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Enzo Bianchi "L’urlo di Giobbe è un atto di fede"

L’urlo di Giobbe è un atto di fede 
La Repubblica 18 maggio 2021 
per gentile concessione dell'autore

Leggere Giobbe in una stagione che non sopporta l’invocazione del Padre nostro «non ci indurre in tentazione» perché può assecondare l’immagine di un Dio perverso (Dio infatti non può e non vuole tentarci, dice il Nuovo Testamento), diventa un’operazione difficile che scoraggia soprattutto il credente.

Non era così nel passato della cristianità, quando il Libro di Giobbe meritava l’assidua frequentazione di chi soffre «per imparare la pazienza» e accettare la mano sinistra di Dio a purificazione delle colpe commesse. In verità, tutto il Libro di Giobbe si regge su un Dio che tenta, prova il credente, lo induce in tentazione. E noi oggi leggendo Giobbe ci chiediamo: ma quale immagine di Dio aveva Giobbe? Nel conflitto delle interpretazioni, cerchiamo una possibile lettura del libro più enigmatico del Grande codice. Massimo Recalcati con questo suo nuovo libro tenta di interpretare il Libro di Giobbe, un grido che è presente all’inizio e alla fine della vita umana e che si alza verso l’Altro (chi è mai quest’Altro?) quando il dolore e la sofferenza si abbattono su ogni uomo o donna che stanno sotto il cielo. 

Anche in Giobbe questo grido è invocazione e bestemmia, è stupore e rivolta, perché nel grido all’Altro Giobbe deve inventare una immagine di Dio a partire dalla sofferenza patita soprattutto da parte dei giusti. Giobbe è un credente, cioè uno che aderisce a Dio ma è scosso e va a fondo, nel fallimento e nella disgrazia che gli sono sopravvenuti dopo una vita di giustizia e di fedeltà alla Legge di Dio. 

Perché? Questo è il grido più lacerante in Giobbe, ma non a caso è il grido a volte muto di molti credenti della Bibbia nell’ora della propria passione come nell’ora della catastrofe di Gerusalemme. Perché? Lammah? Ripetono anche le Lamentazioni del profeta Geremia. Ma cerchiamo di mettere a fuoco soprattutto uno di questi "perché": perché la violenza del male si accanisce sull’innocente? Questa domanda che il Libro di Giobbe incide nella carne dell’ homo patiens , una domanda che ha attraversato i secoli e mantiene intatta la sua attualità è per Recalcati la pietra di scandalo: «La sofferenza che non è stata generata dalla colpa, che non è manifestazione della ritorsione della Legge sul reo, eccede ogni forma di spiegazione. Il dolore dell’innocente sovverte la rappresentazione morale della Legge di Dio poiché nessuna Legge, nemmeno quella di Dio, può giustificarne l’esistenza». 

Troppo poco per Giobbe constatare l’insensatezza del dolore e la forza della sua crudeltà ingiustificata e per questo ha l’audacia di convocare Dio alla sua presenza per incontrarlo di persona "faccia a faccia". Di fronte allo scandalo del giusto colpito dal male, dalla sofferenza, dal rigetto di tutti, Giobbe ha il coraggio e l’audacia di gridare come Dio gli appare: «Un avversario, un oppressore, un persecutore, un orco che assale, un leone che sbrana…», perché Giobbe si sente stritolato, bersaglio delle frecce di Dio, trattato peggio di un empio. Sì, all’Altro Giobbe si rivolge anche così, contestandone non solo l’azione ma bestemmiandone il volto. 

D’altronde, la radicalità del dolore rende di fatto inconsistente la "religiosa" spiegazione degli amici di Giobbe che gli suggeriscono di incamminarsi per la via del sacrificio purificatore ed espiatore. Il giusto Giobbe grida a Dio la radicalità della sua innocenza e l’acutezza del suo grido sovverte la rappresentazione della Legge di Dio perché chiede al Dio del Patto le ragioni della rottura dell’Alleanza che l’impossibile giustificazione del dolore innocente implacabilmente svela. 

Recalcati coglie e al tempo stesso rende ancora più chiara l’essenza contestatrice del messaggio del Libro di Giobbe, mostrando che al termine del Libro la conversione di Giobbe non è la conseguenza del suo pentimento che non esiste, ma la sua fede ostinata. Infatti — ed è questo il nucleo della lettura di Recalcati — il mutamento di prospettiva e dunque la "conversione" di Giobbe è l’esito di un’altra visione della Legge che nelle sue norme non potrà mai integrare la sofferenza che colpisce l’uomo giusto e il bene che ricompensa l’uomo malvagio: «Mentre prima rimproverava a Dio di non presiedere una Legge giusta, ora non c’è più alcuna attesa nell’esistenza di questa Legge perché è come se la stessa Legge di Dio si dissolvesse nel piano imperscrutabile della creazione. Il silenzio di Dio non rivela l’ingiustizia di Dio ma è la condizione dell’esistenza del mondo». 

Giobbe non è l’uomo della pazienza, è l’uomo della contesa, ma per Recalcati è l’uomo della fede che, come Abramo e come Gesù — «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» — continua ad avere fede in Dio, rivolgendosi a lui per trovare quel sapere che a lui manca e giungere a comprendere il senso dell’insensatezza del male. Per Giobbe come per Gesù «la sola cosa che resiste per entrambi — osserva Recalcati — è la fede come resto salvifico, la fede nel Padre che è la fede nel proprio desiderio e nella sua Legge. Essa — questa Legge, la Legge della fede — è il resto fecondo che trattiene la vita nella vita, che non la lascia scivolare nella morte e nella distruzione ». 

La lettura di Recalcati è una lettura che discretamente apre il Libro di Giobbe al Vangelo, a Gesù, che per i cristiani è stato quell’arbitro invocato da Giobbe tra lui e l’Altro: «L’Altro non è uomo come me perché io possa rispondergli e andare alla pari in giudizio. Non c’è tra noi un arbitro che ponga la sua mano su noi due» (9,32-33). Possiamo dire che Giobbe è restato fedele anche quando Dio si è mostrato infedele. 

Attraverso gli strumenti della psicanalisi, ancora una volta, dopo La notte del Getsemani (Einaudi 2019) e Il gesto di Caino (Einaudi 2020), Recalcati mostra una rara intelligenza dei testi biblici che, senza essere confessionale, ne sa cogliere la sostanza rendendola eloquente per l’uomo e la donna di oggi. 

Al termine della lettura de Il grido di Giobbe come credente ho ancora più ragioni per credere che alla sofferenza e al dolore innocente si può dare un senso quando, abbandonato ogni titanismo, negata ogni rassegnazione e ogni resa alla sofferenza, impegnati in una vera resistenza alla sofferenza, allora ci si sottomette con un "Amen" per poter dire: «Io sono più grande della sofferenza che vivo». Non resistenza e resa ma resistenza e sottomissione, come scriveva Bonhoeffer.

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