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Massimo Recalcati "Educare all’odio?"

 6 marzo 2026

L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. In uno straordinario romanzo come I duellanti di Joseph Conrad si può vedere bene quanto questa passione possa consumare un’intera esistenza. Non a caso Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita. 

Nella dimensione collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la soppressione di tutto ciò che è altro da me. 
I cattivi maestri di ogni tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi, soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie responsabilità. 

È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. 

Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? 

Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio. 

Non sorprende che sia stata la filosofia dell’odio dell’hitlerismo a rendere possibile l’orrore della Shoa e della Seconda guerra mondiale. La passione dell’odio si nutre infatti della certezza dogmatica di possedere la Verità. Essa esclude per principio il dubbio e la contraddizione perché vive di un ideale integralista e fondamentalista di purezza. È nel nome di questa purezza che Hitler ha legittimato l’odio feroce per gli ebrei, per il bolscevismo e per le democrazie liberali. I misfatti più crudeli ed efferati nella storia sono sempre stati giustificati nel nome della Verità. Ecco perché l’odio è il nutrimento quotidiano di ogni ideologia settaria. Non a caso Freud afferma che l’odio è un’espressione diretta della pulsione di morte, della pulsione che non alimenta la vita ma la sua distruzione. 

In ogni regime totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a questa passione mostruosamente umana?


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