Monastero di Bose "Quanta strada ancora?"
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Lettera agli amici - Qiqajon di Bose n. 79 - Natale 2025
Eventi, commemorazioni, ricorrenze, documenti convergenti nel rendere sempre più attuale una domanda che abita quanti hanno intrapreso il cammino ecumenico, domanda ineludibile, evidenziata già dal titolo e dal contenuto della terza parte dell’enciclica Ut unum sint sopra menzionata: Quanta est nobis via? Quanta strada ci resta da percorrere, quale cammino ci attende ora per giungere all’unità visibile dei cristiani, per rendere manifesto e credibile “quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli e figlie di Dio – e quindi fratelli e sorelle in Cristo – ed esserlo veramente!” (cf. 1Gv 3,1).
Ma proprio questo interrogativo sempre più cogente ci stimola a cercare e trovare una risposta a un’ulteriore domanda, complementare: per compiere il tratto di strada che ci manca non è forse giunto il momento di cambiare passo più che direzione, modi di procedere più che traguardi da raggiungere? Un po’ come quando decidiamo di guadare un corso d’acqua e ci avventuriamo trascinando faticosamente i piedi sul letto del fiume che diventa sempre più profondo, finché non capiamo che per poter procedere oltre dobbiamo cominciare a nuotare.
Ecco, forse il cammino ecumenico oggi ha bisogno di questo: raccogliere la sapienza, il discernimento, la conoscenza e la stima dell’altro affinati e maturati in decenni di dialoghi e di incontri e tuffarsi in avanti spinti dal primato della cura per le persone, mossi dallo zelo pastorale che fa tesoro della riflessione teologica ma tiene conto innanzitutto delle necessità concrete di comunità sempre più esigue e disperse o, meglio, immerse in realtà più grandi di loro, come le prime chiese in diaspora nel mare magnum dell’impero romano.
Anche il prezioso patrimonio dell’ecumenismo spirituale, arricchitosi in questi decenni, deve tradursi in ecumenismo vissuto comunitariamente: accordi e convergenze teologiche, celebrazioni condivise in circostanze particolari, solenni impegni sottoscritti dovrebbero fornire la maestria e la pratica necessaria per nuotare ad ampie bracciate verso un’unità visibile, concreta, quotidiana. Non è contraddittorio riaffermare di aver lasciato cadere le scomuniche e poi non poter tornare a comunicare all’unico corpo e sangue del Signore, come avveniva prima delle scomuniche? Non è riduttivo impegnarci a pregare insieme e poi doverci dividere al momento della “preghiera delle preghiere”, separandoci proprio quando nell’eucaristia celebriamo la morte e resurrezione di Gesù Cristo, l’unico motivo per cui stiamo insieme come cristiani? Non è incongruente che coniugi e comunità che sono diventati un corpo e un’anima sola si separano quando devono comunicare al corpo di Cristo? Non potremmo osare assaporare insieme alcuni frutti coltivati da comunità in cui da anni camminano insieme fratelli e sorelle di chiese diverse? Non è un po’ assurdo che chi è estraneo alla fede cristiana consideri – per il bene o per il male – tutti i cristiani, di qualunque confessione, come un’unica realtà, mentre noi ci attardiamo a sottolineare differenze che a volte fatichiamo noi stessi a spiegare? E quando constatiamo lo scarso interesse che le giovani generazioni nutrono per l’ecumenismo, ci poniamo qualche domanda anche sulle modalità di trasmissione della fede, sulla dimensione ancora essenzialmente confessionale della catechesi, sulla sua corrispondenza o meno con il vissuto quotidiano dei giovani in una società ormai scristianizzata?
Forse è giunto davvero il momento di aver il coraggio di avanzare in acque profonde: ognuno inizi a nuotare con lo stile che più gli è proprio, ogni comunità, ogni chiesa sciolga le vele della propria barca e navighi fiduciosa verso il Signore che ci viene incontro camminando sulle acque.





