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Il balsamo della preghiera nelle ferite della storia


La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è un'occasione per riandare alle ferite della storia e ai muri di separazione interni alla Chiese stesse. 

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sembra un po’ come l’uscita dalla tana dei grandi ghiri e animali caduti in letargo. All’improvviso tutti si svegliano! Difficile smentire completamente questa sensazione, ma la sua autenticità ha delle esigenze e l’ecumenismo è sempre stato attento alla storia e alle differenze: quest’anno è la Chiesa armena a preparare i testi e le riflessioni. Inoltre ci si domanda che unità ci potrà essere tra le Chiese se esse non si aiuteranno reciprocamente ad affrontare i muri di separazione interni, primo fra tutti quello tra donne e uomini, che genera strutture di prevaricazione e gerarchizzazione? 

Serve ancora pregare? 

Sommersi costantemente da notizie e immagini di guerre in corso, interpellati da tante questioni urgenti da dirimere, con agende affollate, alla domanda: «Abbiamo bisogno di pregare per l'unità dei cristiani?», verrebbe da rispondere, su due piedi: «Anche no!». 

Fermiamoci un attimo, però: la causa dell'unità dei cristiani non è forse proprio la strada per sciogliere la tensione che viviamo, il clima percepito di costante pesantezza, l’atmosfera fatta di polarizzazioni e contrapposizioni che nulla sanno di dialogo? Prendendola da questo versante, allora, alla domanda: «Ci serve una settimana per l’unità dei cristiani?», si può rispondere in modo convinto: «Eccome!». Riconoscere questa necessità significa essere consapevoli che, anche se tutto sembra confermare il contrario, la strada del dialogo (come già diceva Maria Vingiani) è quella giusta. 

Fermarsi a pregare in questa settimana che dal 18 al 25 gennaio vede coinvolte tutte le chiese cristiane significa mettersi dentro a un cammino di riconoscimento le une delle altre, di ringraziamento a Dio per l’esistenza di ciascuno. L’unità non è omologazione ma riconoscimento della molteplicità dei carismi, della ricchezza delle differenze. Al cuore della settimana di preghiera c’è il gesto di riconoscersi, riconoscere me e l’altro come persone di fede che camminano nella strada illuminata da Cristo. 


Gli «altri» sono spesso percepiti come una minaccia, un pericolo, un ostacolo. Riconoscersi reciprocamente come discepole e discepoli di Cristo, parte di quell’unica Chiesa che va oltre ogni confine storico; significa entrare in un processo di riconciliazione, ricucire gli strappi della storia, guarire le ferite che ogni Chiesa si ritrova. 

Unità è dirsi e riconoscersi complementari, riconoscere l’assoluta necessità di camminare con l’altra e l’altro, perché altrimenti ne viene meno quell’immagine di Dio che siamo chiamati a testimoniare. 

Il versetto biblico scelto è un intenso slogan sull’unità: «Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Ef 4,4). Se sono troppe e potenti le forze di disgregazione, le tendenze alla divisione, questa affermazione così perentoria ci ricorda, invece, che siamo tutti accomunati, che siamo tutti dentro un solo Spirito. L’immagine del corpo è molto icastica perché non permette fuoriuscite, se non mortali. Può essere un po’ ammaccato, ferito, deformato, sanguinante, ma il corpo di Cristo è uno e contiene tutte e tutti, dalla testa ai piedi. 

Dentro le ferite della storia 

Pregare interessa alla società perché il mondo ha bisogno di una testimonianza autentica di fede, e noi come cristiani siamo chiamati a rendere reale quella potenza generatrice e trasformatrice che l’amore di Dio in Cristo, attraverso lo Spirito, opera realmente nelle nostre vite e nella società. Le nostre divisioni come cristiani restano uno scandalo per i non cristiani quando non producono arricchimento reciproco, ma addirittura odio, discriminazioni e disuguaglianze. 

La settimana di preghiera di gennaio è preparata ogni anno da una Chiesa diversa. Quest’anno è la Chiesa armena a proporre testi e riflessioni. L’esperienza dei cristiani armeni testimonia una doppia fedeltà, alla storia e al Signore. I cristiani armeni, infatti, hanno sempre profuso energie per rendere culturalmente pregnante la fede cristiana. La traduzione della Bibbia in armeno ha fondato l’alfabeto e intriso di «spirito cristiano» l’arte, la letteratura, la cultura armena. Ma forse la fedeltà più grande è stata quella al Signore, attraverso le tante e terribili situazioni tragiche e crudeli attraversate dai cristiani armeni nei secoli. Tutti conosciamo il nefasto genocidio perpetrato tra il 1915 e il 1923 in Turchia, quando tre milioni di armeni furono uccisi. 

Come allora non abbracciare con la preghiera – preparata da cristiani che in passato sono stati vittime di un genocidiotutti i genocidi ancora in corso oggi nel mondo? Come non accendere la luce della speranza con il fragile e forte segno della preghiera, innalzando a Dio il grido che chiede pace, giustizia, solidarietà? 

L’ecumenismo è sempre stato attento alla storia, alla concretezza, di cui fa parte anche la consapevolezza dei muri di separazione interni, primo fra tutti quello tra donne e uomini, che genera strutture di prevaricazione, gerarchizzazione. Proprio quelle strutture che impediscono la riconciliazione e la reciproca ospitalità, sono anche quelle più interpellate dalla vocazione all’unità. In questo cammino ogni Chiesa è chiamata a fare spazio all’altra e a ogni persona, a scoprire strade per rendere reale quella immagine di amore che risponde al disegno di Dio. 

Come pregare? 

I materiali predisposti per la settimana offrono tanti spunti di riflessione e suggerimenti per la preghiera donando ogni anno attenzione alle diverse spiritualità che compongono il mosaico delle Chiese cristiane. Ma la domanda che ci poniamo è come tradurre in linguaggio accessibile alle generazioni di oggi qualcosa che sembra ormai lontano anni luce. Possiamo domandarci quale atteggiamento può essere capace di ricondurre oggi giovani e adulti che non si sentono più interpellati da una Chiesa che non conoscono più o non hanno mai conosciuto. 

E forse la risposta è proprio davanti a noi: aprire i nostri cuori all’incontro. Aprire le nostre Chiese all’incontro, riabbracciare quell’umanità ferita che ci siamo lasciati alle spalle e che talvolta diventa il peso dal quale siamo tentati di allontanarci. 




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