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Marinella Perroni "Liberazione e libertà"

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A lungo ci si è domandati fino a che punto Gesù di Nazareth e il movimento di discepoli che lo seguivano si rapportassero all’ordine costituito in modo analogo ad altri gruppi marginali e sovversivi dell’epoca, che rappresentavano una delle possibili reazioni alla situazione di ingiustizia e di sofferenza a cui il gioco di insane alleanze tra gruppi giudei dominanti e occupanti romani condannava il popolo di Israele. In fondo, del suo seguito stretto facevano parte uno o forse anche più “zeloti”, difensori dell’indipendenza politica del Regno di Giuda, che i Romani consideravano terroristi o criminali comuni. 

Una sequenza del musical Jesus Christ superstar ha avuto il merito di esprimere al meglio la questione. In un immaginario dialogo con Gesù ormai incamminato verso la sua passione Giuda grida, con dolore e rabbia, tutto il suo sconcerto perché lui passerà alla storia come il traditore ma, in realtà, è lui ad essere stato tradito. Non era stato forse proprio Gesù stesso a presentarsi come colui che avrebbe realizzato le aspettative messianiche, restituito a Israele pace e libertà, restaurato finalmente la giustizia? E le beatitudini non avevano fatto sperare che il Dio del Regno avrebbe finalmente ricostituito il popolo nella giustizia? Quando ho visto il musical nella sua versione cinematografica gli spettatori in sala hanno accompagnato la fine del disperato monologo di Giuda con un lungo applauso liberatorio. Dai vangeli non risulta con chiarezza se Gesù stesso abbia capito e vissuto la sua missione anche come un progetto politico, ma è anche vero che sono stati scritti quando ormai la fede nel Risorto si andava diffondendo come istanza essenzialmente religiosa. 

Non c’è dubbio, comunque, che Gesù viene messo a morte con l’accusa di sovversione e sulla sua croce campeggia una tavoletta sulla quale Pilato ha scritto una sentenza di morte che è prettamente politica. E non è un caso che, tutte le volte che interviene su questioni di portata sociale, Francesco si deve difendere da accuse di presunto “marxismo”: in tutte le epoche l’annuncio del vangelo ha avuto anche delle ricadute politiche. 

Per orientarsi in una questione che è da sempre disputata, dobbiamo tornare alla scena che, secondo l’evangelista Luca, rappresenta l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Quando, nella sinagoga del suo paese, Nazareth, Gesù attribuisce a sé stesso le parole con cui il profeta Isaia aveva descritto l’avvento dell’era messianica: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4,18-19; cfr. Isaia 61,1-2). Come può Gesù affermare «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» se poi, di fatto, dopo la sua morte perfino quelli che hanno creduto in lui vivono nella stessa situazione di prima, i poveri, i malati e gli oppressi continuano a esserlo e l’unico prigioniero a essere stato liberato è solo Barabba? Che valore hanno termini come libertà-liberazione? Insomma: quel “Regno” di cui Gesù ha con forza annunciato l’imminente venuta altro non è che una pia aspirazione priva di ogni ricaduta sulla vita sociale e politica del suo popolo? 

La questione della liberazione dei prigionieri, poi, non può che lasciare perplessi: in fondo, nella lunga tradizione cristiana gli interventi sui poveri, i malati, gli oppressi hanno trovato una loro traduzione morale in quelle che sono state chiamate le “opere di misericordia corporale”, ma non è un caso che, per quanto riguarda i prigionieri, la trasposizione suona “visitare i prigionieri”, non certo liberarli! 

L’oracolo del profeta Isaia conferisce prospettiva messianica a due istituzioni con cui Israele aveva tentato di arginare l’aumento della povertà e della carcerazione dei debitori insolventi, aumento dovuto al passaggio dall’epoca delle tribù on cui regnava l’uguaglianza sociale, a quelle successive dominate da una crescente disuguaglianza: l’anno sabbatico e l’anno giubilare. Ogni settimo e ogni cinquantesimo anno doveva essere caratterizzato, almeno idealmente, da un riposo della terra, i cui frutti dovevano essere lasciati ai poveri, e da un condono che comportava la liberazione dei prigionieri resi schiavi dai debiti. 
Come il sabato doveva ricordare che il tempo, e quindi la creazione, appartiene a Dio, così l’anno sabbatico doveva ricondurre Israele al fondamento della sua fede, cioè al riconoscimento che la terra è di Dio, e liberare il popolo dalle scorie della storia. Per il profeta Isaia, questa idealità avrebbe avuto finalmente la sua piena realizzazione con l’avvento dell’era messianica e per Gesù proprio la sua predicazione del Regno avviava l’inizio del grande e definitivo giubileo. 

La tradizione cristiana ha ripreso, a partire dal Medioevo, la consuetudine dei giubilei trasponendo però le pratiche sul piano della conversione interiore e degli impegni devozionali. È discusso se e in che misura Israele abbia mai rispettato l’istituzione giubilare. Certamente quando, in occasione del grande giubileo del 2000, Giovanni Paolo II ha chiesto ripetutamente ai paesi ricchi che condonassero il debito che impedisce la liberazione dalla schiavitù dei paesi poveri, nessuno lo ha voluto ascoltare. Per aver proclamato l’anno della liberazione nella sinagoga del suo paese, d’altro canto, Gesù ha rischiato di essere buttato giù da un monte e, per aver proclamato “l’anno di grazia del Signore”, è stato messo a morte da chi sapeva molto bene cosa avrebbe dovuto significare.

di Marinella Perroni
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