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L’amore ci chiede pure distacco o diventa narcisismo e fanatismo

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Avvenire

7 gennaio 2024


Niente di appiccicoso, niente di possessivo, niente di esibizionistico, niente di enfatico. Nel Vangelo un’intelligenza fine che neutralizza ossessioni di possesso e genera felici abitudini di scambio

L’amore è tutto. Figurati se ci tiriamo indietro noi, testimoni del vangelo dell’amore. Eppure. Non sentite anche voi un nuovo bisogno di decifrare un po’ meglio la nebbia lattiginosa di questa avvolgente nuvola dell’amore totale, che inghiotte nell’indistinto le case e le cose, le persone e le strade? L’aura dell’amore nobilita tutto. E il contrario di tutto, anche. Noi siamo pronti ad andare dove ci porta il cuore: ma portiamo realmente il cuore, là dove stiamo andando? (Lo so che tocco un tasto delicato: la conversione narcisistica dell’amore romantico, grazie alla pubblicità commerciale, resiste alla grande. Però vedete anche voi che, nella vita reale, sta prendendo corpo il doppio pulsionale e distruttivo di quello che, nondimeno, si continua spensieratamente a chiamare amore. Qualcosa vorrà dire). L’amore chiede giusto attaccamento, certamente: ma senza giusto distacco rischia sistematicamente la con-fusione col narcisismo (e se religioso, con il fanatismo). Impressionante, vero? Ebbene, se vogliamo giocare a carte scoperte, non si tratta delle due maggiori fonti di destabilizzazione del nostro tempo?

Il narcisismo “del sé” e il fanatismo “del dio” rovesciano l’imperativo dell’amore nel suo contrario, cercano l’assoluto: a costo di abbattere persone e cose, case e chiese, persino. È questo l’amore, quando diventa illimitato? Tu dici che non è vero amore, ma loro dicono di sì, che lo è. Il deliramento dell’amore arriva a non riconoscere più, neppure emozionalmente, i propri passi verso l’abisso: e a lambire la soglia del nichilismo suicida e omicida. (Con preferenza per il femminicidio, perché il narcisismo e il fanatismo sono vili: colpiscono preferibilmente il più debole; e al tempo stesso, si scatenano contro il fantasma della sconfitta di un io che si è abituato a concepirsi come significante-padrone).

L’illimitato è una brutta bestia, quando vuole abitare il cuore dell’io, che finisce per confondere l’amore di sé con l’adorazione di Dio. La declinazione del narcisismo autistico e del fanatismo religioso nelle figure del “patriarcato” e del “clericalismo” non è priva di senso, certo (anche se non è esente da equivoci). In ogni caso, mi appare persino più debole che utile). La realtà è più avanti, ormai. I figli che vengono al mondo ora sono già “orfani” del padre e del prete, le cui figure residuali, anche con tutta la buona volontà di molti, mancano largamente la presa. Magari c’è pulsione di affetto, ma non c’è lavoro di intesa. La sconfitta del narcisismo autistico e del fanatismo religioso, dato che si tratta proprio di contro-figure dell’amore, non si produrrà rinforzando moralmente la norma e contrattando democraticamente l’alleanza. L’intesa del voler bene deve andare più a fondo, molto più a fondo.

I ragazzi e le ragazze, che ora patiscono l’analfabetismo affettivo e il vuoto progettuale in cui sono sospinti dalla ricerca pulsionale di identità nell’intransigenza emotiva dell’odio-amore, sanno già di non poter contare sulla comunità adulta. L’effetto paradossale di questo disorientamento, senza linguaggio neppure per nominarsi, è proprio lo sviluppo di un movimento regressivo di imitazione – persino inconsapevole – della rigida disciplina paternalistica e clericalistica che doveva essere superata. Lo si osserva agevolmente nelle dinamiche di parti significative della vocazione-identità religiosamente orientata, come anche del rigorismo della censura-social mediaticamente praticata. (Entrambe, naturalmente, si rovesciano poi nella realtà, con effetti inevitabilmente conflittuali che inibiscono ogni intesa). Il fatto è che si sono moltiplicati discorsi (laici e anche religiosi) gravidi d’amore e sterili di intelligenza. La povertà di intelligenza dell’amore lo riduce a un grumo di pulsioni e di sogni: ne fa una maionese impazzita. Pretende di spalmarsi su tutto, non dà sapore a niente. Incapace di affinarsi e di trasmettersi culturalmente, non ha alcuna speranza di incidere socialmente e di rallegrare comunitariamente. E rimane del tutto vulnerabile alle sue contraffazioni (persino a quelle più orribili). La perversione dell’amore, che contraddice orribilmente il fascino e la profondità della sua giustizia, è parassitaria, si occulta, si giustifica. E cova a lungo le sue uova di serpente. L’intuizione del limite, l’attenzione all’interiorità, l’intenzione del rispetto – tutte figure lessicalmente imparentate con l’intesa – sono un corredo di sapienza essenziale per l’amore.

La sapienza dell’amore, che lo riabilita come fine esercizio di intesa, riscopre la bellissima varietà delle forme del voler bene. Ecco quello che ci manca. La maturazione personale e comunitaria di questa sapienza, che apprende la delicatissima arte di conciliare dedizione dell’attaccamento e delicatezza del distacco, è certo al limite delle nostre possibilità. Ma non così impossibile. Vorrei evidenziare brevemente i tratti che mi lasciano pieno di incanto e di stupore nello stile delle affezioni di Gesù. L’elegante minimalismo dei suoi segni miracolosi (“Datele da mangiare”, si limita a dire ai parenti della fanciulla risuscitata); la libertà paradossalmente restituita ai discepoli (“Volete andarvene anche voi?”). E penso anche allo struggimento per la ricerca di una sorta di “intesa nell’intesa”, che viene definitivamente – e assolutamente – alla luce nella rivelazione di Gesù. L’amore incondizionato di Dio non vuole essere “subìto”, vuole essere “capito”: proprio in questo modo desidera essere amato (“Vi ho chiamati amici perché vi ho detto tutto. E lo Spirito vi spiegherà tutto il resto”). Insomma, proprio Dio – che potrebbe – non travolge la creatura con la passione di un amore sovrano e possessivo, che non cerca l’intesa. Dio cerca il riconoscimento del voler bene, ne conosce la fragilità, ne sopporta il limite, tiene il punto. E vorrebbe che noi credenti, anzitutto, fossimo suoi alleati nello smascheramento dell’amore che impone sé stesso per il godimento di sé.

Incanta l’attaccamento, incanta il distacco. Niente di appiccicoso, niente di possessivo, niente di esibizionistico, niente di enfatico. Eppure, l’entusiasmo quasi infantile per l’eleganza dei gigli che Dio semina in terra, dandoci l’esempio di come si tiene la casa; la passione persino veemente per l’inviolabile privilegio concesso ai bambini, i cui angeli sono i più vicini a Dio. Non vi sembra straordinaria questa combinazione di passione ed eleganza della sapienza d’amore? Quando sarà necessario, questo amore non si sottrarrà al sacrificio, non scioglierà il legame.

La fine intelligenza dell’amore è la lezione più alta del “vangelo” dell’amore: però, la sua capacità di ispirare “civiltà” dell’amore non è così surreale come sembra. Siamo sicuri che la nostra generosa concentrazione sull’amore io-tu, che lascia nell’indistinto ogni altra forma del voler-bene (come se fosse versione debole, meno eroica, della coppia erotica), sia stata una mossa risolutiva? L’amore, io-voi, noi-voi, per esempio, che non passa necessariamente attraverso l’identifica-zione e reciprocità duale dei singoli, è forse meno alto, meno intelligente, meno profondo? Come si farebbe una comunità d’amore, fatta di soli io-tu? La famiglia stessa, in cui l’amore personale ed erotico della coppia è essenziale, non si riduce alla sua replica in tutti i rapporti d’amore (anzi, la interdice). L’invenzione dell’amore paterno, materno, filiale, fraterno, in questo senso, è semplicemente strepitosa, per l’espansione sociale della creatività intelligente e differenziata del voler bene. La nostra intelligenza di questa potenza simbolica – dei suoi attaccamenti, dei suoi distacchi – è vecchia. Non all’altezza dell’intesa oggi richiesta.

Una migliore intelligenza dell’amore, che cerca l’intesa, neutralizza malinconiche ossessioni di possesso e genera felici abitudini di scambio: di grande intensità e a vasto raggio. Se abbiamo imparato questa passione d’intesa da Dio, che poteva fare eccezione, figurati se non ci deve diventare normale tra umani.


Con la guida profonda e sensibile di don Pierangelo Sequeri, stiamo andando in cerca dei segnali che orientano la fede dentro la cultura di questo tempo nel quale vediamo prevalere fattori di incertezza che sembrano scoraggiare l’esperienza credente. Ogni domenica il celebre teologo, firma cara ai lettori di "Avvenire", ci conduce alla scoperta della "fede dove non te l’aspetti" attraverso parole-guida offerte a tutti i "cercatori e trovatori" che vogliono attraversare la vita con ritrovata consapevolezza.

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