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Enzo Bianchi "Processo sinodale: la prima tappa di un lungo cammino”

agosto-settembre 2022
Processo sinodale: la prima tappa di un lungo cammino
per gentile concessione dell'autore

Ampia la risposta, sebbene con alcuni limiti: tra questi la scarsa partecipazione dei giovani

Siamo giunti al termine della prima tappa del cammino sinodale così come l’ha voluto papa Francesco. Un processo nel quale tutto il popolo di Dio insieme ai pastori si ponesse, innanzitutto, in una postura di ascolto reciproco e, quindi, anche di ascolto dei “segni dei tempi e dei luoghi”, di ascolto di quelli che sono“fuori”dal perimetro delineato dai credenti, ma che hanno una voce, una parola che può aiutare il cammino della Chiesa sulle vie del mondo nella fedeltà al suo Signore. Molti erano i timori circa la riuscita di questo inizio di cammino sinodale, ma abbiamo constatato che c’è stata un’ampia risposta a questa iniziativa,sebbene con alcuni limiti: pochi sono i giovani che hanno partecipato, e anche i cattolici tradizionalisti non vi hanno preso parte, specie in alcune chiese come quelle di Francia, Germania, Stati Uniti, che ne contano molti al loro interno. Il rapporto dei vescovi di Francia lo confessa candidamente, ma noi vogliamo sperare che nelle prossime fasi del processo sinodale, soprattutto i tradizionalisti non ideologici, in nome dell’unità della Chiesa, siano calorosamente invitati a dare il loro contributo e a confrontarsi con rispetto e senza diffidenze con i fratelli.

 

Certo,questa è un’ora in cui dobbiamo impegnarci più che mai a dire la verità, a non dissimulare i conflitti, a pesare le parole, ad accettare la diversità, la differenza con i fratelli di fede, consapevoli che la comunione dello Spirito santo è comunione plurale e che la sapienza di Dio si mostra sempre policroma.

 

C’è un clima nella Chiesa cattolica, purtroppo presente nella maggior parte delle Chiese cristiane, caratterizzato dall’ansia per l’uniformità, dal timore per la libertà nella vita cristiana, dalla reticenza a estendere la sussidiarietà e dalla fatica ad accogliere i sorprendenti doni dello Spirito. La paura dello scisma porta a misure che non appaiono quelle che Paolo VI aveva previsto quando diceva: «Avremo un periodo nella vita della Chiesa, e perciò in quella d’ogni suo figlio, di maggiore libertà, cioè di minori obbligazioni legali e di minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo; sarà semplificata la legge positiva, temperato l’esercizio dell’autorità, sarà promosso il senso di quella libertà cristiana che tanto interessò la prima generazione cristiana» (Udienza generale, 9 luglio 1969).

 

Ma cerchiamo di leggere con attenzione, discernimento e sapienza ciò che è stato vissuto in questo primo tempo sinodale e che emerge dalle sintesi di alcune Chiese tra le più importanti in Europa.

 

In tutta la Chiesa si è data la priorità a un “ascolto” ampio e reale, scelta con la quale si è voluto consapevolmente capovolgere lo schema abituale che per lo più prevede che il popolo di Dio ascolti la gerarchia senza essere ascoltato. Invece papa Francesco ha indicato nell’ascolto reciproco la priorità da viversi in questa occasione: tra credenti, dunque tra pastori e fedeli,

e anche tra Chiesa e umanità. A partire da molte parrocchie, da molte comunità, si è veramente cercato di praticare nella libertà la presa della parola, parola che è stata data a tutti quelli che volevano partecipare al Sinodo. E’ innegabile che ci siano state diffidenze, che alcune parrocchie hanno ignorato il cammino sinodale, e che si siano riscontrate delle difficoltà ad ascoltare i cosiddetti “lontani”, “quelli di fuori”. Tuttavia, i dati che giungono dalle diverse realtà coinvolte nella prassi sinodale, che rappresenta una vera novità per la Chiesa, dicono che lo spazio e l’impegno ci sono stati.

 

E da questo confronto, che è stato un faticoso ascolto tra fedeli e pastori, sono emerse delle sorprese che rivelano una volontà di “vivere la Chiesa” con convinzione e in obbedienza al Vangelo di Gesù Cristo.

 

È molto importante che numerose Chiese abbiano pubblicato la sintesi degli interventi dei fedeli. E risulta altamente significativo che nelle singole Chiese locali si sia quasi sempre individuata come prima urgenza quella di rinnovare o riconfermare il primato della parola di Dio e la centralità del Vangelo.

 

Sì, la prima e più frequente richiesta riguarda proprio il rapporto tra Chiesa, assemblea credente e parola di Dio: si chiede che nelle comunità cristiane si faccia più riferimento al Vangelo che alla dottrina, che l’omelia sia buona notizia, cibo per la vita del credente e ispirazione per il suo essere nel mondo senza essere del mondo. E accanto a questa urgenza del primato della Parola emerge la richiesta di porre attenzione alla liturgia, in particolare al suo linguaggio attuale ritenuto “irricevibile”, e ai segni liturgici che devono essere rinnovati al fine di diventare eloquenti per l’uomo contemporaneo. È molto importante che sia emersa anche la domanda di “riaprire i cantieri della liturgia”, perché essa sia realmente una preghiera per le assemblee d’oggi e non la ripetizione di formule composte in tempi e contesti culturali molto lontani. Solo così ci sarà un rinnovamento liturgico e la fonte della liturgia riprenderà a dare acqua di vita a tutta la Chiesa. La “riforma liturgica” auspicata dovrà essere capace di infondere ai riti quella dinamica che permette una piena partecipazione dei fedeli.

 

Oltre questa richiesta ne spiccano altre che non devono meravigliare: innanzitutto la richiesta di un paradigma di comunione diverso nella Chiesa. Non è solo questione di clericalismo, ma si chiede fraternità, riconoscimento reciproco, una comunione che sia vissuta concretamente. Le comunità cristiane sono in sofferenza e in diminuzione, e si incamminano verso la dispersione (la tanto temuta diaspora), se non ricostituiscono un tessuto innanzitutto umano, un ambiente accogliente per i credenti che si ritrovano per l’eucaristia.

 

Questo per me resta il problema più serio, anche se non mi sembra sia stato messo a fuoco e adeguatamente considerato. Se non riusciamo a dare un volto alla comunità locale dei credenti (piccola o media comunità), se siamo incapaci di riconoscerci l’un l’altro incontrandoci insieme prima o dopo la liturgia, se non si riesce più a condividere la pazienza della faticosa vita ecclesiale, allora a cosa si riduce il ritrovarsi della domenica? Per questo, occorrerà individuare come prioritaria la costruzione della fraternità e rinnovare la liturgia. Non dovremmo dimenticare l’esempio degli evangelici pentecostali: se hanno la grazia della dilatazione è perché sanno “fare fraternità” prima ancora di arrivare a una prassi liturgica e sacramentale.

 

Oggi i cristiani in Occidente sono troppo individualisti per essere capaci di fare comunità, una comunità cristiana! Molti gruppi che vivono una fede cattolica matura e una liturgia domenicale partecipata e viva sono sorti o in luoghi non istituzionali, oppure attorno a un presbitero che ha innanzitutto animato ed edificato la fraternità, quella fraternità di cui c’è tanta fame oggi!

 

Ma se queste sono le domande condivise e profonde emerse nelle principali chiese dell’Europa occidentale, diventa necessario prendere in considerazione anche altre richieste che sembrano temerarie, e che forse oggi scandalizzano alcune porzioni del mondo cattolico.

 

La più attestata è quella di aprire la possibilità dell’ordinazione presbiterale a uomini sposati: in realtà, se ne parla da decenni ma non si ha il coraggio di compiere questo passo, che certamente sarebbe molto significativo non tanto per risolvere il problema delle vocazioni presbiterali, oggi sempre più rare, ma anche per il popolo cristiano che potrebbe essere edificato da vite matrimoniali esemplari.

 

Resta vero che, strettamente collegate a questa richiesta, ce ne sono alcune altre: la possibilità di concedere il mandatum praedicandi anche a dei laici preparati, il conferimento del diaconato alle donne come già è stato concesso agli uomini e, infine, anche l’ordinazione presbiterale delle donne stesse.

 

Attenzione: questa richiesta non proviene oggi solo da gruppi marginali nella Chiesa, ma si sono espresse in questo senso le Chiese di Catalogna, Spagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Irlanda.

 

Nelle sintesi dei lavori avvenuti nelle Chiese sotto la guida dei vescovi, e presentate a Roma alla Segreteria del Sinodo, queste richieste sono presenti e va riconosciuto che i vescovi non hanno coraggio, non hanno voluto censurarle, ma hanno ritenuto che come il popolo di Dio si è espresso, così debba essere ascoltato anche da Roma!

 

Non sarà facile per la Segreteria del Sinodo e, di conseguenza, per papa Francesco dare una valutazione e discernere tra queste proposte o desiderata. Anche perché interi episcopati, come quello polacco, hanno già contestato queste proposizioni, giudicandole non cattoliche e così pure un gruppo formato da un centinaio di vescovi. Al contrario, tali proposizioni sono state approvate da figure importanti come il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione delle conferenze episcopali europee, e dal vescovo Georg Bätzing, presidente Conferenza episcopale tedesca.

 

Ricompare qui lo spauracchio dello scisma nella Chiesa cattolica, perché su questi temi, come anche su quello dell’etica sessuale, la polarizzazione è veramente grande. Del resto, un Sinodo che non affronta i problemi reali della Chiesa provocherebbe una grande delusione e porterebbe non alla diaspora ma all’implosione della stessa Chiesa.

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