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Umberto Galimberti «L'identità? Un dono degli altri»

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intervista a Umberto Galimberti a cura di Alessandra Lupo
21 Agosto 2023 

Dopo Le parole di Gesù, testo che tenta di restituire al messaggio di Cristo la sua essenza umana, Umberto Galimberti pubblicherà a settembre il nuovo volume L’etica del Viandante. Giovedì il filosofo in Puglia per la lectio magistralis a Martano, ospite del Festival Itinerante La Notte della Taranta, il 25 a Fasano per il festival Pensieri Ricorrenti e poi sabato 26 presenta il suo libro a Specchia.


Umberto Galimberti, lei ha in qualche modo scrostato dall’apparato religioso il messaggio Gesù, perché ha sentito il bisogno di questa pulizia?
«Il punto di partenza è che le parole di Gesù non sono state minimamente recepite dal Cristianesimo. Gesù non aveva alcuna intenzione di fondare una religione e anzi, l’unica volta in ci si arrabbiò tremendamente fu contro i sacerdoti del tempio. Le religioni sono la sacralizzazione delle culture che, una volta sacralizzate, diventano automaticamente violente. Le guerre di religione sono enormemente più feroci di quelle per interessi economici, perché non si può mediare sulla religione, che garantisce identità e appartenenza e quindi fa parte della psiche collettiva di un popolo».

Eppure il cristianesimo si basa sul suo messaggio.
«Ma fu San Paolo, che oltre all’ebraico parlava anche il greco e il latino, a fondare questa religione. Poi Costantino la rese la religione dell’impero, Carlo Magno quella del Sacro Romano Impero e con la scoperta dell’America la religione che coincideva con l’umanità e che portò allo sterminio di milioni di indigeni. Poi, con il Concilio Vaticano Secondo, la religione si è conciliata con il laicismo, emancipandosi dal sacro, che è incomprensibile e sta al di là della ragione». 


La fede quindi che ruolo ha?
«Gesù chiedeva una fede e una fiducia nella sua parola, nell’amore e nel prossimo. Non chiedeva una religione. La fede di per sé è una dimensione irrazionale come l’amore, l’idealizzazione, il dolore, la fantasia. Tutte queste dimensioni sono state ignorate e abbiamo perso i riti necessari per il conforto e le condizioni estetiche della liturgia. La religione di solito risolve questioni relative all’appartenenza, all’identità di popolo ma non produce fede, perché non accede al sacro. Queste cose le ho anche dette al Papa».


E lui come ha reagito?
«Mentre parlavo sorrideva e alla fine mi ha abbracciato con molto affetto, credo che queste cose le percepisca anche lui. Del resto Papa Francesco sviluppa una teologia del vangelo che non è catechismo». 


Il volume è dedicato ai giovanissimi, qual è il loro rapporto con la spiritualità?
«I giovani non sono mai troppo disposti alla dimensione dello spirito. Soprattutto in un’epoca come la nostra in cui i valori sono quelli del mercato e della tecnica. Ma ai ragazzi volevo dare un segnale, spiegando loro che le parole di Gesù chiedono un impegno esistenziale. Tenendo conte che in ebraico la parola verità, èmet, è connessa all’azione e non alla contemplazione come per i greci. Noi facciamo poca verità».


Che vuol dire fare verità?
«Vuol dire non mettere in pratica la parola di Gesù: “Ero straniero e mi avete accolto, ero affamato e mi avete dato da mangiare” e così via. Per questo quando sento i nostri rappresentanti di destra dirsi cristiani, come fa Giorgia Meloni o Salvini agitare il crocefisso, penso: quella non è fede, è religione, uso del linguaggio per raccogliere i voti di chi crede».


A settembre uscirà il suo nuovo libro, L’etica del viandante che. Chi è il viandante oggi?
«Noi oggi non abbiamo viandanti ma viaggiatori di professione. Il viaggiatore ha in mente una meta e tutti i luoghi che attraversa non hanno significato. Il viandante invece, non ha mete. Non ha mete escatologiche che vanno al di là della sua vita terrena, né scopi da realizzare con il suo peregrinare. Non ha neppure un sentiero, perché il sentiero è costruito dai suoi stessi passi. Lui cammina per fare esperienza, conoscere un prossimo che è sempre meno specchio di sé e sempre più altro. Il viandante è costretto a fare i conti con la differenza».


Le migrazioni sono questo?
«Le migrazioni che arrivano da noi designano un presente che è sotto il segno della deterritorializzazione e la storia futura sarà tutta sull’oltrepassamento dei confini. Perché i beni della Terra sono i beni di tutti».


Non tutti la pensano così...
«Perché lo Stato ha sviluppato una logica del nemico, in cui garantisce la pace al suo interno ma al confine vigono diffidenza e ostilità. Ma la Terra ora ha un problema nuovo: difendersi dagli effetti della tecnica e quindi dalla stessa umanità».


Prima parlava di identità, che sarà al centro del suo talk nel Salento, L’identità è un dono sociale. Di che identità parliamo?
«L’identità collettiva è una fantasia del mondo contemporaneo. Se c’è una terra che non ne ha è proprio l’Italia, composta da una moltitudine di etnie. L’identità personale invece si sviluppa come dono dell’altro, che arriva dal riconoscimento della famiglia e dall’educazione. Un bambino si forma a seconda di quello che gli viene attribuito. Anche da adulti l’identità ci viene donata dagli apparati di riconoscimento: un avanzamento di carriera la rafforza, un mobbing la demotiva. Aristotele diceva “Quando un uomo entra in una comunità e pensa di fare a meno degli altri o è bestia o è dio. Ma non è un uomo”. Purtroppo il cristianesimo ha privilegiato l’individuo rispetto alla società, perché l’anima si salva individualmente». 


Esiste anche un’identità culturale, però. Penso a quella del Mezzogiorno riscoperta attraverso la riesumazione di antichi riti e tradizioni.
«Il Sud detiene una parte fondamentale di tradizione rispetto al Nord dominato unicamente da tecnica e mercato. Il Mezzogiorno conserva una componente di solidarietà, di relazione tra le persone introvabile altrove. Nel Sud si parla molto e questo fa bene alla psiche. Il Nord giudica negativamente le performance del Sud usando parametri che attengono la tecnica e il mercato. Ma invece potrebbe imparare la dimensione dialogica del Mezzogiorno, più rispettoso del mondo della vita rispetto a un Nord in cui la vita coincide solo con la tua professione».

 

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