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Michela Murgia “Cosa direi a mia figlia”

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In questo testo di una quindicina d’anni fa la scrittrice

scomparsa lo scorso agosto immagina di spiegare

alla sua bambina l’età felice del matriarcato. E non solo


Chiedo perdono, ma a vent’anni, con le scarpe da tennis nuove e l’arroganza di chi sa che in quel punto esatto non passerà mai più, ho sognato anche io un figlio. Maschio. Nel sogno era scuro di capelli, aveva un nome di tre sillabe e lo davo alla luce faticosamente, ché a vent’anni i drammi sono tutti desiderabili, il dolore è un belletto vitale che regala fascino, e le lacrime lo spalmano sulle guance rendendoti fatale come una Turandot. Nella mia testa quel parto scenografico è avvenuto mille volte, e la sofferenza era una forma di eleganza, la sfumatura più elevata di una maternità verace. Non c’era un uomo a far da padre, non ne serve uno per partorire con dolore. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni l’unico padre pronunciabile era il Padre Nostro, pregato con la fiducia incosciente di chi ancora non si è sentito chiedere niente da sacrificare. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni, io credevo di essere nata con una sola cosa intera per le mani: l’istinto materno, la vocazione all’essere ventre, come le brocche d’olio in magazzino, o come le tombe spezzate di Tharros, gravidanze interrotte in attesa di un giudizio universale. Nel mondo in frantumi dei miei vent’anni non dovevo cercare alcun perché all’esistere, mi sarebbe bastato trovare un per chi. Sposa di qualcuno, madre di chiunque, io non sapevo cosa fosse la vocazione ad essere me. Quando i vent’anni passano un figlio smette di essere materiale da sogno e diventa un atto sovversivo. Dopo i trent’anni siamo tutti dei sopravvissuti, e i figli dei sopravvissuti sono gravidanze a rischio anche quando non li fai, anche quando li pensi e basta, perché non c’è pensiero che possa ancora dirsi innocente. Quando si comprende che orizzonte è solo un altro nome per chiamare il limite, ogni possibilità diventa una rischiosa tensione all’utopia. A quello stadio, se ancora figlio deve essere, non può più essere maschio. Sarà femmina, e non avrà occhi facili. Vorrà sapere. Seduta sulle mie ginocchia mi chiederà chi è e chi siamo, e le mie risposte non uccideranno le sue domande. Perché non le venga la malattia dei figli unici, credersi la sola misura di sé stessi, partorirò per lei ricordi del futuro e profezie dal passato, in un tempo senza scarti dove poter già essere quel che saremo. Mia figlia diventerà ricordo prima di essere progetto, e accoglierà il presente come fosse un seme ricevuto. Non si addormenterà con i cartoni animati, no. Io le canterò una ninna nanna per stare sveglia, una ninna nanna per non chiudere gli occhi, perché abbiamo già dormito tanto e troppo, mentre altri plasmavano i nostri sogni in incubi di realtà. Sarà una musica l’identità, e ci canterò sopra la storia che non abbiamo visto, mentre ci accadeva come cosa straniera, quando la benda divenne bandiera, e dimenticammo di esser state regine. Le dirò di quando eravamo noi a scrutare il mare che chiamavamo nostrum, mentre si colorava di vele color zafferano. Noi, a piangere odio decidendo la guerra, quando le torri erano culle di pietra per rifugiarci i figli svezzati troppo in fretta. Eravamo noi ad impugnare la bipenne per tracciare i destini, quando i pozzi sacri erano fiumi di energia nascosta, altri mari nel ventre segreto della terra. Noi, a crescere figli deboli per essere da adulti la loro sola forza. Noi, a decidere a quale maschio, uomo o bambino, dare il seno e quel che significa. Noi, a sventrare le bestie e farne cibo per l’inverno intorno al fuoco, perché era nostra anche la vita sacrificata. Noi, a rifare per terra il sole e la luna con cerchi di danze a passi piccoli. Quanti hanno desiderato essere notte, per vedere i nostri capelli fluire al ritmo di un flauto dolce di canna! Eravamo noi a strusciare il ventre contro le pietre unte dei menhir, invocando figli dal parto dolce, vegliate da madri e nonne al presagio stridulo della civetta. Eravamo noi a fare e disfare leggi, unendo in un’unica carta, in un unico logu ,quello che gli altri morivano per dividere. Eravamo noi nel silenzio degli sguardi a decidere chi doveva pagare per la tragedia del morto ancora caldo in casa, e quando, e come, e per mano di chi. Lo facevamo impastando il pane, con le dita immerse nel destino di un altro, a plasmargli la fine come antiche parche. Eravamo noi, dure e odorose come la crosta del pane che facevamo, a far desiderare agli altri di essere donna per assomigliarci. Eravamo noi a cogliere le erbe per guarire e uccidere, per stordire e placare, per fare l’amore o il minestrone. Noi conoscevamo i segreti dei prati, e i prati conoscevano il nostro. Eravamo sacerdotesse, voci profetiche, regine di castelli di basalto, vegliati da greggi di un bianco feroce, signore di lana ispida, muro, dispensa e coperta. In quel mondo, nessuna era puttana. Eravamo noi, e mia figlia lo saprà, quando giocherà nel cortile di una casa di tre generazioni, imparando che chiedere scusa è il solo modo per dare ordini in tempo di pace. Ma poi come glielo dirò che noi eravamo anche quelle con i piatti di ceramica stampati con le facce dei reali di Savoia in fila sulla mensola del camino? Noi, con le figlie e le strade chiamate Mafalda, Margherita, Maria Josè. Eravamo noi quei dolori silenziosi alla fine dell’Altopiano, noi che al suono della banda musicale fingevamo che i monumenti alle nostre amputazioni fossero fondamenta di una nuova appartenenza. Eravamo noi a dare la benedizione ai figli in tuta mimetica che partivano di nuovo per il Kosovo, per l’Iraq, per l’Afghanistan, ansiosi di scambiare il luogo in cui erano nati involontariamente uomini per un qualunque altro luogo dove si potesse essere volontariamente soldati. Eravamo noi le madri incinte di 0,5 figli a testa, cuori a bassa percentuale di fertilità. Madri d’altro, o solo altre madri, ferite, ostaggio, uccise, precarie, sole e mal accompagnate. Eravamo noi a carnevale con addosso le gonne di broccato delle nostre nonne, e le camicie intarsiate a mano, e i fazzoletti di seta con le frange, stupite e felici di essere tipiche con la maschera di noi stesse sul volto. Eravamo noi le figlie femmine che ereditavano le spiagge, terreni senza valore, né pascolo né campo, sterile frontiera con il niente. E per niente le demmo via, immemori che il confine è una ferita, e le ferite si curano, non si vendono. Ma in quel mondo, ogni cosa era puttana. Starà zitta, e forse non mi crederà quando le dirò che eravamo sempre noi a Tortolì dentro l’auto da dove ci sequestrarono, lasciando nostro figlio sul sedile, addormentato e ignaro. Che eravamo noi a Nuoro la carceriera di quel furto d’anima, conservata dentro una scatola di polistirolo come una cosa fredda. Eravamo noi la madre morta a Gavoi quando aprirono il cofano, togliendo il fiato ad ogni speranza di riscatto. Eravamo noi la figlia del bandito a Lula quando ci spararono dalla strada al balcone, e avevamo solo quattordici anni. Starà zitta, e forse non mi crederà, che anche quelle eravamo noi. Ma io glielo dirò lo stesso, perché per una madre ogni silenzio di verità è un aborto, ogni sacrificio di memoria è una rosolia dell’anima che genera figli deformi dentro, incapaci di ricordo, a basso quoziente di libertà. La nutrirò di parole forti, di quelle parole che esistono per caricarle dei pesi che noi non siamo in grado da soli di portare. Io non tacerò, e lei mi ascolterà. E un giorno forse, quando ogni cordone ombelicale sarà creduto reciso, lei ritornerà a me sul filo di una storia, e nella memoria di quel racconto capirà che nella vita non si nasce solo una volta. Quel giorno diremo a voce alta il nostro nome per intero, e raccontare non sarà mai più un gioco da bambini.

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