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Conversazione con Vito Mancuso "Il silenzio interiore come antidoto al culto dell’io"

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Conversazione con Vito Mancuso 
"Il silenzio interiore come antidoto al culto dell’io" 
di Marco Bevilacqua


Il 57° Rapporto sulla situazione sociale del Paese diffuso a dicembre dal Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici in atto nel Paese. Quella del 2023 è una fotografia per molti versi impietosa di un’Italia che sembra invecchiata, rassegnata, piegata dalle avversità e da un clima generale stagnante: giusto il tempo di lasciarsi alle spalle il Covid, anche se non completamente debellato, e ora gli italiani sono angosciati dalla crisi della sanità, dai femminicidi, da un potere d’acquisto sempre più inadeguato all’inflazione, dal baratro dei conti pubblici, da una politica incapace di dialogo e di visione. Per non parlare della pena e del senso di impotenza di fronte alle guerre in Ucraina e nella striscia di Gaza, che continuano a mietere migliaia di vittime.
A soffrire di più di questa opaca fase di ripiegamento sono le giovani generazioni, quelle più sensibili anche al degrado dell’ecosistema, altra grande fonte di preoccupazione. Cominciamo da qui il nostro dialogo con Vito Mancuso, teologo e lucido osservatore dei fenomeni sociali del Paese.

Professore, lei recentemente ha scritto su La Stampa che il Censis racconta di giovani che, rinunciando all’idea di poter cambiare il mondo, stanno perdendo la speranza a causa della mancanza di orientamento.

Il bisogno fondamentale dell’essere umano è qualcosa che riguarda la mente, più che il sentimento, che pure è importante ma a un livello meno essenziale. Sto parlando di valori, di punti di riferimento etici. La rassegnazione dei giovani di cui parla il Rapporto è causata dall’assenza dai nostri orizzonti di un’idea forte, della stella luminosa che illumini il cammino. Un’assenza imputabile alla secolarizzazione, alla crisi dei valori religiosi e delle ideologie, malattia di cui soffre tutta la società, ma in particolare la sua parte più ingenua, più fragile, e cioè i giovani. Già nel 1802 Hegel parlava della morte di Dio.


Mi chiedo se la mancanza di educazione e di orientamento possa incidere anche in un processo fondamentale per una società come l’elaborazione del lutto. Oggi è consuetudine che, di fronte alle grandi tragedie, sia pubbliche sia private, il dolore sia esibito, documentato fin nei più reconditi anfratti. Tutto viene ricondotto a una sorta di reality senza pudore. Mi riferisco in particolare a manifestazioni come gli applausi o i cori ai funerali. Seneca diceva che lieve è il dolore che parla, perché il grande è muto.
Ricordo che da bambino, trascorrendo le vacanze in Sicilia, vedevo uomini e donne portare il lutto, come si diceva una volta, per settimane, per mesi, fra una scomparsa di un parente e l’altra. Oggi si tende a non voler vivere più il lutto come condizione perenne, quasi a volerlo esorcizzare, ad allontanarlo da sé. Sono entrambi due eccessi, da un lato il vivere perennemente in lutto, perché tante sono le scomparse, gli episodi di dolore personale che colpiscono le vite di ciascuno di noi, e dall’altro il bisogno di liberarsi, di far finta che il dolore non esista. La necessità di socializzare il dolore c’è sempre stata. La tragedia greca nasce da qui: la polis greca una volta l’anno doveva immergersi collettivamente nel dolore delle storie esemplari di Antigone o di Edipo per comprendere la propria sofferenza, per metabolizzarla. Era un momento di lavacro, di catarsi collettiva. Oggi il contesto è diverso, ma il senso profondo è ancora lo stesso. Per questo gli applausi ai funerali non mi scandalizzano, secondo me è un modo per parlare con le mani, per testimoniare di fronte alla comunità la propria vicinanza.

Il paradigma tecnologico, e non penso soltanto all’intelligenza artificiale, oggi segna il tempo degli uomini, l’accesso alle risorse, il posto dell’individuo nella società. Siamo senz’altro immersi in un periodo rivoluzionario della storia dell’uomo. Qual è l’approccio giusto, se esiste, per vivere questa condizione di cambiamento?
È necessario comprendere che noi siamo tecnica, ma non solo. La tecnica rimanda al fare, alla dimensione prassistica e performativa della vita. L’uomo sapiens è anche homo technologicus, ossia è un insieme di contemplazione e di prassi. Credo che mettere in contrapposizione queste due dimensioni sia un errore, o meglio non concordo con chi demonizza il paradigma tecnologico in cui siamo immersi. Ma anche qui l’aspetto educativo è fondamentale, perché la seduzione della tecnologia e di tutti i suoi portati nella vita quotidiana è forte e può distrarre, può indurre chi ha meno esperienza (ancora una volta i giovani) a mettere da parte la propria dimensione contemplativa, sapienziale, che costituisce la nostra essenza più profonda. Per questo nelle scuole si deve improntare l’insegnamento a prospettive umanistiche e interiori, specie nei primi anni: ci vogliono meno dispositivi e più discipline che permettono la scoperta del proprio corpo, della voce, delle capacità espressive. L’aspetto tecnologico avrà poi comunque la sua parte, perché permea le nostre vite, ma la scuola dovrebbe preparare ad altro.

In una società sempre più veloce e competitiva, ma al contempo priva di autorevoli riferimenti sociali e culturali, si può vivere la propria spiritualità nella vita quotidiana?
Vivere una dimensione spirituale per me significa entrare a contatto con la parte più profonda e più vera di noi stessi, quella legata all’interiorità e al pensiero. In greco il pensiero si chiama nous, un termine che può significare anche Dio in quanto spirito. Lei mi chiede come si fa a entrare in contatto con la parte più profonda di sé, ossia con il nous… Per farlo bisogna coltivare dei momenti di raccoglimento, una dimensione spirituale che Gesù invitava a raggiungere chiudendosi nella propria “stanza” personale, nella cripta che ciascuno di noi ha dentro di sé. L’obiettivo è coltivare il proprio silenzio interiore, condizione e insieme meta di quello stare in quiete, di quella esikìa praticata dai monaci dell’esicasmo che è anche vertice della meditazione buddista.

In ordine ai femminicidi, e alla violenza di genere, si è parlato spesso della sussistenza culturale di modelli patriarcali. Ma so che lei non è d’accordo con questa visione, e individua il vero nodo gordiano nel culto della forza e nella venerazione del potere.
La considerazione generale da cui partire è questa: quando certe donne assurgono a posizioni di vertice politico o economico, capita spesso che si comportino esattamente come gli uomini, con ciò dimostrando che i meccanismi del potere non hanno genere. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Margaret Thatcher, nota come Lady di Ferro; se la mettiamo a confronto con un politico suo coevo come Nelson Mandela, è obiettivamente difficile ricondurre le politiche di ciascuno a modelli patriarcali o matriarcali. Per essere sintetici, Mandela esprime più anima, mentre Thatcher esprime più animus, come avrebbe detto Jung. Il fatto è che dentro ciascuno di noi convivono una dimensione maschile e una femminile. La prima si esprime più nell’idea della forza, e la seconda nell’idea della relazione. In sé, nessuna delle due è sbagliata. Dobbiamo ricordare che la forza è ciò che tiene insieme gli atomi, perciò è consustanziale alla vita. Ma la forza non dovrebbe mai degenerare nel potere e nella violenza, ecco il centro della questione. Il male è quando il culto della forza diventa dominio e non serve più come elemento relazionale. Purtroppo la maggior parte degli esseri umani inneggia ai vincenti, ad Achille che uccide Ettore. Questo è il punto: non c’entra il genere, ma il culto che della forza e del “vincente” si sono costruiti uomini e donne e che la nostra società sembra celebrare ogni giorno.

Nel suo ultimo libro (Non ti manchi mai la gioia, Garzanti, 2023) lei sostiene che siamo prigionieri di un individualismo narcisista e del mito del successo, che non lasciano spazio all’espressione di sé e alla gioia di vivere. Quanto di tutto questo è frutto della mediazione dei social? O per meglio dire, i social riflettono l’involuzione della società o ne sono in qualche modo gli artefici?
Non sono un esperto di social, che utilizzo unicamente per veicolare il mio pensiero. Certo, molti indizi portano a pensare che siano fortemente connotati da violenza e aggressione verbale. Preciso peraltro che da Twitter, che adesso si chiama X, mi sono tolto non appena è stato acquistato da Elon Musk, perché non voglio avere a che fare con quella persona e con la sua filosofia di vita. Ogni civiltà ha sempre avuto alla sua base tre idee fondamentali: Dio, uomo e mondo. Parlare di Dio oggi, almeno in Occidente, è diventato un fatto privato, mentre un tempo il richiamo alla divinità era praticato e comunicato come parte di un linguaggio riconosciuto e comune, al quale non ci si poteva sottrarre. Siamo nell’antropocene, era nella quale l’essere umano con le sue attività è riuscito a incidere drasticamente sui processi geologici, facendo dell’intero pianeta una realtà da sfruttare. Si è persa la dimensione sacrale delle cose e dei luoghi, che per millenni si era mantenuta più o meno intatta. Tolti Dio e il mondo, inteso come ambiente, resta dunque l’uomo, il solo dei tre elementi cardine a sopravvivere. L’essere umano che riesce a fare a meno di Dio e piega l’universo ai suoi voleri dovrebbe essere felice e realizzato, eppure non lo è. Prendiamo gli Usa, la nazione guida del mondo occidentale: là il tasso di insoddisfazione, l’aggressività e la violenza sono ai livelli più alti. Il 40% degli americani è obeso, ed è del tutto evidente il legame di questo dato con un forte disagio psicologico. L’uomo divora tutto, gli oceani, le montagne, l’aria, e alla fine anche se stesso. L’ipertrofia dell’io che tutto può e tutto pretende è il grande male del nostro tempo. Prigioniero della trappola del narcisismo, nessuno riesce più ad accettare che ci sia qualcosa più importante di se stesso: il vero uomo spirituale non è chi prega, chi va in chiesa o mette in pratica dei precetti, ma chi ha la percezione di vivere al cospetto di realtà che sono più importanti di lui. Solo così si possono riscoprire Dio e il mondo in quanto luogo sacrale da rispettare e da contemplare.

Un pensiero che può ricordare il panteismo.
Non c ‘è vera religiosità che non abbia echi panteisti. Che cos’è il Cantico delle creature se non un inno alla gioia per tutte le cose? Perfino la morte viene chiamata “sorella”. Tutto è permeato di Dio, nulla vi è estraneo.

Cosa pensa del pontificato di Francesco?
Una grande speranza che corre il rischio di diventare una plateale illusione. La speranza era quella di un effettivo cambiamento e di un profondo rinnovamento della Chiesa, che forse non è oggettivamente riformabile. Probabilmente quindi non è una colpa ascrivibile a Bergoglio, che ha cercato con le forze a sua disposizione di lottare contro il clericalismo. Ma per me lo spartiacque, il momento in cui è cambiato il mio atteggiamento fino ad allora fiducioso nei confronti del suo pontificato è coinciso con il Sinodo dell’Amazzonia del 2019. In quell’occasione non è stata riconosciuta la possibilità di conferire il presbiterato ai viri probati. Non è stata consentita cioè l’ordinazione di uomini sposati di una certa età e di provata fede che possano celebrare messa in quelle comunità che hanno scarsità di sacerdoti e dove è difficile che un prete possa recarsi con regolarità. Tre quarti dell’assemblea sinodale votò a favore, papa Francesco invece votò contro. Per me questa fu una grave mancanza di coraggio. Non vedo grandi cambiamenti nemmeno sul diaconato femminile.

Eppure il papa resta la più autorevole, forse l’unica voce che si leva in favore della pace.
Certo, del papa profeta del mondo ho la massima stima. Il suo messaggio è potente e autorevole. In “politica estera”, quindi, gli do il massimo dei voti. È in quanto capo della Chiesa, e quindi nella politica interna, che papa Francesco non raggiunge la sufficienza.










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