Liturgia al femminile
Già da diversi anni si può constatare, almeno nelle parrocchie italiane, una presenza sempre meno significativa delle donne, in modo partcolare alle celebrazioni liturgiche.
Tale fenomeno era già stato segnalato da Armando Matteo nel 2012, con il testo La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa. Questo potrebbe essere il segno (ma non solo) di una certa insoddisfazione nei confronti della liturgia, in modo particolare della Messa domenicale, insoddisfazione che, in alcuni contesti, porta addirittura a chiedere liturgie che esplicitino maggiormente l’elemento femminile. Ciò, a mio avviso, richiede alcune precisazioni.
Ne anticipo una, che poi riprenderò di seguito: in diverse comunità parrocchiali sono presenti cori liturgici, direttori dei quali sono donne. C’è una qualche differenza su come vengono messi in opera i canti da un direttore uomo o da un direttore donna? Il canto va eseguito secondo la sua natura, secondo quanto indicato nella partitura, certamente il direttore potrà dare una particolare interpretazione, ma sempre all’interno delle indicazioni dell’Autore del canto stesso. Ad esempio, non c’è alcuna differenza se un brano di Giovanni Pierluigi da Palestrina viene diretto da una donna o da un uomo …
Allora, proviamo a vedere la questione da una duplice prospettiva: il contributo delle donne alla liturgia e il riconoscimento da parte della liturgia delle donne. Va evidenziato come tali aspetti siano ancora work in progress.
È bene però porre ancora una breve premessa: per comprendere il contributo delle donne alla liturgia bisogna ricordare come solo nel 1874 venne permesso alle donne l’accesso ai licei e alle università. Nel 1900, risultano iscritte all’università in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali.
Quattordici anni dopo le iscritte agli istituti di istruzione media (compresi gli istituti tecnici) saranno circa 100.000.
Il contributo delle donne alla riflessione sulla liturgia nel XX secolo
Quando si parla di studi nell’ambito liturgico siamo abituati a ricondurre questo solo agli uomini, principalmente presbiteri. In realtà, già all’inizio del XX secolo, Antonietta Giacomelli (1857-1949), fu autrice di una trilogia, Adveniat Regnum Tuum, che comprendeva «La Messa» (1904), «Il Rituale cristiano» (1905) e «L’Anno cristiano» (1906), per orientare i cattolici alla partecipazione attiva alla celebrazione eucaristica. L’Autrice, ripercorreva l’anno liturgico, lamentando come i fedeli fossero lasciati nell’ignoranza. Desiderava l’utilizzo della lingua viva nella celebrazione eucaristica. Naturalmente, avendo precorso i tempi di gran lunga, venne definita dall’allora vescovo di Treviso, Andrea Giacinto Longhin, una «povera esaltata».
Poco conosciuto, ma prezioso, fu anche il contributo di Maria Montessori, che a Montserrat, durante il Convegno internazionale di Liturgia nel 1915, nella sua riflessione mise in luce come «La liturgia parli all’anima e ai sensi dei bambini e attraverso i sensi raggiunga il mondo dei sentimenti e li prepari ad accogliere con successo gli insegnamenti della Chiesa» (cit. in Morena Baldacci, L’educazione liturgica). Poneva così le basi dell’educazione religiosa del bambino, e a Barcellona, sperimentò per la prima volta la “chiesa dei bambini”. Alla luce di ciò nel 1922, diede alle stampe il libro I bambini viventi nella Chiesa, e nel 1932 La santa Messa spiegata ai bambini.
Certamente rispetto alle riflessioni di teologi uomini, l’apporto femminile prima del Vaticano II è davvero esiguo; però risulta essere pionieristico e importante perché ha aperto alle donne di oggi la via della riflessione teologico liturgica.
L’apporto nel campo della musica liturgica e della ministerialità
Seppur “minimo” alcune donne hanno saputo rendere bella la liturgia con le loro composizioni. Si pensi ad esempio ad Ildegarda di Bingen (1098-1179), che compose Antiphonae, Hymni, Responsoria, Sequentiae ed altri Canti Sacri, o ancora nella Venezia del ‘700 le putte, che si esibivano nelle chiese degli ospedali tutti i sabati, le domeniche e i giorni festivi, accompagnando le celebrazioni liturgiche.
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), durante il suo soggiorno a Venezia scrive: «Ogni domenica, nelle chiese di ciascuna di queste quattro scuole, si eseguono durante i vespri dei mottetti a pieno coro e a grande orchestra, composti e diretti dai più eminenti maestri d’Italia, eseguiti in tribune nascoste con grate esclusivamente da fanciulle, la più vecchia delle quali non ha vent’anni. Non conosco nulla di così voluttuoso, di così commovente come quella musica: le ricchezze dell’arte, il gusto squisito dei canti, la bellezza delle voci, l’esattezza dell’esecuzione, tutto in quei deliziosi concerti concorre a suscitare un’impressione non certo in armonia con la santità del luogo, ma di cui dubito che nessun cuore d’uomo sia al riparo» (Le confessioni).
Sicuramente l’apporto delle donne in questo ambito solo ora viene realmente valorizzato, si pensi però a quanto cammino è stato fatto nelle nostre chiese se nel 1903, san Pio X, nel Motu Proprio tra le sollecitudini scriveva:
«Dal medesimo principio segue che i cantori hanno in chiesa vero officio liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale officio, non possono essere ammesse a far parte del Coro o della cappella musicale. Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa».
Già in diversi contesti si è parlato dell’apertura del lettorato e dell’accolitato alle donne con il Motu Proprio Spiritus Domini (2021) di Papa Francesco, però forse in pochi sanno di come nel 1984, in un convegno internazionale tenutosi a Roma, che vide il coinvolgimento di tutti i presidenti e segretari delle Commissioni nazionali di Liturgia, diversi interventi già chiedevano la possibilità di aprire alle donne i ministeri istituiti. Si riconosce anche la competenza delle donne in questo orizzonte: “Corea - Conf. Episcopale regionale Cinese: I laici nella liturgia collaborano, ma si preferiscono le religiose e il popolo continua a preferire il sacerdote. In certi casi si nota che negli uffici di lettore, direttore del coro e leaders di liturgia della parola, le donne fanno meglio degli uomini».
Il “riconoscimento” delle donne nella liturgia
Per comprendere i passi fatti nella liturgia per una maggiore attenzione alle donne è bene considerare che è vero che le donne dottori della Chiesa sono “solamente” quattro, ma è altrettanto vero che sono state proclamate tutte dopo il Concilio Vaticano II. Paolo VI nel 1970 diede il titolo di dottore a santa Caterina da Siena e santa Teresa d’Avila; Giovanni Paolo II, nel 1997, concesse il medesimo titolo a santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Il 7 ottobre 2012 papa Benedetto XVI proclamò Dottore della Chiesa santa Ildegarda di Bingen.
Alla luce di ciò l’edizione del 2020 del Messale Romano in lingua italiana ha due prefazi che prevedono di nominare anche il Dottore donna.
Inoltre, sempre nel medesimo libro liturgico, nel Confiteor viene utilizzato un linguaggio più inclusivo: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle».
Se poi andiamo a vedere non solo il posto che occupa la celebrazione delle sante, ma la Vergine Maria, nella liturgia, si può constatare come la Chiesa offra una molteplicità di formulari (forse anche troppi) … esiste un Messale della Beata Vergine Maria, con relativo Lezionario, all’interno del quale sono presenti 46 formulari dedicati alla Beata Vergine Maria.
Senza poi considerare come nel Canone Romano vengano menzionate sette sante.
Conclusione
Non si può negare che negli ultimi anni i passi siano stati tanti. Allora perché tale insoddisfazione? Innanzi tutto bisogna ammettere che non solo molte donne si relazionano con fatica con la liturgia, ma anche una buona parte del popolo di Dio.
E ancora è necessario considerare come la liturgia manifesti la Chiesa, e quindi anche una chiesa che faticosamente è alla ricerca di un’integrazione dell’apporto “femminile”.
Allora, l’insoddisfazione non è tanto nei confronti della liturgia, ma di una Chiesa che, nonostante i passi significativi fatti, ancora fatica- come anche la società – nel riconoscere il dono rappresentato dalle donne.
di Elena Massimi
Suora delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Presidente dell’Associazione Professori di Liturgia