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La fede in crisi, sacerdoti dimezzati: arrivano 80 laici per salvare le chiese nel Torinese


Alla crisi di vocazione dei preti si affianca il crollo dei cattolici: la diocesi deve ripensare la sua presenza sui territori Nelle Valli di Lanzo un parroco impegnato in 11 paesini​. 

Crollano i cattolici, crollano i sacerdoti, e la diocesi di Torino avvia un processo per ripensare le modalità della presenza ecclesiastica sul territorio. Per evitare la chiusura delle parrocchie si punterà sempre di più sui laici, formati a svolgere compiti di accoglienza e animazione tra le comunità. 
 I dati parlano chiaro. Se sul territorio diocesano nel 2021 c’erano 228 parroci, oggi ce ne sono cinquanta in meno, e con un’età media di 68 anni. A dire il vero, il calo riguarda tutti i presbiteri diocesani, passati da 700 a 346 in trent’anni. Il risultato? Su 346 parrocchie presenti nel territorio della diocesi, solo 81 hanno un parroco in esclusiva, contro le 143 del 2019. «E il prossimo anno – spiega don Mario Aversano, vicario episcopale per la Pastorale sul territorio – saranno 60». 

Di fatto è un dimezzamento, che costringe i religiosi con ruoli di responsabilità a dividersi tra tre, quattro, a volte anche dieci chiese per celebrare messa e incontrare i fedeli. Significativo il caso di don Claudio Pavesio, parroco di ben undici paesi nelle Valli di Lanzo. «Per incontrare i fedeli faccio anche 70 chilometri al giorno – sorride –. Il mio ufficio? Ormai è l’auto». 

In provincia 

Le tendenze sono le stesse anche nelle diocesi della provincia. Nel 2004 Susa poteva contare su 59 preti diocesani; oggi sono solo 28, aiutati da 5 sacerdoti missionari stranieri e tre diaconi. Insieme devono gestire 61 parrocchie. A Pinerolo e dintorni, invece, solo 14 chiese su 61 hanno un parroco esclusivo. Anche a Ivrea le chiese sono più dei presbiteri: 141 contro 110. 


In alcuni casi ci pensano gli ordini religiosi a salvare la presenza cattolica sul territorio. 
Alcuni esempi su Torino: a Madonna di Campagna ci sono i cappuccini, in Borgo Vittoria i giuseppini, in Valdocco, San Salvario e San Paolo i salesiani, il Sermig in Aurora e in Barriera di Milano. 

Il calo dei fedeli 

Il calo è inarrestabile anche per quanto riguarda i fedeli, e un ruolo lo gioca anche la demografia. A Torino molte chiese furono realizzate quando la città ospitava 1 milione e 200mila abitanti. Oggi ce ne sono 300mila in meno, la popolazione invecchia e le nascite non tengono il passo. Risultato: i torinesi sono sempre meno e le messe sempre più vuote. 
 Preso atto del fenomeno, dal 2022 l’arcivescovo di Torino Roberto Repole ha messo a punto un percorso formativo per i laici che già operano accanto ai sacerdoti, perché ricoprano ruoli di coordinamento in Caritas, in oratorio o nel catechismo. 

I laici in aiuto 

L’obiettivo è formare quelli che vengono chiamati “ministeri istituiti”: uomini e donne che non vestono l’abito talare, ma che sono chiamate a dare una mano ai sacerdoti in affanno. «Il vescovo ha deciso di conferire un mandato ufficiale ad alcuni laici – continua don Aversano – per farli tornare nelle parrocchie come figure riconoscibili che collaborano con i presbiteri». I loro compiti? «Progettare sul territorio un’offerta in sintonia con i bisogni delle persone e delle famiglie». Dunque “parroci laici”? No. Semmai «figure che portano avanti l’azione pastorale nelle comunità accanto ai sacerdoti e ai diaconi – riflette Aversano –. Non è una delega, perché l’azione pastorale è di tutta la comunità cristiana». 

I primi ottanta ministeri

A dire il vero, l’ingresso dei laici è già in corso da anni, anche dentro le gerarchie diocesane. Laici sono i direttori delle due aree di coordinamento, laica è la cancelliera della diocesi, laico è il portavoce dell’arcivescovo. 

Durante la veglia di Pentecoste a maggio è prevista l’istituzione dei primi ottanta ministeri istituiti della diocesi di Torino. Hanno seguito due anni di formazione e avranno un mandato rinnovabile di cinque anni, che svolgeranno a titolo gratuito. Nel 2027 ne arriveranno altri quaranta. «Saranno persone sposate, lavoratori o pensionati. Non vogliamo che scattino meccanismi di clericalizzazione – conclude don Aversano – anzi preferiamo valorizzare la figura del credente laico nella sua capacità di aprirsi al cambiamento». 

Francesco Munafò 

Fonte: La Stampa
 

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