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Enzo Bianchi "La forza dell’amore sconfigge la morte”

Vita Pastorale  
novembre 2021
La forza dell’amore sconfigge la morte
per gentile concessione dell'autore

Concludiamo il nostro percorso cristologico che non solo si proponeva di ridire la nostra fede cristiana in Gesù di Nazaret, ma anche evidenziare come Gesù può intrigare gli uomini e le donne di oggi, abitanti una società non più cristiana e, addirittura, indifferente a ogni discorso su Dio. Dopo aver sostato sul grande evento del Dio fatto carne, del racconto che Gesù ci ha fatto nella sua carne mortale di Dio e dopo aver anche messo in rilievo continuità e rottura nell’insegnamento e nel comportamento di Gesù rispetto alla tradizione ebraica dei padri, occorre contemplare l’esito di questa vita umana. Vita di un ebreo marginale, vita profetica, messianica, e confessata come vita umana del Figlio di Dio che venuto dal Padre è tornato al Padre. Ed è qui, in questo esito che sta il proprium, lo specifico del cristianesimo: la morte in croce di Gesù e la sua risurrezione dai morti. Risurrezione dalla morte che Gesù, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29), estende a tutta l’umanità per la quale l’alienazione della morte resta sempre la necessità da cui essere liberati, salvati.

 

Ma cominciamo a porci la domanda: perché Gesù è risorto dai morti, l’unico uomo che, per i credenti in lui, ha conosciuto una vittoria della vita sulla sua morte? Sarebbe troppo sbrigativo affermare che egli è risorto perché era Figlio di Dio. Questa risposta non basta. È frutto dello stesso errore da cui siamo partiti: cominciare dalla fede in Dio, e poi solo in un secondo momento credere in Gesù. D’altra parte, non è neppure sufficiente leggere la risurrezione come il miracolo dei miracoli. Tale interpretazione contiene certamente una verità, perché la risurrezione è l’inaudito per noi uomini. È ciò che contraddice la certezza universale secondo cui la morte è l’ultima parola sulla vita umana. Ma è ancora una spiegazione insufficiente..

 

Partendo proprio dalla realtà della morte, vorrei abbozzare una meditazione che consenta di comprendere in che senso la risurrezione di Gesù è l’evento determinante della fede cristiana. Nell’Antico Testamento la morte è il segno per eccellenza della fragilità umana. Ogni uomo porta dentro di sé “il senso dell’eterno” (Qo 3,11), l’ansia di eternità. E, tuttavia, è costretto a constatare l’inesorabile presenza della morte come ciò che contrasta fortemente la sua vita. Con uno sguardo naturalistico, si può anche ammettere che la finitezza umana sia, in qualche modo, una necessità biologica, come lo è per ogni creatura. Ma tale giustificazione non spegne dentro di noi la sensazione che la morte, proprio perché non permette che qualcosa di noi rimanga per sempre, minacci fortemente il senso della nostra vita: la morte è la somma ingiustizia!

 

È qui che entra in gioco la riflessione che ogni uomo e ogni donna fanno sotto il cielo, da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l’amore. Quando, infatti, diciamo a qualcuno: «Ti amo», ciò equivale ad affermare: «Io voglio che tu viva per sempre». La nostra vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati. E tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti dell’eternità. Ora, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici, posto al cuore della Bibbia, consiste proprio nel fatto che in esso si parla di amore dall’inizio alla fine, dell’amore umano tra un ragazzo e una ragazza che diventa cifra di ogni amore. A conclusione del Cantico si legge un’affermazione straordinaria. L’amata dice all’amato: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come l’inferno è lo slancio amoroso. / Le sue vampe sono fiamme di fuoco, / una fiamma del Signore (Ct 8,6-7).

 

Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte (si pensi solo al celebre binomio greco éros-thánatos). La Scrittura, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza. Non la vita e la morte, ma l’amore e la morte! E la morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla. Com’è noto, l’Antico Testamento non ha pagine chiare e nette sulla risurrezione dai morti; ma al suo cuore sta la consapevolezza che l’amore può combattere la morte. E questo non è poco.

 

Tenendo presente questo orizzonte, possiamo ritornare alla nostra domanda: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei Vangeli e poi di tutto il Nuovo Testamento ci porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata agápe, è stata amore vissuto per gli uomini e per Dio fino all’estremo. Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena.

 

In altre parole, se Gesù è stato l’amore, come poteva essere contenuto nella tomba? È questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Com’era possibile che l’amore restasse preda degli inferi? La risurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: risuscitandolo dai morti, Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto. E ha manifestato che nell’amore vissuto da quell’uomo era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui.

 

È in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba pasquale, nell’alba di quel “primo giorno dopo il sabato” (Mc 16,2)? Alcune donne e alcuni uomini discepoli di Gesù si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto. Mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità hanno avuto un incontro nella fede con il Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, sulle rive del lago di Tiberiade... Ed è significativo che Gesù non sia apparso loro sfolgorante di luce, ma si sia presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore.

 

Di più, egli si è manifestato nella forma con la quale, nel corso della sua esistenza, aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!» (Gv 20,16). I discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti. È il discepolo amato che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade e grida a Pietro: «È il Signore!» (Gv 21,7). Insomma, la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno. E quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che “Dio è amore”.

 

Illuminati da questa consapevolezza, i discepoli hanno poi compiuto un cammino a ritroso, che li ha condotti a ricordare, raccontare. E, infine, a mettere per iscritto nei Vangeli la vita di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea. Con la sua vita e la sua morte Gesù ha mostrato di avere una ragione per cui morire. E, quindi, una ragione per cui vivere: l’amore dei fratelli, vissuto con semplicità, gratuitamente e liberamente. Quell’amore che non può morire!

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