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Enzo Bianchi "Fare niente per sentirsi vivi"

La Repubblica - 26 luglio 2021
per gentile concessione dell’autore.

C’è nelle vacanze una dimensione che purtroppo è negata e contraddetta, nonostante le intenzioni dichiarate da chi parte, prende le distanze dal quotidiano e dunque va in vacanza, intraprende il viaggio per vacare. In realtà vacare non è così facile, non è automatico, soprattutto se si pensa che contiene in sé l’idea del “far niente”. 

Che cosa significa “far niente”? Significa darsi del tempo per non fare quello che fanno gli altri: fare il bagno, fare una passeggiata … “Far niente” significa sentire che si esiste, sentire che si è vivi e dunque godere di essere al mondo, assaporare l’istante. Durante tutto l’anno si agisce, si fa, ma si può anche “far niente”, cosa più facile da dirsi che da vivere. Ci sono uomini e donne che non riescono mai a “far niente”, perché agire li nutre; non hanno mai tempo per “far niente”, perché hanno sempre da fare, e così a poco a poco diventano incapaci di fermarsi dal fare. 

Sì, ci sono uomini e donne che, giunti in vacanza, pensano subito a vuotare le valigie, a mettere in ordine, a fare programmi, a stabilire cosa fare al mattino, a mezzogiorno, alla sera… E poi c’è l’erba del prato attorno a casa da tagliare, immergendosi in un rumore assordante; e si trovano molte altre cose da fare, pur di non fermarsi a “far niente”. “Far niente ci angoscia, fare molte cose ci rassicura. Faccio dunque vivo, e quando mi presento agli altri dico quel che faccio; se faccio nulla non so neanche parlarne, e poi mi prende la noia, la stizza …”. 

Eppure fermarsi e “far niente”, in modo consapevole, significa sentirsi come un albero, una pietra, una cicala adagiata su un ramo, una nube in cielo: ci sono molti soggetti attorno a me che sanno “far niente”… “Far niente” diventa allora sentire un legame, una comunione con ciò che mi sta attorno. 

E sento di vivere, tranquillamente, mi sento contento di nulla e di tutto ciò che esiste. E capisco che passo giorni e giorni senza sentirmi vivere, senza essere consapevole che esisto e che è bello vivere: non sono una macchina che fa! Arte non solo per riposare il «far niente», ma arte per vivere e diventare sapiente. 

La vacanza può essere una grazia: un tempo “altro”, ma anche una pausa feconda per vivere, sentire, fare altrimenti. Soprattutto se uno sa lottare e resistere alla fretta, al bisogno di sentirsi sempre occupato, può trovare momenti per porsi le grandi domande, quelle che nascono dal silenzio e dalla solitudine. Non sono domande estranee a noi stessi ma domande che ci abitano in profondità, eppure impedite a sorgere nella nostra quotidianità così impegnata e piena di relazioni: “Che cosa significa la mia vita? E la mia morte che mi sta davanti cos’è per me? E gli altri che amo e che mi amano, come posso continuare renderli presenza viva e relazione feconda nel passare dei giorni?”. 

Per qualcuno sarà anche possibile porsi le domande sul confine tra il visibile e l’invisibile, il terrestre e lo spirituale, l’oggi e il dopo la morte. La vita interiore di ciascuno di noi prima di essere una ricerca di risposte alla coscienza morale che ci ammonisce è fatta di queste domande. A queste possiamo rispondere o non rispondere, restando nello stupore o nell’enigma. Certamente sarebbe straordinario avere qualcuno accanto, un amico, un’amica, un confidente con cui parlare in vacanza liberamente, in un confronto, uno scambio che sarebbe molto più di un’informazione e di una consolazione. Confesso che per me le vacanze, quando posso farle, sono sempre preparate con spazi di solitudine per pensare e tempi di condivisione con gli amici per ascoltare e praticare la grande arte della conversazione ospitale. Se non fosse così non sarebbero vere vacanze.

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