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Alessandro D’Avenia "Dovunque sotto il cielo"

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27 marzo 2023

Ho celebrato il giorno dedicato a Dante Alighieri, il Dantedì del 25 marzo (probabile data di inizio del suo viaggio nell’aldilà e, non a caso, festa dell’Annunciazione a Maria, nove mesi prima del Natale, e data simbolica dell’inizio della creazione divina associata alla primavera), concludendo il racconto della Commedia a teatro in tre serate intitolate: «Di nostra vita: inferno, purgatorio, paradiso».

 

Ritengo che questi non siano luoghi in cui andremo, ma in cui siamo (sono stati e strati dell’esistenza) ogni giorno, per scelta più o meno consapevole. La grande letteratura non scherma la vita, ma ne testimonia l’esperienza «senza mezzi termini», cioè con precisione di parole. Quando il poeta narra il viaggio nell’aldilà sta vagando nell’al di qua da esiliato: ha perso tutto, non potrà mai più tornare a Firenze a causa di un’ingiusta condanna. La sua vita è «imprigionata» eppure trova la strada verso il cielo, non andando in alto, ma scavando oltre l’abisso: toccando il fondo gelato dell’inferno, Dante scopre infatti che è un’apertura, e quella che sembrava una discesa era invece un’ascesa. 

Arrivati al centro della Terra, Virgilio aiuta Dante a calarsi lungo il corpo di Satana (un corpo a corpo con il male) che è lì incastrato, per poi aiutarlo a mettersi a testa in giù e introdurlo nell’altro emisfero, dove salirà sul monte del purgatorio, per poi volare in paradiso. 


Dante mi ha dato le parole per definire un’esperienza che prima o poi capita a tutti: per toccare il cielo bisogna prima toccare il fondo e, addirittura, attraversarlo. Le morti, e la morte, in cui incappiamo sono passaggi (la Pasqua che si avvicina significa in ebraico «passaggio»). 

Sono solo metafore o è realtà? 


Se tracciamo la direzione del cammino di Dante scopriamo che all’inferno va sempre verso sinistra, in Purgatorio verso destra, in Paradiso in verticale: la mappa «di nostra vita» è una spirale (puntate il vostro indice in basso e fatelo ruotare verso sinistra, lentamente girate la mano verso l’alto, senza smettere di far girare il dito: il movimento rotatorio da sinistra ora va verso destra). Il viaggio dantesco è quindi fatto di due spirali (l’inferno è una voragine a imbuto, il purgatorio il monte corrispondente), un’unica salita verso un centro-punto-nodo e in un’unica direzione: avanzare nel compimento di sé attraverso l’incontro con gli altri (è l’opera con più personaggi della letteratura mondiale) e con l’Altro, e di conseguenza con sé stessi, perché è solo nella relazione che noi definiamo la verità di chi siamo. 


Dante va quindi sempre in una sola direzione, verso l’alt(r)o, in progressiva liberazione dal «peso» della vita: il «peccato». Con «peccato» si traduce una parola antica che significava «fuori bersaglio, fuori centro», ciò che non va a buon fine, come quando si rompe un vaso prezioso o uno sportivo subisce un grave incidente, e diciamo: «Che peccato!». L’esclamazione non si riferisce all’infrazione di regole, ma al mancato compimento di qualcosa il cui fine era palese: «pecca» chi tradisce se stesso. 


Ognuno di noi è chiamato a farsi capolavoro, compiere la sua «forma», il peccato «de-forma» come un vandalo il capolavoro. Io pecco, manco il bersaglio, tutte le volte che mi tradisco, cioè mi illudo di non essere chi sono e quindi tradisco il mio desiderio, che è la chiamata rivolta dalla vita a me e solo a me: principio di animazione che mi conferisce un posto unico al mondo. Dante nel suo lungo percorso d’ascesa a spirale impara a non tradirsi (inferno), a liberarsi da ciò che lo spinge a tradirsi (purgatorio), a volar dritto verso il proprio compimento (paradiso). 


Insomma la spirale in salita della Commedia è la figura geometrica che rappresenta meglio il cammino di ogni persona verso il centro di sé: essere e fare ciò che solo io posso essere e fare, vivere la vita autentica da cui mi allontano o a cui mi avvicino per tentativi, anche dolorosi, in ascesa verso me stesso. I miraggi di esistenza, desideri fallaci di esistenza e d’amore, ci de-centrano facendoci vivere vite non nostre: «un vero peccato!». Per con-centrarsi, raccogliere le energie e indirizzarle al bersaglio di cui siamo freccia assetata, è necessario avanzare salendo, cioè riconoscere nell’esperienza quotidiana ciò che porta a tradirsi o a essere «centrati»: disperazione, tristezza e gioia ne sono segni infallibili. 


La nostra vita è un inferno se siamo fuori dal centro (disperazione); un purgatorio se, trovatolo, ci dis-perdiamo in altro (tristezza); un paradiso se ogni nostro gesto nasce dalla nostra unicità (gioia). 


Lo scriveva già Pavese nel suo Mestiere di vivere: «Come mai, senza saperlo, hai diretto tutto a un centro? Logica interna, provvidenza, istinto vitale?». Qualunque risposta diamo, il centro (originalità e ispirazione: ciò per cui sono al mondo e vengo sempre più al mondo) agisce in noi: se siamo in traiettoria siamo in paradiso, se deviamo in purgatorio, se rinunciamo all’inferno. La vita allora è necessariamente un cammino per capire che cosa ci fa fiorire o marcire, una continua messa a punto del desiderio: il contrario di «peccare» è «fare centro». 


Ma come capire se siamo (con-)centrati? Diamo frutto («concentrato» si dice di un succo genuino) nel modo di essere che ci rende originali, cioè originari: una mela è il fine del seme ma al tempo stesso l’origine di nuovi semi. Anche a Dante accade così. Alla fine del viaggio, faccia a faccia con Dio, non si dissolve ma si compie, cioè diventa il Dante che solo Dante può essere, e infatti «torna» sulla Terra, cioè a se stesso, rinnovato: è sempre in esilio e senza nulla, ma del tutto centrato, restituito al suo sé autentico, figlio del Dio, creatore e amore, che ha incontrato faccia a faccia. Adesso le energie che lo rendono pienamente uomo, creare e amare, sono libere: noi ci realizziamo dando al mondo ciò che in noi è al mondo già da sempre destinato, costi quel che costi. 


Chiedersi se oggi sono all’inferno, in purgatorio o in paradiso, significa in fondo domandarsi se oggi la vita in e a attorno a me diminuisce, ristagna o aumenta, cioè se non ho tradito me stesso. 


Quando al poeta viene proposto di tornare a Firenze, 15 anni dopo esser stato esiliato, a patto di confessare pubblicamente una colpa mai commessa, Dante risponde nella famosa lettera a un amico fiorentino: «Non è questa la via del ritorno in patria, ma se una via diversa si troverà che non leda l’onestà di Dante, quella non a lenti passi accetterò, ma se non si entra a Firenze per una siffatta via, a Firenze non entrerò più. E allora? Non vedrò forse dovunque la luce del sole e delle stelle? Non potrò forse meditare le dolcissime verità dovunque sotto il cielo? Né certo mi mancherà un pezzo di pane». 


In esilio, ma fedele a se stesso, Dante si è (e ci ha) costruito una patria, dove è libero dovunque si trovi. Per andare in paradiso la strada più breve è toccare il fondo (il dolore è vita che vuole guarire e nascere) e spezzare lo strato di «peccato» (menzogne e disamore) che ci impedisce di abitare il cielo che già ci portiamo dentro e che solo noi possiamo «aprire» sulla Terra. Dovunque.


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