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Il sacramento dell’amicizia

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Separarsi dalle persone che amiamo è fisiologico: lo esige qualsiasi stato di vita. Non ci si può fondere con gli amici, non è possibile rimanere sempre insieme. Piuttosto accade ritmicamente di frequentarsi e di doversi separare, di dover rimanere mentre gli amici partono o di dover andare altrove rispetto ai luoghi in cui questi continuano a vivere. Queste separazioni, brevi o lunghe che siano, non mettono però fine al legame, che piuttosto – sempre che si tratti di solida amicizia – rimane in sottofondo come cosa sicura, accendendo e facendo ogni volta maturare il desiderio di rivedersi. Sono esemplari in questo senso le parole con cui Konradin von Hohenfels – il protagonista della trilogia de L’amico ritrovato – ricorda a Hans Schwarz i giorni del loro incontro:

Non vedevo l’ora che fosse mattino per andare a scuola e vederti. Dio, non ero più solo! Finalmente avevo un amico! Tu eri già là – forse nemmeno tu avevi dormito – e un’occhiata mi fece capire che anche tu eri felice. Da allora fummo come due fratelli. Tornammo a casa insieme ogni giorno e ogni mattina io t’aspettavo.

Con pochi tratti Fred Uhlman riesce a restituirci il movimento ritmico dell’amicizia: frequentazione, distacco e desiderio crescente di rivedersi; attesa vibrante e poi l’incontro, di nuovo insieme, in un crescendo per cui la volta successiva non è mai uguale alla prima per intensità. E l’attesa rimane viva anche quando accade qualcosa che rimane da decifrare, per cui occorre rivedersi e trovare parola:

Un giorno tu arrivasti a scuola, mi guardasti come se non mi avessi mai visto prima ed evitasti di parlare con me. Capii, naturalmente, che c’era qualcosa che non andava. Non ti avevo mai visto così infelice, ma capii che non dovevo parlarti finché tu non avessi parlato a me. Ti aspettai alla fine delle lezioni e tu mi raggiungesti come al solito. Rimanesti ancora muto ma io ero così preoccupato, temendo di avere detto qualcosa che avesse potuto offenderti, che decisi di rompere il silenzio.

Tutta l’ultima lettera di Konradin von Hohenfels da cui sono tratti questi passi è percorsa dall’attesa di poter rompere il silenzio e di offrire all’amico quei particolari dei vissuti che li hanno visti protagonisti, che potrebbero aiutare a rileggere, dentro la macro-storia tragica di un’epoca, l’infrangibilità del legame tra lui, giovanissimo ufficiale tedesco, in attesa dell’esecuzione per aver partecipato all’attentato a Adolf Hitler e l’amico ebreo, di cui ha perso le tracce.

La prosa di Uhlman su un punto non lascia dubbi: la lettera è scritta pensando l’amico vivente. Distante, sottratto alla vista, difficile da raggiungere – forse in America? – ma vivo. Altrimenti i toni sarebbero stati quelli di una memoria affidata a terzi, per attestare qualcosa dinanzi alla storia, per fissare a beneficio dei posteri l’insegnamento da poter trarre dalla tragedia.

Anche qui: nessuno di noi ha bisogno di particolari istruzioni per avvertire il nesso tra l’attesa di riprendere il contatto con gli amici e la presupposizione che siano in vita, per quanto sottratti alla nostra vista. A tutti accade di pensare ai propri amici anche nei momenti di separazione, ma il modo in cui li pensiamo è implicitamente avvolto di vita, proiettato sul futuro, su cose da fare insieme, su parole da scambiare, su progetti da condividere.

A rifletterci solo per qualche istante noteremo come sia diversa questa assenza/presenza in noi degli amici viventi rispetto alla assenza/presenza di persone che al contrario sappiamo non esserci più sulle strade di questo mondo. Solo l’eventuale speranza di ritrovarsi in un’altra vita può riavvicinare questi due modi di pensare l’altro, e lasciare che il ricordo di chi non c’è più vada al di là della commemorazione e si apra all’attesa di un nuovo incontro.

C’è poi da aggiungere che neppure ogni prospettiva di nuovo incontro con qualcuno è già “attesa” nel senso che le conferisce l’amicizia. Solo verso gli amici nutriamo attesa in senso proprio, cioè desiderio di affrettare il tempo, per essere ancora insieme: non è attesa di reincontrarsi la semplice ragionevole previsione di rivedere la tal persona nella tal occasione. Lo è ancor meno l’aspettativa di dover ricomparire al cospetto di chi ci assegnerà insindacabilmente nuovo lavoro, senza poterne discutere, o di presentarsi davanti a una commissione d’esame che con parametri ferrei giudicherà il nostro valore e la nostra sorte. Nulla di tutto questo è affine all’attesa di ricongiungersi agli amici, e lo possiamo riconoscere senza necessità di particolari conforti di natura filosofica, ma semplicemente consultando noi stessi e l’esperienza di amicizia che abbiamo.

Se concediamo – e non c’è motivo per non farlo – che questo senso comune su alcuni tratti tipici dell’amicizia, sul suo ritmo, sul gusto specifico dell’attesa, sul praesupponendum dell’essere in vita dell’altro, sia una sapienza antropologica universale, possiamo forse intendere meglio anche la funzione di quel passaggio del Vangelo di Giovanni in cui Gesù dichiara: “Vi ho chiamati amici”(Gv 15,15).

Dunque: amici, non servi, perché anche il servo attende ma non per questo spera il ritorno del padrone. Attende sì, ma appunto come chi aspetta nuovi ordini di servizio o di essere esaminato. Amici, reciprocamente disposti a mettersi interamente in gioco per il bene dell’altro. Ma soprattutto: amici, abitati dal pensiero dell’altro vivente anche nei tempi di distacco. Amici, animati dal desiderio che l’attesa si faccia breve e che si possa ritornare ad essere integralmente in presenza gli uni degli altri.

È possibile che, davanti alla prospettiva del distacco, Gesù abbia proposto ai suoi discepoli di pensarlo proprio secondo questi primi tratti, rinvenibili appunto nelle relazioni di amicizia che tutti – sia pure in misura diversa – sperimentiamo e riconosciamo?

Il nostro “sapere” riguardo l’amicizia è certamente molto esteso, ma concediamo che un aspetto notevole di questo tipo di relazione sia proprio il modo speciale in cui le persone che si vogliono bene rimangono presenti le une alle altre nel tempo della separazione fisica.

Perché questa chiave di lettura possa essere accolta nel caso di Gesù occorre quantomeno accertarsi di una cosa, e cioè che lui stesso abbia indicato la separazione a cui sarebbero andati incontro come temporanea e non definitiva. Quel modo di pensare agli amici che abbiamo ritrovato nelle parole di Konradin von Hohenfels, quel percepirli viventi, che li rende intimamente presenti – in qualche modo, che forse dovremo approfondire, ma certo diverso dal semplice ricordo –, è attivato dall’attesa di ritrovarsi, dall’attesa del ritorno di coloro a cui si vuol bene.

Alcuni testi che abbiamo a disposizione incoraggiano a proseguire in questa direzione. Nel suo discorso di commiato, subito dopo l’allontanamento di Giuda, Gesù introduce apertamente la prospettiva della separazione: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire” (Gv 13,33). Immediatamente però presenta la separazione come temporanea, come un tempo di attesa di un ritorno e di un ricongiungimento: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”, aggiunge Gesù dopo aver annunciato il tradimento di Pietro (Gv 14,2).

Il tema viene ripreso nuovamente, dopo la promessa del dono dello Spirito (“Avete udito che vi ho detto: ‘Vado e tornerò da voi’”: Gv 14,28), risuonando ancora con un ultimo passo un po’ criptico, che disorienterà i discepoli: “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Gesù invita inequivocabilmente i suoi discepoli ad assumere un atteggiamento di attesa del suo ritorno … E se l’amico tarda a ritornare?

G. Grandi, La parola amica. Sulle tracce della voce di Gesù, Edizioni Qiqajon, Magnano 2020

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