La pace nei cuori e nei propositi, perenne novità nella storia


Questa la trascrizione della conferenza di don Claudio Doglio “La pace nei cuori e nei propositi, perenne novità nella storia” tenuta in Seminario a Casale il 14 aprile 2026 nell’ambito degli incontri di Cantiere Speranza.

La pace è un dono del Cristo risorto. In modo particolare, l’evangelista Giovanni mette sulle labbra del Risorto, nel momento in cui incontra i discepoli, nel cenacolo, questo saluto fondamentale: “Pace a voi”. Tre volte viene ripetuta questa formula nel giro di pochi versetti. Nel capitolo 20, l’evangelista Giovanni racconta gli incontri con il Risorto. Due volte ripete questa formula: il giorno stesso di Pasqua e poi, otto giorni dopo, sempre allo stesso gruppo, nello stesso ambiente, il nuovo incontro, presente anche Tommaso, è inaugurato da questo saluto che è diventato un modo di introdurre le liturgie. I vescovi, in particolare, salutano l’assemblea con questa formula del Cristo risorto: pace a voi. Potrebbe essere un semplice saluto di tipo semitico, perché hanno l’abitudine, ebrei ed arabi, di salutarsi con la parola shalom o salam che vogliono dire entrambe pace. Ma, come capita spesso, le parole abituali che usiamo nel nostro repertorio famigliare, perdono il significato per chi le usa. Non ci si pensa più. Se ne accorgono gli stranieri che notano la valenza dei vari termini. 

Quindi, quel “pace a voi”, detto dal Cristo risorto ai discepoli, potrebbe essere un banalissimo “buonasera”. Invece, nell’ottica dell’evangelista, ha una valenza decisamente superiore. È il dono che il Risorto porta alla comunità, offrendo a loro quella condizione che è il benessere messianico. La pace, nella prospettiva degli antichi profeti, era un dono del Messia, la condizione dell’umanità alla venuta del Messia. La condizione messianica. Noi, purtroppo, abbiamo preso l’abitudine di definire o valutare la pace come assenza di guerre, dandone una descrizione di tipo negativo e i periodi di pace sono considerati gli intervalli tra una guerra e l’altra. 
Mentre, la pace, nella prospettiva biblica, è la pienezza di vita. La radice ebraica, le tre consonanti che compongono la parola shalom, richiamano il riempimento, la completezza. Quindi, la pace è pienezza di vita. È realizzazione dell’esistenza. Non è tranquillità, non è quieto vivere, non è assenza di problemi, ma è pienezza di vita, è ricchezza di esistenza. Il termine che, forse, meglio si avvicina a questo concetto è quello di benessere. Anche qui il termine è diventato abituale e quindi perdiamo il senso forte. Proviamo a scriverlo staccando i due termini bene-essere. Il benessere è la condizione di chi sta bene, di chi è buono, di chi ha una pienezza di bene. La pace è, dunque, la realizzazione dell’essere umano in relazione con gli altri e quindi, è l’insieme delle relazioni buone. Perché sappiamo che la nostra umanità è proprio caratterizzata dall’essere relazione. La persona è relazione sussistente, ma le relazioni spesso non sono buone. 

C’è un inno della liturgia che celebra la vittoria pasquale di Cristo e ricorda queste tre dimensioni della pace dicendo: “Pace fra cielo e terra, pace fra tutti i popoli, pace nei nostri cuori”. Sono tre dimensioni fondamentali: è la relazione della persona umana con Dio, è la relazione interpersonale tra gli uomini ed è la relazione con sé stessi. Il benessere comporta questa triplice relazione buona: l’uomo amico di Dio, amico degli altri uomini e riconciliato con sé stesso. Ci accorgiamo che, se la pace è questa realtà, così piena e grande, non è frutto del nostro impegno, non è realizzazione umanamente possibile. Ed infatti affermiamo che la pace è un dono che viene dall’alto ed è il dono del Risorto. È proprio l’evento pasquale che ha determinato un cambiamento importante della vicenda umana, rendendo possibile quello che non era umanamente possibile. “Gesù venne, stette in mezzo e disse loro “pace a voi”. Non entra, viene, le porte sono chiuse e il Cristo viene. È la venuta, è la παρουσία (parousía), è la presenza del Risorto che sta in piedi, vivo e vegeto, in mezzo. Non è una descrizione geografica, ma un riferimento teologico: è in mezzo alla comunità, è al centro del gruppo dei discepoli. Viene, sta e parla ed offre questo regalo della pace. Mostra le mani ed i fianchi. Non le piaghe. Purtroppo c’è una brutta abitudine di parlare delle piaghe del Risorto. Il Risorto non ha piaghe, sono guarite. Le piaghe sono ferite che non si rimarginano. Il Risorto ha i segni dei chiodi e i segni sono cicatrici che indicano una ferita rimarginata. Ci sono, è un fatto storico che ha lasciato il segno nella divinità. Ma sono guarite, non uccidono più e non fanno più male. Sono i segni di un amore che è arrivato fino a dare la vita. “E i discepoli gioirono nel vedere il Signore”. 

L’incontro con il Signore produce la gioia. Vedere il Signore è la gioia. San Tommaso ci aiuta a definire il gaudium come la presentia boni amati. Che cos’è la gioia? Ci vuole un genio per definirla con così poche parole. È la presenza del bene amato. Quando il bene che amiamo è presente, siamo contenti. Se il bene amato è il sommo bene ed è Dio in persona e lo senti presente, quella è la gioia cristiana, quello è il gaudium, la contentezza che diventa pace, perché realizza la persona. È l’incontro con il Signore risorto che rende contenti i discepoli. Accogliere il dono della pace riempie la loro vita perché il Signore è presente ed è amato ed è il sommo bene. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi, come il Padre ha mandato me, così anche io mando voi”. La pace, che viene data ai discepoli come dono, diventa incarico. I tedeschi giocano sul termine gabe che vuol dire dono, regalo, ma in composizione, aufgabe, diventa impegno, dovere, servizio. Il dono è un impegno. Il dono della pace, come realizzazione della vita, come pienezza di relazioni buone, diventa un compito che i discepoli ricevono, è il mandato. Quello che è stato affidato a Gesù, adesso viene affidato ai discepoli, l’opera della salvezza compiuta da Gesù continua attraverso la mediazione dei discepoli. Proprio perché sono persone che hanno ricevuto la pace, possono essere portatori di pace. Persone realizzate dall’incontro con il Signore vincitore della morte, incontro che rende i discepoli capaci di continuare l’opera che è perdonare i peccati. Cioè riempire il vuoto. Anche qui è un’immagine molto diffusa che ci porta a vedere il peccato come una macchia, qualcosa che è in più , che si aggiunge. Ha un po’ deformato la nostra visione del peccato. Perché, in realtà il peccato è una mancanza, è un vuoto, è non essere, è l’incapacità, è l’impotenza. Quindi, il dono della pace riempie il vuoto della impotenza umana. 

Il peccato è la condizione dell’uomo che non ce la fa, che non riesce. (La pace) È quindi il superamento di un’impotenza e diventa un dono che riempie la vita e quella presenza divina (il Padre, il Figlio e lo Spirito) rende possibile alla persona umana relazioni buone, piene in tutte le direzioni. “Detto questo soffiò”, ἐνεφύσησεν (enephýsēsen), verbo raro che si adopera solo qui e ritorna in Genesi 2, nella traduzione dei Settanta, quando si racconta la creazione dell’uomo dicendo che Dio, dopo avere formato l’uomo, polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita. Stesso identico verbo: ἐν-εφύσησεν è il soffio vitale dentro. Quella sera di Pasqua, il Risorto porta a compimento la creazione dell’umanità e soffia su questi nuovi Adami che sono i discepoli. È l’umanità nuova ricreata dalla Pasqua di Cristo: hanno ricevuto quel soffio vitale che permette loro di colmare il vuoto dell’umanità e di portare la pace. Nell’ambiente dove viene messa per iscritto almeno l’ultima fase del Vangelo secondo Giovanni, il tema della pace era sentito particolarmente. 
Giovanni termina di comporre la sua opera ad Efeso, alla fine del primo secolo e l’ambiente efesino è molto vivace dal punto di vista della ricerca intellettuale, piena di problemi, di possibili deviazioni. ma anche carica di interessi e si possono notare molte somiglianze tra le opere giovanee e gli altri scritti Efesini, la lettera agli Efesini come la lettera ai Colossesi e difatti, il tema della pace è trattato proprio in questi due scritti con delle affermazioni molto importanti. 

Nella lettera ai Colossesi, cap. 3 versetto 15, troviamo l’unica ricorrenza in tutto il Nuovo Testamento della espressione “la pace di Cristo”. In molti saluti l’apostolo augura “grazia e pace da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo” però l’espressione “la pace di Cristo” si trova una volta sola in questo testo di Colossesi ed è accompagnata da un verbo strano e raro: βραβευέτω (brabeueto). E’ un imperativo futuro, in italiano è tradotto con “regni”, la pace di Cristo regni nei vostri cuori. La vulgata traduceva: “pax Christi exultet in cordibus vestris”. Come mai questa differenza? Un conto è regni, un conto è esulti. Il verbo βραβεύω (brabeúō) è un verbo sportivo, è il verbo dell’arbitro e l’arbitro è colui che da le regole, gestisce una gara, perché le cose vadano secondo i canoni prestabiliti, ma indica anche il premio del vincitore: βραβεῖον (brabeion) in greco è il premio. C’è il calco latino brabium e allora quel verbo che vuol dire? Si è pensato ad un riferimento regale proprio partendo dall’arbitro che controlla e quindi la pace di Cristo sia un po’ il “controllore” della vostra vita, però c’è anche l’altra dimensione: “La pace di Cristo potrebbe essere il premio che salta di gioia nei vostri cuori”. 

Secondo me è preferibile questa seconda sfumatura, perché il compito della pace di Cristo non è quello di regnare, di dominare, di fare da arbitro, ma è l’esultanza di chi ha vinto il premio. È un verbo particolare che indica la gioia entusiasta di chi ha vinto la gara: la pace di Cristo è il regalo che il Risorto porta nei cuori dei credenti e questa realtà nuova crea una condizione di esultanza, di gioia, di contentezza, proprio perché è realizzazione delle relazioni fondamentali. Nella lettera agli Efesini troviamo un’altra espressione cardine per il nostro tema. Al capitolo 2 versetto 14 l’autore dice: “Egli” cioè Cristo “ è la nostra pace”. Qui è ancora più avanti la formulazione teologica perché la pace non viene identificata con una cosa che il Cristo dà come se fosse un pacco regalo. Già in Colossesi, parlando della pace di Cristo si può intendere: “Cristo che è la pace, esulta nel cuore dei credenti”. Ma qui, in Efesini, è ancora più esplicito: non si dice che Gesù fa la pace, ma è pace. Molto importante. È da pensare con attenzione perché comunica un messaggio profondo: Gesù è in persona la pace. Così come l’evangelista Giovanni dice che Gesù è in persona il λόγος (logos) come è personalmente la ἀληθεία (alezeia) la verità, non dice delle parole, è la parola, non comunica la verità, ma è la verità, non mostra la strada, ma è la strada, non fa la pace, ma è la pace. Mettete insieme tutti i vari dettagli e avrete un quadro cristologico importante. 

Ma che vuol dire che Gesù è in persona la pace? “perché è colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva cioè l’inimicizia” e come ha abbattuto quel muro? Per mezzo della sua carne. Sembra facile come frase, ma non lo è. I due sono Dio e l’uomo e in Gesù i due sono diventati uno. È una formula cristologica che verrà sviluppata nei secoli successivi quando, con i Concili ecumenici, si arriverà alla formulazione delle due nature di Cristo nell’unica persona. Ma qui c’è già il nucleo: Gesù è uno di due, è uomo e Dio, ma non come un centauro, mezzo uomo e mezzo cavallo. Mezzo uomo e mezzo Dio. È l’unione (oggi dicono “ipostatica”) di Dio e dell’uomo, divinità e umanità in lui sono diventati uno. Ecco perché è la pace: la relazione fondamentale è quella dell’uomo con Dio e non è possibile che l’uomo possa costruirla visto che c’è l’inimicizia. L’inimicizia è la rottura del rapporto, è la condizione di due che non si parlano più, che hanno rotto i ponti e non è possibile per l’uomo ricostruire la relazione fondamentale con Dio. Il problema della inimicizia è proprio nel fatto che l’uomo sente Dio come nemico. Essendosi messo contro Dio, adesso ne ha paura e lo sente come avversario. 

Il peccato originale è quell’atto di sfiducia che ha portato l’umanità a pensare a Dio come ad un nemico. E’ il pensiero del serpente: “non è vero che disobbedendo a Dio morirete, Dio mente” e perché mente? “perché è invidioso, non vuole che voi siate come lui”. Il pensiero del serpente è quello di presentare Dio come un nemico che ti inganna perché vuole il tuo male: “fai di testa tua, se vuoi il tuo bene, fai quello che hai in testa tu e non fidarti di Dio”. Questo è il primo passaggio. Dal pensiero nasce la vista e dalla vista il desiderio e l’umanità si ribella, rompe l’amicizia originale perde il giardino che è l’ambiente dell’amicizia, della condivisione. È un linguaggio simbolico che serve proprio per richiamare questa dimensione profonda dell’umanità che è divenuta nemica a Dio. Non perché Dio la consideri nemica, ma perché l’umanità considera Dio come il nemico. È comune, in tutte le letterature: gli dei sono invidiosi. Erodoto, da buon storico, non trova altro criterio per spiegare le cadute dei grandi regni con l’invidia degli dei. Quando un regno funziona bene gli dei sono invidiosi e gliela fanno pagare e quante volte anche noi abbiamo detto cose del genere: “Stiamo troppo bene il Signore ce la fa pagare” o quando uno dice: “ Sì, sì sto bene di salute, diciamolo sottovoce”, inconsciamente c’è l’idea che se mi sente che sto troppo bene mi manda qualcosa, quindi non facciamoglielo sapere che stiamo bene. Non si pensano queste cose però, inconsciamente continuiamo a portare dietro l’istinto che Dio sia pericoloso, che possa fare male. È questo il muro di separazione, è quella inimicizia che blocca la relazione. 

Come ha fatto Gesù, per mezzo della sua carne, ad abbattere il muro dell’inimicizia? Proprio attraverso la croce. Là dove Gesù come Dio si lascia fare di tutto dall’umanità senza reagire, senza rispondere con violenza alla violenza. Un Dio che si lascia massacrare in quel modo ti dimostra che non ti vuole male. E proprio quel gesto fondamentale della croce diventa la dimostrazione del Dio che è per te e vuole il tuo bene. Nella sua carne, per mezzo della sua croce, ha abbattuto il muro di separazione, ha eliminato l’inimicizia. In questo modo ha superato la legge fatta di prescrizioni e di decreto ed ha creato in sé stesso un solo uomo nuovo partendo dai due. In questo caso i due sono i due popoli, perché, nella mentalità giudaica, il mondo si divide in due gruppi: ebrei e tutti gli altri. 
Quindi i due sono i giudei popolo eletto e il resto del mondo. Paolo sintetizza: giudei e greci. I due diventano in sé stessi un solo uomo nuovo. Gesù è l’uomo nuovo che supera la distinzione tra ebrei e greci che supera le distinzioni, le separazioni e crea una umanità nuova riconciliata. Gesù è l’uomo nuovo che, in sé stesso, ha fatto pace con Dio, con gli uomini e in sé stesso. In questo senso ha fatto la pace. Notate che c’è il passaggio: prima ha detto “è la nostra pace”, poi aggiunge “ha fatto la pace”. 
Egli è in ottima relazione ed è capace di rendere noi pacificati, riconciliati. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani” parla agli Efesini, Greci “e pace a coloro che erano vicini” gli ebrei quelli che erano dentro la storia della salvezza hanno bisogno di essere riconciliati”. Quelli che erano lontani e fuori dalla tradizione biblica hanno bisogno ugualmente di essere riconciliati. 
Quindi si superano tutti questi criteri di divisione umana. Per mezzo di lui possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo spirito. Questo è il quadro della pace. È la realizzazione possibile di una relazione buona con le persone divine. È la creazione di una umanità capace di buone azioni. 

Ritorniamo a Giovanni. Quello che il Risorto dice ai discepoli il giorno di Pasqua è il compimento della promessa che aveva fatto durante la cena. Nel vangelo secondo Giovanni al capitolo 14 versetto 27 Gesù dice ai discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace non come la da il mondo io la do a voi” molto importante questa precisazione, due verbi diversi “lascio”e “do” il verbo che è tradotto con “lasciare”è lo stesso verbo che nel Padre nostro adoperiamo e traduciamo come “rimetti”, aphíēmi: lasciare andare. È quindi sinonimo della remissione dei peccati. Vi lascio la pace significa: vi comunico quello che manca, compio per voi la remissione dei peccati, colmo il vuoto della vostra incapacità e vi regalo la mia pace. Sono espressioni molto importanti, sono fondamentali. Abbiamo visto in Colossesi: la pace di Cristo, Efesini: egli è la nostra pace e adesso in Giovanni dove si dice vi do la mia pace. Quindi la pace è strettamente connessa alla persona di Cristo. Non è una semplice tranquillità, non è il quieto vivere o l’assenza di guerra, ma è la connotazione matura della persona di Cristo in buona relazione con Dio, con l’umanità e con sé stesso. Non vi do la pace come il mondo dice: buona sera, buon giorno, auguri, shalom, salam, cioè in modo banale. Io vi do veramente la pace. Qui siamo in un discorso di tipo sacramentale: Gesù dice e realizza quello che dice. Quando definiamo i sacramenti diciamo che sono dei segni efficaci della grazia, cioè realizzano quello che significano. E Gesù dà la pace in modo efficace, comunica un cambiamento della persona. Comunica la propria capacità relazionale ai suoi discepoli. Quindi non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. “Vado e vengo”. Purtroppo è stato tradotto con “torno”. Non c’è l’idea del tornare, non c’è mai il riferimento al ritorno di Cristo. Tanto meno il futuro. Il versetto 28 lo hanno tradotto “vado e tornerò da voi”. Ὑπάγω καὶ ἔρχομαι sono due presenti: vado e vengo. Quante volte lo abbiamo detto, una frase familiare. Quando la dite una espressione del genere? quando pensate di stare assenti poco, è un’uscita veloce: vado e vengo. È una frase di Gesù fondamentale: vado e vengo. Vado dove? Al Padre e vengo? A voi. Sembrano due cose opposte: vado al Padre e poi tornerò a voi. No, non è quello. 

L’andare al Padre coincide con venire a voi. Non si parla mai del ritorno di Gesù. se lo trovate nei testi italiani sappiate che è una cattiva traduzione. Nei testi originali non c’è mai il concetto di ritorno. 
La liturgia l’aveva sempre eliminato. Testi recenti purtroppo l’hanno introdotto per mancanza di conoscenza da parte di chi ha scritto. Il Cristo viene. “Annunciamo la tua morte e proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta”, il testo originale in latino della liturgia riprende alla lettera il testo di Paolo: “donec venias” finché tu venga. Per questo vi avevo fatto notare che il racconto dell’apparizione pasquale inizia da “venne Gesù, stette in mezzo e disse pace”. Vado al Padre, cioè, vengo dentro di voi. L’andare al padre è la sua morte e risurrezione, ma in quel modo, in quell’evento straordinario, il Cristo entra dentro la vita dei discepoli. Dall’esterno non è riuscito a convincerli, anche se è stato un ottimo maestro, ha dato un esempio splendido, non è riuscito a convincere nemmeno 12 amici… e gli volevano bene. Dal di dentro, invece, è riuscito a cambiare il loro cuore e la loro mente. Dopo Pasqua le cose cambiano. 

Nella tradizione dei Padri si parlava dei tre grandi segni della risurrezione: il sepolcro vuoto, le apparizioni pasquali e soprattutto, il cambiamento dei discepoli. Com’è possibile che Pietro, che ha paura della serva e giura e spergiura di non conoscere Gesù, qualche giorno dopo parla al sommo sacerdote e gli dice: “potete farmi quello che volete, ma io devo dirvi che lui è il Messia”. Come ha fatto a cambiare così quell’uomo? che cosa è successo? È avvenuto qualcosa di straordinario. Aveva paura di rimetterci finché Gesù era in vita, ma una volta che Gesù è morto e sepolto, Pietro diventa coraggioso ed è pronto a perdere la vita. Cosa è successo? Cristo è venuto dentro di lui e ha realizzato la pace. Ha portato a compimento la persona del discepolo. Abbiamo un esempio concreto in Pietro, ma è la stessa cosa che è avvenuta agli altri ed è quello che avviene a noi, è la nostra esperienza cristiana. “Vado al Padre e vengo dentro di voi” e poco dopo, al capitolo 16 ultimo versetto, il 33, Gesù continua a dire ai discepoli: “vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”. È di nuovo un collegamento importante con la persona di Gesù. “vi ho detto queste cose, vi ho rivelato il cuore di Dio, affinché abbiate pace in me” notate la mutua inabitazione: Gesù viene dentro i discepoli, ma si dice anche che i discepoli devono entrare dentro a Gesù. E’una comunione di vita fondamentale. Quando il discepolo assimila la vita di Gesù ha pace, perché la pace è di Cristo, la pace è Cristo in persona. Per cui la nostra riflessione non può avere delle applicazioni di tipo politico o sociali perché è un discorso fondamentalmente teologico e cristologico. La pace si realizza nell’incontro personale con il Cristo e non si ottiene con compromessi, accordi, con queste situazioni. La pace è una realtà che nasce dall’incontro con il Cristo ed è una trasformazione della persona. Laddove ci sono persone che hanno incontrato il Cristo, in lui hanno pace e hanno la capacità di fare pace. “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”, beati voi, Dio vi fa diventare suoi figli, per cui potete essere, come il padre, creatori della pace. Le beatitudini non sono precetti morali, ma annunci evangelici della Grazia di Dio che opera. Dio vi fa diventare figli e in quanto figli, assomigliate al padre che è il Dio della pace e quindi vi rende capaci di operare la pace, di costruire, nei cuori e nei propositi, questa novità perenne nella storia che è la buona relazione in tutti i sensi. Per cui si fa la pace quando le persone crescono in questa relazione di fede con il Signore e lasciandosi trasformare da lui, diventano capaci dell’autentica novità cristiana. Cristo, che è la nostra pace, ci rende capaci di essere operatori di pace. Chiediamo al Signore che ci dia, davvero, questa capacità e la estenda a tutta la Chiesa, perché il mondo cristiano sia operatore di pace, nella profondità dell’essere e nelle piccole cose, nelle nostre relazioni quotidiane, come nei grandi impegni internazionali. Il Cristo, nostra pace, possa davvero esultare nei nostri cuori. 

Testo raccolto da Elisa Massa 



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