Patriarcato e teologia femminista: ora e sempre 25 aprile


Rocca 20 Aprile 2026


Scrive Lea Melandri che negli Epstein files il patriarcato non è mai venuto allo scoperto con tanta brutalità.

Ci ha fatto capire infatti che non si tratta di una somma di deviazioni individuali, ma della manifestazione coerente di un sistema di potere, una “tecnologia di governo” (Leonardo Montecchi) di dimensioni internazionali: l’umiliazione e l’uso sessuale del corpo delle donne rivelano un intreccio strutturale tra dominio maschile e capitalismo occidentale. Questa élite di maschi ricchi è anche portatrice di un’ideologia suprematista, razzista e colonialista. È un sistema che vive di una asimmetria di potere e che proprio per questo si intreccia con la pedofilia e la misoginia. 

Ci sono elementi di uno schema che non è una eccezione: individui potenti con una scissione tra vita pubblica e vita segreta, e istituzioni che coprono una complicità che porta ad una immunità reciproca, disumanizzazione di soggetti vulnerabili. È la regola nascosta di questo potere. 

Le nuove destre ne mostrano oramai senza pudore le radici ideologiche. Ma se ci indigniamo – e giustamente – per le teocrazie del Medio Oriente che impongono il velo ed escludono le donne dall’istruzione, restiamo ciechi davanti alla naturalizzazione del dominio maschile nelle società occidentali, dove esso è stato narrato come un ordine “naturale” giustificato e tramandato come ordine sacro da tutti i monoteismi occidentali, compresa da certa teologia cristiana. 

Non sorprende che il fondamentalismo evangelico americano si proponga oggi come la forma politicamente più attiva di questa teologia sessista, dove per di più la ricchezza economica diventa segno di elezione divina, secondo una logica che Max Weber aveva già messo in luce. 

La stessa logica è in opera negli abusi nella Chiesa: l’ordine sacro funziona come scudo immunitario, così come il successo economico protegge l’élite suprematista bianca. Cambiano i contesti, ma struttura è la stessa: un potere che si autoassolve mentre certi corpi sono ridotti a oggetti a disposizione. 

Così usiamo due pesi e due misure: denunciamo l’oppressione dei regimi patriarcali teocratici, ma la normalizziamo quando abita le nostre democrature occidentali. 

Il patriarcato è infatti un sistema di organizzazione della violenza. Stabilisce chi può esercitarla, contro chi e con quale impunità; decide quali corpi siano sacrificabili e quali degni di tutela. Dalla caccia alle streghe ai femminicidi, fino ai genocidi, il fascismo del Ventennio ha reso esplicita questa logica di supremazia: una volontà di dominio che trova nella guerra la sua espressione più compiuta; una violenza organizzata su scala di massa, con i corpi dei subalterni come materiale disponibile (donne, bambini, nemici, “stücke”). 

Eppure tutto questo resta in larga parte invisibile. Il patriarcato sopravvive nella quotidianità, nelle battute, nel macromachismo, nelle umiliazioni ordinarie, nella colpevolizzazione delle vittime, nel gap economico, nel mansplaining, nelle molestie, nei femminicidi. 

Dopo il 25 aprile l’Italia si è liberata dal nazifascismo e la Costituzione ha sancito l’uguaglianza formale delle donne; ma i loro corpi non sono stati pienamente liberati. Il patriarcato è rimasto nella mentalità e nelle istituzioni, del resto il codice Rocco non stato del tutto espunto dalla Costituzione. Perciò, come ricorda Salvatore Cannavò, è necessario che gli uomini facciano i conti con i propri immaginari, con privilegi mai meritati e con una violenza che spesso può esercitarsi contando sull’impunità. 

Oggi quella logica torna nel tentativo dei nuovi fascismi di concentrare i poteri, nella criminalizzazione del femminismo ridotto a ideologia “woke” o “gender”, nella retorica della nazione minacciata che sdogana gli attacchi violenti e compatta contro lo straniero e il nemico, in un immaginario che presume le donne sempre disponibili, a meno che non dichiarino esplicitamente il proprio dissenso. Se la violenza continua a essere considerata uno strumento legittimo del potere, essa troverà sempre le sue “isole private”, pubbliche o nascoste che siano. 

Ricordare il 25 aprile significa ricordare il processo della presa di parola delle donne in questi ottant’anni: le partigiane e le madri costituenti; Franca Viola che rifiuta di sposare il proprio stupratore; le avvocate che hanno creduto alle vittime; le madri di Plaza de Mayo e le filosofe come Hannah Arendt che hanno denunciato il legame tra controllo del corpo femminile e guerra; le donne del #MeToo; le vittime degli Epstein files che incrinano l’impunità dei potenti. E insieme a loro la teologia femminista, che ha mostrato come esista un’altra tradizione teologica possibile: quella di donne che, come Maria nel Magnificat, annunciano un Dio che rovescia i tiranni dai troni, e che rifiutano la guerra come linguaggio della politica. 

Pace non è un’astrazione: è la costruzione concreta di un mondo in cui tutti i corpi contino allo stesso modo e nessuno possa sentirsi superiore mentre altri vengono disumanizzati. Il 25 aprile non è solo una data storica, ma l’inizio di un processo di pace che passa attraverso la liberazione dei corpi, il rifiuto della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti e lo smantellamento di ogni teologia del dominio che giustifichi la guerra in nome di Dio, patria e famiglia. 

In questo senso, la teologia femminista può essere letta come il 25 aprile della teologia cristiana occidentale: un atto di liberazione che smaschera il sacro usato per opprimere e restituisce voce a chi è stato ridotto al silenzio. 

Sono state le donne a mobilitarsi per prime in tutte le grandi rivoluzioni, compresa quella iraniana. Il femminismo del resto è l’unica rivoluzione che non ha fatto morti. 

Organizziamo allora una nuova grande resistenza internazionale, come auspicava Simona Segoloni, trasversale alle religioni e alle nazioni, mobilitando la maggioranza della popolazione che sa ancora distinguere dove sta la giustizia, la verità e il bene del mondo, che ha ancora il senso del diritto e della pace, ricordando che non c’è nulla di cristiano nelle motivazioni che spingono questi signori della guerra a compiere questi scempi: crimini contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidi, conflitti scatenati senza chiari motivi ed obiettivi se non quelli predatori ai danni di gente inerme e innocente. Se l’economia è la sola lingua che questi potenti conoscono, allora boicottiamo le industrie della guerra e del riarmo, opponiamoci alla militarizzazione che sta entrando nelle nostre scuole, nei nostri televisori, nel nostro linguaggio quotidiano come in un incubo orwelliano. Organizziamo il nostro sdegno etico con l’obiezione di coscienza, con le spese oculate, tornando a riunirci e dialogare in comunità reali, tornando in piazza con i nostri corpi, per dimostrare che la parte giusta della storia – come è avvenuto per le manifestazioni contro il genocidio in Palestina – non è con queste potenze guerrafondaie. 

Perché “poi la gente…/quando si tratta di scegliere e di andare/te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,/che sanno benissimo cosa fare. (De Gregori). 

Che sia, allora, ora e sempre 25 aprile.

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