Don Mimmo, il dolore e il ‘senso della vita’ del prete
Di fronte alla tragedia del piccolo Domenico, don Mimmo Battaglia ha scelto di entrare con rispetto nell’umanità sofferente, ricordando qual è il fondamento della vita del prete.
Don Mimmo Battaglia ha accompagnato alla morte il piccolo Domenico, il bambino di due anni che non ha potuto avere un ‘cuore nuovo’ per una serie di errori umani.
Don Mimmo Battaglia ogni giorno è andato all’ospedale Monaldi; ha dato l’estrema unzione al piccolo; ha pregato con i genitori e il personale sanitario.
Don Mimmo Battaglia ha tenuto per mano una piccola e fragile vita che si è spenta. Ha condiviso il dolore dei genitori, il dolore più grande che un essere umano può sperimentare.
Don Mimmo Battaglia, senza clamore, con discrezione, si è fatto toccare dalla sofferenza e ha pianto.
Don Mimmo Battaglia ha detto, sommessamente, che «il senso della mia vita è qui». Con poche, sobrie parole, ci ha ricordato l’essenziale, ossia che il senso della vita del prete è lì, nel dolore dell’umanità, dello strazio che non trova risposte, nel gesto che cerca di consolare.
In poche parole, in un momento di buio, don Mimmo Battaglia ha ridetto e testimoniato ancora che il prete trova un senso al suo servizio, alla sua esistenza, alla sua scelta, se divide il pane del dolore, se porta una goccia di consolazione, se riesce a pregare di fronte a una sofferenza che travolge, se sa abbracciare la croce con chi ne è schiacciato. Così ci ricorda che, per fede, crediamo in un Gesù crocifisso. E risorto.
Senza frasi fatte, senza ragionamenti astratti: esserci, con costanza, là dove la vita è scossa alla radice.
In un periodo in cui tantissimi preti vivono un grande smarrimento, che trova molte soluzioni apparenti, molte vie di fuga, molta disincarnazione, molta distanza, don Mimmo ha semplicemente vissuto la sua scelta, dicendo che il senso di una vita può essere lì, tra le corsie di un ospedale, tenendo la mano a un bambino che muore, dando un abbraccio a una mamma che piange, dando una carezza a un papà disperato, alzando una voce di preghiera al cielo.
Quante volte abbiamo ascoltato un prete dire: «vorrei fare solo il prete».
Ecco, forse fare «solo il prete» vuol dire tornare al centro di una scelta, che è dire: qui, nello scorrere di un’umanità dolente, di uno smarrimento che abbatte, c’è il senso della mia vita, c’è il cuore pulsante del mio essere a servizio dei fratelli, delle sorelle, di Dio. Dei poveri, dei piccoli, degli afflitti.
Il centro, il voler essere solo prete, è quell’entrare nell’umanità di chi si ha davanti, soprattutto quando il dolore toglie il fiato, perché in quella vicinanza si porta anche la vicinanza di Dio.
Poi certo, c’è il resto, che pesa, che affatica, che fa sbandare. Ma c’è anche un centro, un fondamento che può radicare una vita.
Ciascuno di noi ha sicuramente incontrato l’indifferenza, il rifiuto, l’assenza di un prete, anche quando questo avrebbe avuto la possibilità di essere discepolo del Maestro.
(Poco tempo fa ho ascoltato la pessima omelia di un cappellano in un ospedale pediatrico, il quale diceva: «Abbiamo tolto il crocifisso dalle case e ora nel mondo regna la violenza; ai genitori che mi chiedono dove è Dio quando un figlio muore, io rispondo: Dio è dove lo avete messo).
Ma Don Mimmo Battaglia ci ha ricordato che è per una vicinanza sentita, compassionevole, sincera che proviamo gratitudine per un prete. Che portando una carezza, fa sentire la carezza del Padre. E qui c’è il senso di una vita liberamente, umanamente donata.
Fonte: Vino Nuovo
