Enzo Bianchi "Perché portiamo i fiori ai morti"

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La Repubblica 
 31 ottobre 2022
per gentile concessione dell’autore.

Gli alberi si spogliano delle foglie e le lasciano cadere a terra, appaiono nebbie mattutine sempre più lente a dissolversi e anche in noi emergono sentimenti velati di oscurità… È autunno inoltrato, è ora di pensare ai nostri morti. Forse per contrastare questa spoliazione in atto, che rende la terra desolata, noi rendiamo alcuni lembi di terra, i cimiteri, simili a prati primaverili in fiore, che con i loro colori trasformano un “campo santo” in una tavolozza che richiama i tramonti, con tonalità penitenziali, violacee o pallide. 

Resto sempre stupito da questo ripetersi fedele di gesti che si concentrano ogni anno nel giorno di domani, vigilia dei “morti”. 

Andiamo ai cimiteri, puliamo le tombe imbrattate dalle intemperie, portiamo fiori e anche fiammelle, per creare un’atmosfera vissuta già prima, quando eravamo tutti insieme sulla terra. Perché anche nelle tombe preistoriche troviamo sempre “fiori” accanto ai morti, deposti dai parenti, da chi dava sepoltura a chi aveva cessato di vivere? Certamente perché da sempre gli umani contraggono un debito verso i morti. Ma che cosa dobbiamo loro? Come pagare il nostro debito ora che non sono più con noi? Proprio dal sentire un debito di riconoscenza, gratitudine, scaturisce in noi il dovere di compiere un gesto, dare un segno che siamo umani dotati di memoria, capaci di ricordare e conservare fili di relazione e pepite di amore da scambiare con chi non c’è più. Se qualcosa abbiamo ricevuto dobbiamo riconoscerlo, perché chi ci ha preceduto ci ha fatto venire al mondo, ci ha fatto crescere, ci ha amato, ha significato qualcosa di buono per la nostra vita. 

Nessuno è esentato e non trova motivo per dire un grazie a qualcuno. Anche per portare a termine i nostri doveri verso le generazioni future occorre essere esercitati al riconoscimento dei doveri che abbiamo verso chi ci ha preceduto. Ciò che abbiamo ricevuto lo dobbiamo trasmettere… e possibilmente un po’ meglio. Chi fa tabula rasa del passato e sente la vocazione del rottamatore (attualmente tanto esercitata dalla generazione di mezzo) lascia macerie dietro di sé, e spesso continua ad agitarsi perché non riesce a vedere il deserto che si è creato intorno. Sì, ci sono alcuni che pensano di non aver ricevuto nulla, e quindi di non aver nulla da dare, ma in questa incapacità di donare e accogliere i doni ricevuti sta nient’altro che la loro disperata solitudine. Il gesto semplice di andare a scegliere un fiore, di portarlo sulla tomba e offrirlo al morto è un gesto di grande umanità, è usare un linguaggio non verbale per dire a chi non c’è più che l’amore continua, la memoria è viva, e che nel cuore c’è riconoscimento e gratitudine, l’assolvimento di un dovere. 

Un amico morto resta un amico sempre, un nemico morto non è più un nemico. E chi porta un fiore al cimitero spero l’abbia portato anche mentre l’altro era ancora in vita. I morti non vanno uccisi, ma neanche i vivi devono essere dimenticati.

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