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Mariapia Veladiano "Crans-Montana. Dolore e silenzio"

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Dolore innocente è un’espressione forte, emotiva, potente, funziona. Ma è molto difficile da circoscrivere. Certo, è dolore che colpisce i bambini. E però, fino a quando un figlio è bambino? Fino all’età legale per votare? Oppure per guidare un’auto? Oppure per rispondere di una mala azione? E perché non dovrebbe essere tremendamente, assolutamente innocente il dolore, la morte che colpisce un uomo o una donna adulta nel mezzo del suo progetto di vita buona, assolutamente buona, lavoro, figli, affetti, amicizie. E comunque, anche una vita non immacolata, toccata dalla precarietà delle scelte, dei pensieri, desideri per ragioni di povertà culturale, economica, emotiva potrebbe essere innocente, in ogni senso possibile, perché a volte le scelte non sono così facili, le alternative non così evidenti e praticabili. C’è la letteratura a raccontarcelo. Il dolore e la morte sono scandalo per il nostro amore e confondono il nostro pensiero. 

Nella confusione regna il demonio, scriveva sant’Ignazio di Loyola, che la confusione l’aveva conosciuta a trent’anni per esperienza diretta fra i feriti e i morti dell’assedio di Pamplona e prima ancora, e dopo, nel suo cuore. È evidente che nel caso del dramma di Crans-Montana la confusione non sta dalla parte dei ragazzi, peraltro giovanissimi, ma dalla parte degli adulti che non sono stati sufficientemente responsabili. Non hanno vigilato sulla sicurezza degli arredi, e c’è dell’incredibile se si pensa che a scuola non si può cambiare, letteralmente, la tenda di un’aula se non la si sostituisce con una ignifuga fornita di certificazione, e nemmeno hanno vigilato sui numeri dei ragazzi presenti e nemmeno sulle uscite di sicurezza, e anche qui, nelle scuole un preside non dorme di notte se un’uscita è irregolare o manca un allarme antincendio. Ci vuole un mare di persone adulte irresponsabili perché accada quel che è accaduto nelle proporzioni in cui è accaduto. 

Insieme e forse prima della domanda “Dov’è Dio?” si deve tornare alla domanda “Dov’era l’uomo?” Poi resta l’abisso. Indicare le responsabilità serve a trovare conforto nella giustizia e a costruire un futuro che tenga lontano altri dalla catastrofe ma il male della morte giovane e impensata resta e ci scaraventa giù dal trono dell’ottimismo onnipotente sul quale riusciamo a vivere ben accomodati a dispetto delle notizie che ci arrivano dal mondo. La letteratura ha avuto e forse ancora ha parole più ascoltabili e amiche di tanta teologia, su questo dolore. Dostoevskij inarrivabile per l’ampiezza dell’invettiva e la verità umana. Più vicino nel tempo C.S. Lewis (Diario di un dolore, Adelphi 1990), che da credente reclama la possibilità di chiamare in causa Dio e dice di non poter tollerare chi parla della religione come consolazione. Il dolore esiste come parte della vita e delle relazioni, scrive, se nella relazione uno dei due viene meno, il dolore sarà per sempre parte di quella esperienza, relazione. Lui parla della morte della moglie. Philippe Forest parla invece della morte della figlia, la piccola Pauline, e racconta nei tanti libri (Tutti i bambini tranne uno, Alet 2005; Per tutta la notte, Alet 2006; Anche se avessi torto, Alet 1010) che ha dedicato a questa esperienza assoluta della sua vita, come fossero spaventosamente inadeguate le parole di consolazione intorno a loro, lui e la giovanissima madre di Pauline. E però Forest “ateo come di più non si può essere” (Anche se avessi torto, p. 74), scrive che dopo la morte di Pauline alla cappella funeraria è venuto un prete: “Ha avuto l’intelligenza, vedendo la bambina, di non dire niente. Ha solo citato un passaggio della Bibbia, l’unico che potessimo sentire, quello che parla di Rachele e che dice semplicemente che ha perso i suoi figli e non vuole essere consolata ... ed è lui che ha deposto l’urna con le sue ceneri in fondo alla tomba. Gli sono riconoscente di quel gesto perché non credo che qualcun altro – sicuramente non io – avrebbe avuto il coraggio di farlo” (Idem, p. 75). La vita è storia di amore e di perdita, anche nella fede i due capi sono tenuti insieme fin dall’Incarnazione, nascita di Gesù bimbo che si accompagna non alla magica scomparsa del male, ma alla strage degli innocenti. Da lì in poi il linguaggio della fede è quello di un benedire silenzioso. Papa Francesco così lo ha definito, davanti a 6.000 giornalisti riuniti in Sala Nervi appena dopo la sua elezione. Aveva promesso una benedizione solenne ma dopo avere ascoltato quelle persone, diverse, provenienti da Paesi del mondo segnati da ingiustizie e povertà, ha cambiato la sua decisione, e lo ha detto in modo aperto: “Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica”. 

Possiamo tenere fissa la barra della assoluta responsabilità di tutti verso tutte le vite che noi abbiamo chiamato ad essere, e insieme tenere aperta la porta della speranza. Per chi, misteriosamente, potrà attraversarla.



Mariapia Veladiano


Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.




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