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Chiara Giaccardi "Poeti di pace"

In un’epoca in cui la guerra viene invocata come fatalità inevitabile, come unica risposta possibile alle tensioni geopolitiche, riscoprire il senso profondo della parola «pace» diventa un atto rivoluzionario.

In un’epoca in cui la guerra viene invocata come fatalità inevitabile, come unica risposta possibile alle tensioni geopolitiche, riscoprire il senso profondo della parola «pace» diventa un atto rivoluzionario.L’etimologia ci riporta al sanscrito pac: fissare, legare, comporre. La pace è innanzitutto un legame, una composizione reciproca, un accordo che tiene insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Il paradosso del nostro tempo dove tutto si disgrega (le comunità, i dialoghi, il senso) è illudersi che le armi possano ricomporre ciò che abbiamo frantumato. Come se la violenza potesse tessere legami invece di reciderli.

Papa Leone, nel suo messaggio per la Giornata della Pace, lancia una sfida radicale: la pace dev’essere «disarmata e disarmante». Non basta deporre le armi materiali. Prima di tutto dobbiamo disarmare noi stessi. La pace bisogna accoglierla. «Beati gli operatori di pace». Il termine greco εἰρηνοποιοί è straordinariamente eloquente, dato che il verbo poiein rimanda anche alla poesia. Gli operatori di pace sono poeti sociali, artisti del tessuto umano che ricompongono ciò che l’odio lacera, mostrando che tutto è connesso.

In un mondo che celebra la guerra come realismo, e deride la pace come debolezza, forse è tempo di riconoscere che i veri realisti sono proprio questi poeti disarmati. Sono loro che, rifiutando la logica dello scontro inevitabile, continuano a intrecciare fili di dialogo dove altri vedono solo nodi da tagliare con la spada.

Chiara Giaccardi

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