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Vito Mancuso "La nostra “opera” è la nostra esistenza"

«Tu che lavoro sei? ». Ecco la domanda che in questo 1° Maggio 2024 dovremmo porre a noi stessi al posto di quella consueta «tu che lavoro fai? ». Il lavoro, infatti, prima ancora di essere un compito esteriore che si svolge, è l'essenza interiore di ogni fenomeno naturale. Nella misura in cui qualcosa è, lavora; se non lavorasse, non sarebbe. Lavoro ed esistenza, ontologicamente, coincidono.

Sostengo questa mia tesi alla luce del concetto di energia, la cui definizione scientifica è "capacità di compiere un lavoro". Ma prima ancora della scienza, è la filologia a insegnare che il termine energia, dal greco "enérgheia", è formato dalla preposizione "en", che significa "in", e dal sostantivo "ergon", che significa "opera, lavoro", per cui energia letteralmente significa "all'opera", "al lavoro". Ora, essendo la materia e tutti gli enti che da essa provengono riducibili ontologicamente all'energia, si può dire che tutto è energia, che tutto è capacità di compiere lavoro, che tutto è lavoro. L'aria che respiriamo è lavoro: è quel continuo lavoro che consente l'aggregazione delle molecole di azoto, di ossigeno e di argon che la costituiscono. L'acqua che beviamo è lavoro: è quel continuo lavoro che consente l'aggregazione delle molecole di idrogeno e di ossigeno. Allo stesso modo il mare, le nuvole, le montagne, le piante, gli animali, e le stelle da cui tutto il processo cosmico ebbe origine, sono lavoro. Tutto è energia, tutto è al lavoro, noi compresi: anche noi siamo definibili come capacità di compiere un lavoro, a prescindere se ora siamo giovani liceali, pensionati che hanno finito di andare in fabbrica o in ufficio, o signori benestanti che non sono mai andati né in fabbrica né in ufficio. 

In questa più ampia prospettiva che coglie nel lavoro l'espressione dell'energia e quindi di tutto l'essere conosciuto, la Festa del lavoro assume un significato non più solo sociale ma anche e soprattutto naturale, legata com'è alla natura più profonda dell'essere. Visto che tutto nel mondo è da sempre costitutivamente al lavoro, il Primo Maggio assume un respiro cosmico, non più solo sociale, come quello giustamente assunto a partire dal 1890 quando in questo giorno venne istituita la Festa del lavoro e dei lavoratori per lottare contro le ingiustizie sociali. Ovviamente non si tratta di distanziarsi né tantomeno di separarsi da questa tradizionale dimensione economica e sociale del Primo Maggio, quanto piuttosto di inserirla all'interno del più ampio e più fondamentale contesto naturale ed esistenziale rispetto a cui nessuno si può dichiarare indifferente. 

In questa prospettiva si comprende che ognuno di noi ha cominciato a lavorare non dal primo giorno del suo impiego ma dal primo momento della sua esistenza, e finirà di lavorare non quando andrà in pensione ma quando terminerà la sua esistenza. O magari no, neppure allora, perché non è detto che l'ultimo giorno della nostra esistenza terrena coincida con la fine della nostra vita, perché magari avremo una vita successiva in cui continueremo il nostro lavoro operoso all'interno del mistero del cosmo, così come non è detto che il primo giorno di questa nostra esistenza terrena sia coinciso con il primo giorno della nostra vita, perché forse provenivamo da vite precedenti. Ma a prescindere da queste divagazioni metafisiche, quello che è sicuro è che la realtà fisica di ognuno di noi comporta lavoro; anzi, è lavoro. 

Quando si pensa al lavoro nel senso comune del termine si pensa da un lato agli imprenditori che danno lavoro e dall'altro ai sindacati che tutelano i lavoratori. Ora in questa nuova prospettiva naturale ed esistenziale occorre pensare che l'imprenditore che dà lavoro a tutti noi si chiama natura, e che il sindacato che ci tutela in quanto lavoratori si chiama cultura. Noi esseri umani siamo esposti alla natura che ci impone di lavorare, è una necessità che discende dalla nostra condizione di viventi, secondo quella inflessibile logica che gli antichi greci chiamavano "ananke" per indicare una potenza schiacciante a cui nessuno può sfuggire: e infatti nessuno di noi può sfuggire alla necessità di lavorare, magari non per guadagnarsi da vivere perché ha già del suo, ma sempre e comunque per esistere quale essere umano. Al contempo però noi in quanto lavoratori abbiamo bisogno di essere tutelati nella nostra dignità di esseri umani, e questa tutela, che nel mondo del lavoro è rappresentata dai sindacati, in questa più ampia prospettiva è rappresentata dalla cultura. L'arte, la letteratura, la poesia, la musica, la spiritualità, la filosofia, vale a dire tutto ciò che con una parola sola si chiama cultura, è il sindacato che tutela i nostri diritti rispetto all'imprenditore che è la natura. 

Nutrirsi di cultura significa svolgere un lavoro fondamentale, il più prezioso di un essere umano: il lavoro interiore. Esso custodisce la nostra umanità impedendo che venga sfruttata e schiacciata al punto da ridurci a esistere come "uomo a una dimensione", per riprendere la denuncia di Herbert Marcuse nel suo celebre saggio di ormai diversi anni fa. Senza la tutela della propria multidimensionalità garantita dal lavoro interiore, l'essere umano viene appiattito, ridotto a una sola dimensione. E non vi sono dubbi che oggi più che mai sono potentissime le forze che hanno tutti gli interessi (interessi plurimiliardari) a ridurre gli esseri umani a una sola dimensione, quella che nell'antica Roma venne definita da Giovenale "panem et circenses". Se invece svolgiamo con responsabilità il nostro lavoro interiore, tutte le nostre molteplici dimensioni di esseri umani vengono armoniosamente sviluppate e la nostra esistenza risulta protetta dall'essere ridotta a mero ingranaggio di un'enorme macchina per lo sfruttamento di molti e il profitto di pochissimi quale sta ormai diventando la nostra società. 

Il lavoro interiore o sindacato dell'umanità consiste, come ho detto, nella cultura, e la più bella definizione di cultura che io conosco è questa di Antonio Gramsci, che risale a un secolo fa ma che è più attuale che mai: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri» (articolo intitolato Socialismo e cultura pubblicato dal giornale "Il grido del popolo" il 29 gennaio 1916). Penso che ognuno dovrebbe confrontarsi con queste magnifiche parole di Gramsci e chiedere a se stesso qual è il suo rapporto con la cultura, che tipo di lavoro interiore sta svolgendo, se ha a cuore la disciplina del suo io interiore, se opera per prendere possesso della sua personalità, se determina la sua funzione nella vita comprendendo e onorando non solo i suoi diritti ma anche i suoi doveri. Alla fine ritorna quindi la domanda che ha dato inizio a questo articolo: "Tu che lavoro sei? ". È una domanda a cui si risponde non con le parole ma con la vita. Risponderle nel modo giusto significa fondare la propria impresa, l'unica che in fin dei conti ha veramente importanza: l'impresa di esistere come un essere umano libero e pensante.  



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