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Enzo Bianchi "Satnam Singh, la compassione perduta"

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La Repubblica 
  1 luglio 2024
per gentile concessione dell’autore. 

Bastano forse due settimane per dimenticare un atto di barbarie e di patologica indifferenza verso il prossimo?

Possibile che non si ricordi più con orrore e condanna che un uomo, un lavoratore agricolo mutilato da una macchina mentre lavorava, è stato abbandonato sulla soglia di casa: lui, sua moglie e il suo braccio amputato gettato in una cassetta della verdura? 

Questa è una narrazione opposta a quella che fece Gesù per indicare che cos’è l’amore per il prossimo: non l’indifferenza di chi abbandona il sofferente al suo destino, ma la sollecitudine di chi, provando compassione, se ne prende cura per salvargli la vita. 

È incredibile ciò che è successo nelle campagne di Latina, ma è il segno della morte della compassione e del regnare dell’indifferenza. Si fa silenzio e non si denuncia l’imbarbarimento della vita sociale nel mondo occidentale. 

Chiunque abbia capacità di osservazione si rende conto che facciamo passi verso la barbarie, che la nostra vita è sempre meno segnata da fiducia, mitezza, rispetto degli altri, riconoscimento della loro infinita dignità. Eppure i filosofi dedicano attenzione alla compassione considerata non solo come virtù personale, ma come emozione sociale di base, come fondamento della vita della polis. 

Martha Nussbaum arriva a considerare la compassione come una mediazione verso la giustizia perché il suo interesse è nell’orizzonte dell’altruismo, è un’emozione dolorosa causata dalla consapevolezza della sofferenza altrui. André Comte-Sponville afferma che ogni sofferenza merita la compassione, è un appello a condividere il dolore in cui uno si trova, senza che si pongano condizioni. Per lui la compassione è una virtù universale che scaturisce dalla vulnerabilità umana. Compassione, patire-con, è più che simpatia, è più che empatia, perché è un avvicinamento consapevole all’altro fino a condividere la sua “passione”. Infatti non è la molteplicità di volti umani che crea la socialità, ma quella relazione che inizia nel dolore, nel mio dolore in cui faccio appello all’altro e nel suo dolore che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente. 

Lo sappiamo tutti: soffrire non ha senso, ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza. 

Alla compassione bisogna essere aperti e occorre esercitarvisi. 

La sofferenza dell’altro grida, chiama, e la compassione che a essa risponde fa del mio corpo una cassa di risonanza della sua sofferenza. 

Così la visione di colui che soffre si fa ascolto e spinge alla cura. Noi umani non abbiamo altre vie per combattere il male se non quella di sentire compassione ed esercitarla attivamente: combattere contro il male è più decisivo che vincerlo. 

Così si combatte l’indifferenza, la barbarie: avvicinandoci a chi soffre e rendendolo prossimo per giungere a un vero contatto fisico, mano nella mano. E allora non solo i cuori batteranno insieme ma le viscere soffriranno insieme e ogni cura tentata porterà sollievo.





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