Alessandro D’Avenia «Come si misura la vita negli anni?»



27 aprile 2026


L’imminente compleanno mi obbliga a dialogare con il tempo, che io, tempo fatto carne, credo di poter dominare contando i giri della Terra attorno al Sole.

A che scopo? Solo per sapere quanto sono vicino all’aspettativa media di vita, che per gli uomini italiani si attesta sugli 82? Non ho il controllo del tempo, e sapere il numero di volte in cui la Terra ha girato attorno al Sole mi serve solo a misurare gli anni di vita, non la vita negli anni. Quella come si misura? Mi torna in mente un libro letto da bambino: Momo di Michael Ende.  


Momo è una bambina che non sa quanti anni ha, e se le chiedono l’età risponde che lei c’è sempre stata. Grazie a questa sua libertà dal tempo misurato e da far rendere, ha un’eccezionale capacità di ascoltare, perché ha «tutto il tempo» e lascia «tempo al tempo», e così diventa la soluzione dei problemi di chi le si rivolge: «Vai da Momo che ti passa!», dicono di lei. Per questo i Signori Grigi, agenti della Banca del Tempo, la vogliono eliminare, perché ostacola il loro progetto di convincere la gente a «risparmiare» il tempo per poterlo riavere un giorno, con gli interessi. Un’immagine in cui nel 1973 lo scrittore tedesco celava l’ossessione consumistica del controllo del tempo, alla base dell’ansia e della mancanza di gioia. Espressioni come «in tempo zero», «in tempo reale» tradiscono il nostro aver sostituito il tempo con la velocità, il destino con la carriera, la gioia con l’ansia. Dove trovare Momo? 


Una volta un maestro chiese a un bambino la strada migliore tra due punti, e mentre un adulto avrebbe tracciato la linea retta che da A va a B, quel bambino ne disegnò una lunghissima e tortuosa. Il maestro stupito gli chiese come mai un percorso così lungo, il bambino rispose: «Perché tu mi hai chiesto la strada migliore, non la più veloce. E la strada migliore è quella che permette di vedere più cose». Allora dovremmo cercare di sostituire la domanda «che cosa mi aspetto io dalla vita?», che provoca la sua accelerazione, con «che cosa si aspetta la vita da me?», che provoca un dialogo: passare dal controllo del tempo all’amore del tempo. 


Ma come faccio a scoprire che cosa si aspetta la vita da me, in questo istante? Non risparmiare, non ottimizzare, non accelerare. Stare: «Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda. Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno aveva più tempo per loro. Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano» (M. Ende, Momo). 


Qualche giorno fa mia moglie mi ha fatto leggere un articolo che stava scrivendo: «L’arte dell’abbastanza è quindi un invito a saper vedere quello che già c’è. Eppure, nella nostra vita, la distanza tra desiderio e realtà tende a riaprirsi continuamente... tendiamo a volere sempre di più, immaginando che il passo successivo ci renderà finalmente completi». «Abbastanza» non è «accontentarsi» ma «essere contenti» (cioè contenuti): impegnare l’energia inesauribile del desiderio (l’unico infinito presente nell’uomo è il suo desiderare) non in standard da raggiungere, tipico della visione funzionale, quantificata, lineare del tempo (diploma, laurea, lavoro, soldi, felicità...) ma nel processo di scoperta di sé e del mondo (quanto sono «contenuto» e quindi contento nel presente?). 


Non si raggiunge l’infinito accatastando cose finite, ma rendendo infinito qualcosa di finito: cioè amando. L’arte dell’abbastanza cerca pienezza nell’istante, anche perché lo considera l’ultimo, fa i conti con il limite. Se la felicità è invece sempre qualcosa da raggiungere, perché così dice il mondo, allora cominciamo a voler controllare il tempo, ad accelerarlo per arrivare prima possibile a un traguardo, salvo scoprire che poi ce n’è un altro, e un altro... 


Questo porta a scambiare la velocità con l’intensità, ma l’intensità dipende dalla densità di vita, dal senso che ha: se ascolto un brano musicale che amo a doppia velocità per poterlo sentire due volte sto solo rovinando la gioia di quel brano, che vuole il suo tempo, la sua verità. Lottare per raggiungere e superare l’aspettativa di vita è troppo poco, perché il fine della vita umana non è la conservazione, ma la pienezza. 


Per questo ho sempre amato l’arte dell’abbastanza proposta da Cristo quando parlava del trovare il regno dei cieli, cioè della felicità: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», star svegli per ricevere quello che la vita ha da darci adesso. L’arte dell’abbastanza non «accelera l’attimo» perché quello vero deve ancora arrivare, ma «sta nell’attimo» perché contiene già tutto: applica l’energia del desiderio non per «il distante», che non c’è, ma per «l’istante», che è pieno. Sostare. So stare? Questo non vuol dire rinunciare agli obiettivi, tutt’altro: significa godersi ogni passo del processo verso un obiettivo come se già fosse raggiunto, come il bambino che da A va a B, in cui A e B sono solo i due limiti di un infinito. Per questo Cristo aggiunge: «Tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute e voi le otterrete» (Mc 11,24). La preghiera non serve a ottenere, ma ad aprire gli occhi: ottiene chi sa che ha già ricevuto! E allora vivere è prestare attenzione, e in fondo una buona cultura non è altro che educazione all’attenzione, quell’attenzione che infatti oggi viene catturata ed esaurita dai maghi della distrazione di massa. Se le presto attenzione la vita mi darà proprio ciò di cui ho bisogno. Faccio degli esempi ordinari per rendere il percorso da A a B appassionante. 


1) Un colloquio scolastico. Chiedo ai genitori di venire, se possibile entrambi, nel bar della scuola, per bere un buon caffè e prenderci il tempo che ci serve. Solo così un colloquio diventa «abbastanza»: crea un legame, fa accadere il tempo nella carne e diventa attenzione condivisa, che è la vera soluzione agli eventuali problemi del figlio, perché quell’attenzione darà occhi per vedere che cosa fare. 


2) Una lezione in classe. Se lo standard è il programma, vige l’ansia, se invece si cerca la bellezza, come nel caso del brano musicale da ascoltare al tempo giusto, allora sostiamo tutto il tempo che serve, come per esempio sull’Odissea, che leggiamo per intero lungo tutto l’anno. L’arte dell’abbastanza non è accontentarsi, ma essere contenuti, purché si sia disposti ad andare con pazienza e calma, non a correre verso un pezzo di carta. 


3) Comprare qualcosa. Se c’è mia moglie tutto cambia, non prendo la prima cosa che capita, perché qualcuno mi dice «ti dona». Non si va a far shopping, ma a volersi bene. Dare tempo al tempo permette di sostituire l’ansia con l’attenzione. La vita in fondo mi chiede, istante per istante, di gioire, purché io la metta in condizione di darmi ciò di cui ho bisogno. E quando mi sembra che manchi qualcosa non devo accelerare ma ascoltare, prestare attenzione, star sveglio, come lo scrittore C.S. Lewis suggeriva a un lettore adolescente, che gli chiedeva la via della felicità: «Continua a svolgere tutti i tuoi doveri. E, in tutti i modi leciti, continua a gioire di tutto ciò di cui si può gioire: i tuoi amici, la tua musica, i tuoi libri. Ricorda che ci è stato detto di “rallegrarci”. A volte, quando ti chiedi cosa Dio voglia che tu faccia, Lui vuole davvero donarti qualcosa» (lettera a Keith Manship, 13 settembre 1962). 


Ma per riceverla bisogna allenare l’organo del tempo, che è il cuore, come dice Momo: «Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto».


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