Antonio Spadaro "Quelle parole che Francesco continua a dirci"
Era il gesuita che da giovane insegnava letteratura e che affascinò Borges, il quale notò in lui una persona capace di dialogare con un cieco agnostico.
È trascorso un anno da quando le campane di San Pietro hanno annunciato la fine del lungo e vulcanico pellegrinaggio terreno di Jorge Mario Bergoglio, avvenuta il 21 aprile 2025, Lunedì dell’Angelo. Un anno è davvero poco per metabolizzare un pontificato che ha avuto la natura di un trauma — nel senso più autentico del termine: un contraccolpo evangelico che ha dato una scossa a un intero sistema di equilibri, ecclesiali e no. Come ogni trauma profondo, più lo si tenta di rimuovere, più agisce nelle profondità.
La tentazione più insidiosa, oggi, è quella di trasformare Bergoglio in un’icona da archiviare, una
collezione di fotografie emozionanti ma inerti. Sarebbe un grave errore. Ciò che Francesco ha
seminato non appartiene alla superficie delle immagini, ma a una profondità che parla, con urgenza
crescente, al nostro caotico presente.
L’eredità di Bergoglio è enorme. Per parlarne dopo appena 365 giorni bisogna scegliere un fil rouge,
dunque. Mi pare che due intuizioni, in particolare, attraversino il suo magistero e ne illuminino
l’attualità: la Chiesa come «ospedale da campo» e la «terza guerra mondiale a pezzi». Due formule
entrate nel linguaggio comune. Vale la pena scavarle in profondità, perché sono una diagnosi del
nostro tempo e contengono una proposta di cura. Sono, inoltre, ben legate tra loro. L’immagine
dell’ospedale da campo nacque nell’agosto del 2013, quando intervistai Francesco per La Civiltà
Cattolica e le riviste culturali dei gesuiti, a pochi mesi dalla sua elezione. Alla domanda su che cosa
la Chiesa avesse più bisogno, rispose con franchezza: «Io vedo la Chiesa come un ospedale da
campo dopo una battaglia. Si devono curare le ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto». Quando
me lo disse, ho avvertito le sue parole come una scossa. Era calmo, ma avvertivo nelle sue frasi
l’intensità di una missione, forse il senso stesso del suo pontificato.
Che cosa voleva dire? Innanzitutto, stava facendo una diagnosi drammatica della modernità:
l’uomo contemporaneo vive in uno stato di perenne vulnerabilità, ferito da un’economia
dell’esclusione, dalla minaccia alla “casa comune”, dalla solitudine digitale e dalla perdita di un
orizzonte di senso. La sua proposta era quella di una Chiesa che abbandonasse la pretesa di essere
un castello dogmatico per diventare una tenda mobile, pronta a sporcarsi nel fango della storia. Il
Vangelo come un tesoro da spendere per strada, non da conservare in una banca teologica o al di là
di una dogana dogmatica ben sorvegliata. Quell’intuizione ha toccato la carne viva della Chiesa,
non soltanto il suo apparato concettuale, e ha generato un processo irreversibile.
L’altra grande intuizione profetica fu la formula della «terza guerra mondiale combattuta a
pezzi», pronunciata nell’agosto del 2014, sull’aereo di ritorno dalla Corea. In quel viaggio lo
accompagnai e rimasi colpito dalla lucidità con cui nominava una realtà che il mondo avrebbe
impiegato anni a riconoscere. Non era impressionismo giornalistico. Era una lettura della storia che
si è rivelata tragicamente profetica. Francesco vedeva un mondo che si stava sgretolando, dove la
violenza era diventata un virus ubiquo, capace di accendersi in focolai apparentemente slegati ma
uniti da una comune radice di indifferenza e sfruttamento. La parola «pezzi» indicava che la guerra
contemporanea non si dichiara più con un atto formale, ma si diffonde per contagio, per escalation
silenziosa. Si combatte dovunque nel mondo. Il 2025 è stato l’anno con il numero più alto di guerre
dal secondo dopoguerra, coinvolgendo un centinaio di Paesi, e la tendenza non si è invertita nel
2026. Ogni pezzo si aggiunge al mosaico tragico di un conflitto senza confini. Il diritto
internazionale è sotto attacco. Si può ancora parlare di «pezzi»? Lo stesso Bergoglio, nel gennaio
del 2024, aveva aggiornato la sua diagnosi, affermando che i pezzi si stavano saldando. La forza del
magistero di Francesco sta nel legame profondo tra queste due intuizioni, entrambe legate a un
immaginario bellico. La terza guerra mondiale a pezzi è la diagnosi; l’ospedale da campo è la cura.
Se il mondo è un campo di battaglia, la risposta non può essere la ritirata nelle sacrestie. La
risposta è uscire, piantare la tenda dove si combatte, curare le ferite senza chiedere prima il
documento di identità al ferito, accogliere todos, todos, todos. Questo nesso ha un nome preciso nel
vocabolario di Francesco: fraternità. L’enciclica Fratelli tutti, firmata nel 2020, è il documento che
salda i due temi in un progetto organico. La fraternità non è un vago sentimento di bontà, ma una
categoria politica radicale: dove c’è riconoscimento dell’altro come fratello, non c’è spazio per la
logica del nemico. È possibile avere idee opposte e restare capaci di dialogo e anche amici nel senso
pieno del termine. In un’epoca in cui chiunque la pensi diversamente viene trattato come un
bersaglio da eliminare, questa rimane un’eredità che appartiene a tutti, credenti e no.
Se la fraternità è il contenuto, la “sinodalità” è il metodo teologico e politico insieme. La parola
“sinodo” può risultare esotica ad alcuni, è vero: fa parte del lessico delle Chiese, ma alle origini
greche aveva un senso politico, e significa letteralmente “camminare insieme”. Il cammino sinodale
avviato da Francesco è stato il tentativo più ambizioso di dare forma concreta alla Chiesa ospedale
da campo in un mondo lacerato dalla guerra a pezzi. Significa, infatti, ascoltare prima di reagire,
valorizzare la posizione dell’altro prima di affermare la propria: nel mondo secolare del 2026,
dominato da algoritmi che esasperano la polarizzazione, questo metodo appare come una delle
eredità più preziose per la governance globale. Francesco ha lasciato una Chiesa che ha smesso di
parlare un unico linguaggio “romano” per diventare un tavolo dove le comunità di tutti i continenti
possono sedersi insieme e vivere in armonia le differenze. Ma la nostra analisi non può limitarsi alla
dottrina; deve guardare all’uomo. Jorge Mario Bergoglio era il gesuita che da giovane insegnava
letteratura e che aveva affascinato Borges, il quale notò in lui una persona capace di dialogare con
un cieco agnostico senza la pretesa di convertirlo. E fu la poesia a dargli forti ispirazioni teologiche,
pastorali e persino politiche. Chi si impegnava per il bene comune era da lui definito «poeta
sociale».
L’eredità di Francesco è fatta anche del suo corpo, che diventava il messaggio stesso: nel silenzio
assordante di Auschwitz , dove scelse di non dire nulla perché solo il silenzio era all’altezza di
quell’orrore. O all’altare di Ciudad Juárez, a ottanta metri dal muro con gli Stati Uniti, dove
un’unica assemblea liturgica superò simbolicamente la frontiera. O quando si chinò a baciare i piedi
dei politici del Sud Sudan venuti in Vaticano per provare una riconciliazione. E poi toccava,
abbracciava, stringeva: per lui, il tatto era il senso più religioso. Questa fisicità ha contribuito a
generare quel senso diffuso di orfanità che si avverte oggi: le persone non sentono la mancanza di
un teologo, ma di un padre.
L’eredità di Francesco non è affidata soltanto alla Chiesa. È affidata a chiunque abbia compreso che
la logica della guerra a pezzi si vince solo con la logica della cura a pezzi: gesto dopo gesto, ferita
dopo ferita, incontro dopo incontro. Il mondo del 2026, squassato dalle violenze dei “signori della
guerra” che pensano al riarmo invece che alla fame, ha ancora un disperato bisogno della follia di
Francesco. La sua eredità non è un sistema di norme, ma una tensione spirituale, una porta che
rimane aperta. Bergoglio ci ha lasciato il fuoco, non le ceneri. E quel fuoco continua a bruciare,
ricordandoci che sia la fede che il principio di fraternità non sono una destinazione sicura, ma un
modo di stare in cammino, con gli occhi fissi sui feriti e il cuore aperto al futuro.
Fonte: La Repubblica
