Vito Mancuso “L’invenzione di Dio”

«C’è chi ha scoperto la fede e chi invece no. Per alcuni è un’esperienza, per altri è fantasia. Ma tutti possiamo essere consapevoli di trovarci di fronte a un mistero». 

Pubblichiamo una parte dell’intervento tenuto dal prof. Vito Mancuso al teatro Olimpico di Vicenza per l’inaugurazione del Vicenza Storia Festival 2026, a cura di Laterza, dedicato al tema “invenzioni”.

L' invenzione di Dio: Dio quindi è un'invenzione umana? Sì, certo, lo è. Non però alla maniera di questo microfono, o di questo teatro. Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta". L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio. Anche qui e ora tra noi vi sono alcuni che hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per altri una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte. Per quanto attiene invece all'esperienza ecco queste parole di Gandhi: «Sono più sicuro della Sua esistenza che del fatto che voi e io siamo in questa stanza. Posso testimoniare che potrei magari vivere senz'aria e senz'acqua, ma non senza di Lui. Potreste cavarmi gli occhi, ma questo non potrebbe uccidermi. Potreste tagliarmi il naso, nemmeno questo mi ucciderebbe. Distruggete invece la mia fede in Dio, e io sarò morto». Sto riproponendo la classica distinzione tra credenti e non credenti? Non proprio. Vedete, credere nell'accezione comune significa accettare per vere delle dottrine, per lo più per noi le dottrine della Chiesa cattolica, ma questa accettazione non è detto che corrisponda alla scoperta di Dio: vi sono credenti che non hanno nulla a che fare con Dio, viceversa vi è chi si dichiara non credente che invece ha molto a che fare con Dio perché l'ha scoperto, anche se non lo sa e persino lo nega. Vi sto con fondendo le idee? Ora spero di chiarirvele … 

Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della politica, senatore a vita, uno dei padri del pensiero laico del nostro paese, si dichiarò sempre non-credente. Qualche tempo prima di morire consegnò a La Stampa una lettera con l'incarico di pubblicarla all'indomani della morte. Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004 e il 10 gennaio su La Stampa apparve la lettera oggi nota come Ultime volontà. Al centro vi sono le seguenti parole: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». 

In questa frase ci sono quattro elementi importanti: 1) una confessione personale, 2) l'idea che è la ragione, non la fede, a condurre al mistero; 3) la convinzione che il mistero sarà sempre destinato a rimanere tale, 4) un giudizio sulle religioni in quanto tutte imperfette. 

L'invenzione-scoperta di Dio si radica nella consapevolezza razionale di essere "immersi nel mistero". Il concetto di mistero va ben al di là dell'orizzonte cognitivo: mistero è diverso da enigma. II termine viene dal latino mysterium, a sua volta dal greco mysterion che deriva dal verbo myo che significa "chiudere", detto di occhi e di bocca. La consapevolezza di essere di fronte a un enigma ti fa spalancare gli occhi per vedere e aprire la bocca per parlare, così da risolverlo; la consapevolezza di essere di fronte al mistero ti fa chiudere gli occhi e la bocca: non vuoi vedere nulla di esteriore, perché senti che c'è qualcosa che ti si rivela dentro, non vuoi parlare ma scendere nel grande silenzio dentro di te, perché senti che c'è qualcosa da udire. La consapevolezza di Bobbio di essere immersi nel mistero è la condizione sine qua non per parlare del Divino; e dico Divino (con la D maiuscola), non Dio, perché il Divino è molto più alto (nel senso latino che significa anche profondo) di Dio. La distinzione Dio-Divino riprende quella del più grande mistico medievale, Meister Eckhart, che distingueva Gotte Gottheit, Dio e Divinità. Il Divino: lo dovremmo concepire al maschile, al femminile, al neutro, al singolare, al plurale, al duale, e capire che è inconcepibile, eppure sperimentabile. 

Io esplicito la consapevolezza del mistero mediante queste due formule: Essere – Mondo = X; Io – Mondo = X. 

La X in matematica è detta incognita, in-cognita, non conosciuta: qui esprime la dimensione di surplus o eccedenza della totalità dell'essere rispetto all'essere conosciuto detto mondo (oggi anche la fisica attesta che tutto l'essere che vediamo, comprese le più lontane galassie, è solo il 5% del totale, il rimanente é 25% di materia oscura e 70% di energia oscura). Oscura, cioè non conosciuta, in-cognita. 

Questo però non è un mistero, ma un enigma. E se anche un giorno la scienza spiegherà l'enigma e avremo materia chiara ed energia chiara, il mistero della nostra esistenza rimarrà intatto, perché in esso vi è in gioco ben più della conoscenza oggettiva, vi è in gioco il significato del tutto e il destino di ognuno di noi. Siamo destinati a essere immersi nel mistero, e il senso del Divino da sempre coltivato dagli esseri umani ne è l'attestazione 

Esiste però una differenza decisiva tra il senso del mistero in senso laico avvertito da Bobbio e il senso del mistero in senso propriamente religioso vissuto da Gandhi. La differenza è affettiva. La nebbia cognitiva rimane, ma chi coltiva una vita religiosamente ispirata ha con il mistero una connessione calda, vitale, sentimentale, appunto affettiva. 
Intuisce cioè che il volto più profondo ed eterno dell'essere è l'intelligenza buona, o la bontà intelligente. Non solo bontà, non solo intelligenza, ma l'unione delle due. È quanto Dante sintetizza alla sua maniera così: Luce intellettual piena d'amore» (Paradiso XXX, 40). 

Ultimo passo. Torno al mistero. E presento la domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo? Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no? Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita? Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza? 

Io penso sia vera la seconda alternativa. Anche Kant la pensava così, come si legge nella Conclusione della Critica della ragion pratica: «La legge morale mi rivela una vita indipendente dalla animalità e anche da tutto il mondo sensibile». Poco prima nello stesso testo aveva parlato di "io invisibile", intendendo la profondità dell'Io. 

Concludo con Lucio Dalla, che mi onorò della sua amicizia. Gli ultimi versi di Balla balla ballerino dicono così: «Ecco il mistero: /sotto un cielo di ferro e di gesso/l'uomo riesce ad amare lo stesso, / e ama davvero / senza nessuna certezza, / che commozione, che tenerezza". 

È l'amore il grande mistero dell'essere. Il Divino è l'orizzonte più sublime sorto nel cuore degli esseri umani per venerare, proteggere e praticare questo grande mistero della vita, in questo mondo di ferro e di gesso, ma anche di luce e di musica, tanto terribile quanto bellissimo.




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