Enzo Bianchi "L’odio in nome di Dio è il più feroce"

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L’odio in nome di Dio è il più feroce 
La Stampa - 14 Agosto 2022

A due giorni dal tentato omicidio di Salman Rushdie, non sappiamo ancora la matrice di questo terribile gesto, e non conosciamo le ragioni precise per cui l’attentatore, un giovane pakistano, può aver deciso di salire sul palco per colpire chi stava per tenere una conferenza nell’ambito di un festival letterario. Sappiamo bene che su Salman pendeva una taglia di tre milioni di dollari, una fatwa emessa dall’autorità politico-religiosa dell’Iran, confermata e rinnovata da Khomeini. Perché?

 

Lo ricordiamo tutti: Salman, scrittore affermato, pubblica un romanzo che si rifà ad alcune testimonianze sulla vita di Maometto soggetta a tentazioni e a un patteggiamento con l’idolatria che smentisce il suo proclamato monoteismo. Il libro viene giudicato blasfemo nei confronti del Profeta e perciò bandito dall’Iran, e da Khomeini viene diramato ai musulmani l’invito a ucciderlo con la promessa di un compenso di tre milioni di dollari.

 

Da allora la vita di Salman – e ne dà prova l’attentato a due dei suoi traduttori e a un suo editore – è stata una vita da proteggere: Salman dopo una fuga dall’India si rifugia negli USA dove pensa di essere abbastanza al sicuro, ma quest’ultimo  evento mostra che la fatwa non è stata dimenticata. Un giovane si sente autorizzato a fare giustizia, a vendicare l’offesa al Profeta fino a compiere il gesto del tentato omicidio.

 

Certo noi non abbiamo ancora preso pienamente coscienza del potere violento dell’ideologia religiosa: oggi le religioni si incontrano, fanno patti e alleanze in un clima di dialogo e di pace, ma non dovremmo mai dimenticare il potenziale di violenza che in esse si cela, che non è facile individuare e che sempre può risorgere.

 

E questo va detto di tutte le religioni, perché anche quello che avviene tra Russia e Ucraina sovente fa emergere un fondamentalismo religioso, questa volta cristiano, che arriva poi a esprimersi in quel fanatismo che benedice cannoni e missili in nome di Dio, maledice il nemico e si abbandona a una barbarie che sconfessa ogni umanità!

 

Quando la religione si fa politica, quando si verifica questa miscela tra religione e ideologia di matrice nazionalista o con pretese culturali e morali, allora l’epifania della violenza si impone.

 

E si rammenti che se gli umani sanno essere malvagi, gli uomini religiosi lo sanno essere molto di più, perché pensano che il loro odio sia autorizzato da Dio, e dunque non pongono un freno alla violenza con la ragione umana. In tutte le religioni, purtroppo, ci sono uomini che in nome della propria autorità religiosa si arrogano il diritto di condannare qualcuno, di espellerlo fino a distruggerne  l’esistenza, e se potessero arriverebbero anche a ucciderlo pur di non essere disturbati e contestati nell’esercizio del loro potere e del loro dominio sacrale.

 

Con ogni probabilità questo giovane statunitense di origini libanesi non ha ubbidito a un piano preciso, affidatogli da qualcuno, ma si è sentito in dovere per emulazione di vendicare il Profeta, di porre rimedio a quello che i capi religiosi avevano definito “un’offesa irreparabile” che meritava una condanna a morte.

 

Sì, qui non si tratta di accusare l’Islam di intolleranza e di violenza, ma di esercitare un discernimento per arrivare a una consapevolezza sulle religioni: in esse può albergare il germe del “Dio con noi!”, della difesa anche violenta di una verità che abbaglia fino ad accecare, una verità che chi crede di possederla  vuole onorare anche con la violenza.

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