significato del testo decidendo previamente che nessun significato violento sarebbe ammissibile, perché sarebbe contro Dio. 

Non parliamo poi del fatto che oggi sappiamo molto di più sui contesti storici, sulle manipolazioni dei testi e anche sulla necessità di riconoscere il ruolo di tutte quelle voci che hanno partecipato alla tessitura delle tradizioni e quindi dei testi, ma che non sono riconosciute o nominate. 

Insomma molto dipende da come ce la raccontiamo, ma bisognerebbe raccontare bene e tenere conto di alcuni criteri che permettono alla narrazione di non essere una manipolazione. 

L’autorità concessa 

Quando si parla di autorità nella Chiesa per esempio, spesso (ultimamente anche in modo autorevole) si parla della possibilità di dare potestà di governo ai laici e alle laiche come se fosse ovvio che non ce l’abbiano e che bisogni ragionare dunque su come e perché possano partecipare a quella degli unici preposti, cioè i ministri ordinati

Anche questi poi vengono posti in un ordine preciso e crescente che prima si sviluppa su base sacramentale (diaconi, presbiteri, episcopi) e poi su base giurisdizionale (cardinali e vescovo di Roma). Né i cardinali né il papa ricevono infatti un sacramento altro, ma semplicemente vengono nominati (i primi) o eletto (il secondo) ad alcuni compiti ai quali si legano delle specifiche potestates. 

Tutto questo, si racconta, dipende dal fatto che Gesù intorno a sé ha voluto dodici apostoli che, sempre nell’idea di Gesù, avrebbero dovuto essere gli antesignani dei vescovi che quindi diventano un gruppo scelto in mezzo agli altri: le guide autorevoli. 

Con questi possono collaborare altri ministri e tutti gli altri possono lasciarsi guidare. Questi ultimi poi, dal momento che ricevono lo Spirito Santo, possono essere anche chiamati a prendere incarichi nella Chiesa, purché sia chiaro che l’autorità cala dall’alto: Dio, papa, vescovi, presbiteri, diaconi, laici (laiche?) chiamati a partecipare al governo o a qualche ministero, laici e laiche senza incarichi. 

E purché sia chiaro che fra i ministri ordinati (in particolare quelli ordinati ad sacerdotium e non ad servitium come invece il Vaticano II definisce i diaconi) e tutti gli altri c’è una differenza sostanziale che si gioca proprio sulla possibilità di governo e di parola autorevole, che spettano solo ai primi, perché spettavano solo agli apostoli fin dall’inizio, perché così Gesù ha pensato la chiesa

L’altra storia 

Potremmo fare però un’altra narrazione. Potremmo scorrere i Vangeli vedendo che i Dodici avevano un ruolo simbolico, indicavano che il Messia era arrivato e stava radunando il popolo. Oltre a loro c’erano discepoli e discepole e al momento della Pasqua i Dodici non hanno retto: rinnegano, tradiscono, fuggono. Restano le donne e queste portano a quanti erano rimasti dei Dodici e agli altri l’annuncio che fa iniziare la storia della chiesa

Nel cenacolo a Pentecoste erano tutti insieme: Undici, discepoli, discepole, la famiglia di Gesù con Maria. Lo Spirito scende su tutti e tutte e così la fede apostolica (come ci insegna Paolo per il modo in cui usa il termine apostolo nel suo epistolario) è quella che questi primi e queste prime testimoni trasmettono, quelli e quelle che sono state con lui dalla Galilea a Gerusalemme (viene detto espressamente delle donne in Marco 15,45-47 e anche dei testimoni autorevoli in At 13,31, usando le stesse parole) e che diventano quelli e quelle autorizzati alla narrazione autorevole che fa nascere la chiesa

Dopo questo momento, il gruppo dei Dodici (ricostituito sorteggiando un nome fra il gruppo dei testimoni apostolici) assume un altro ruolo da quello che era stato prima della Pasqua. Ora diventa il gruppo di leaders nella comunità, in una forma che richiama quella dell’esodo: circa 120 discepoli per 12 capi che sono quindi capi di decine. 

Il gruppo non durerà: quando muore Giacomo, pur essendo ancora possibile sostituirlo come avevano fatto per Giuda, la sostituzione non avviene. Ci sono già altre forme di leadership: c’è il gruppo dei Sette che si cura dei credenti di lingua greca, compaiono i presbiteri/episcopi (la distinzione fra i due ministeri ancora non esiste) e la Chiesa di Gerusalemme è guidata, nonostante la presenza dei Dodici e di Pietro, da Giacomo, il fratello del Signore

Secondo questa narrazione, che segue molto da vicino quella biblica, la Chiesa non sembra pensare di aver ricevuto da Gesù indicazioni sulla propria struttura, riguardo la quale si sente molto libera. Certo servono dei responsabili, ma la forma del ministero di responsabilità varia, si trasforma e soprattutto non è l’unico ministero e non è il ministero che deve riconoscere i carismi o l’autorevolezza dei testimoni. 

Sembra piuttosto il contrario. Sembra che sia la chiesa, il noi radunato dallo Spirito e fondato nel Vangelo, a scegliere i propri ministri, anzi a determinare le forme del ministero e ad inventarne di nuove quando i bisogni della comunità o i conflitti dichiarano insufficienti le forme ministeriali conosciute. 

Potestà, governo, Chiesa 

Chi ha più potestà di governo a Gerusalemme? Pietro o Giacomo? Indubbiamente Giacomo se si leggono i testi. E chi ha più potestà di governo fra coloro che presiedono le chiese che si radunano nelle loro case e un apostolo di passaggio? 

Certamente chi presiede le Chiese, cioè donne e uomini (come ci dimostra il capitolo sedicesimo della lettera ai Romani) che hanno responsabilità su altri. E la potestà di governo di Costantino con il suo ruolo decisivo nel concilio niceno è inferiore a quella del vescovo di Roma che nemmeno partecipa al Concilio? 

E le tantissime potestà di governo che la tradizione ci testimonia per laici, donne, ministri non ordinati… quelle come si collocano nelle narrazioni che facciamo? Forse dovremmo cominciare a vedere che è la chiesa a disporre dei sacramenti e dei ministeri e che per chiesa non si intendono i ministri ordinati, ma il noi dei credenti. 

È la Chiesa che sceglie i suoi ministri, la chiesa che regola le forme ministeriali (continuamente mutate nel tempo), è la chiesa che riconosce i carismi (sui quali si fondano tutti i ministeri, compresi quelli ordinati). E fa tutto questo perché tutti e tutte possano esprimere al meglio il dono ricevuto da Dio (e che non abbiamo motivo di limitare a priori) e offerto a tutti perché tutti vivano e possano essere per l’umanità intera motivo di speranza. 

In fondo ciò che siamo e ciò che speriamo dipende sempre da ciò che raccontiamo.


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