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Umberto Galimberti “Il selfie è una tragedia: fotografiamo la vita mentre lei se ne va da un’altra parte”

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29 settembre 2023 

Il filosofo Umberto Galimberti lo aveva già ben spiegato qualche mese fa ai lettori della Stampa. L’articolo si intitolava: «L’autoritratto è indecente» e lì spiegava come la dittatura dell’immagine e, segnatamente, del selfie rappresenti una tragedia della società attuale.

Secondo il filosofo, l’autoscatto è il punto più alto del narcisismo umano: si tende a volersi rappresentare da soli «per paura che l’altro possa dire qualcosa di sbagliato o di male nei propri confronti». E continua: «Quando si va per musei – definiti da Galimberti “la tomba dell’arte” – si tende più a fotografare le opere e condividerle sui social, piuttosto che “godersi” la visita: così si finisce per appiattire l’intera esperienza riducendola alla visione di uno schermo».

Aggiunge: «Io mi faccio un selfie, tutti si fanno un selfie, io sono tutti»: con questo sillogismo aristotelico giochiamo a riassumere la società di oggi, dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. E precisa: «Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro».

Ma oggi, intervistato dalla fotografa Silvia Camporesi per Artribune, il filosofo è andato oltre, paragonando il selfie a una tragedia. E la sua analisi è stata ripresa da motli giornali stranieri. «Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns che, spostandosi dall’essere all’avere, soggiace alla necessità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, creando una forma di compulsione del possesso delle immagini». E così ci illudiamo, fotografando la vita, di vivere frapponendo fra noi e la realtà, una protesi che si chiama telefonino, congelando così una vita che non abbiamo mai davvero vissuto.

Fotografiamo tutto - spiega - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo, un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita».

«Il selfie poi, – prosegue – come simulacro di perfezione è null’altro che una proiezione evanescente di sé: ma del resto non è autentica. Aristotele diceva che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono»

Il fotografare se stessi selfie rappresenta dunque un’ iperbole mediatica priva di fondamento. Sono le ombre proiettate all’interno della caverna nel racconto platonico. Bisogna uscire dunque uscire dalla doxa (opinione superficiale e variabile) data dall’immaginario evanescente del selfie, quindi delle ombre sulle pareti della caverna per trovare la verità nella spontaneità.

Come aveva già scritto sulla Stampa, Galimberti continua a preferire l’isolamento piuttosto che la socialità di persona. «C’è anche – precisa – una sostanziale differenza tra cercare gli altri e farsi vedere da questi ultimi: il selfie ha proprio quest’ultima funzione, quindi qualcosa di puramente egocentrico».

Il monito di questa lezione potrebbe essere «instagrammisti di tutto il mondo lasciate il telefonino ed entrate nella vita. Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità». 


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