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Enzo Bianchi "La contemplazione"

La contemplazione non è un vertice della vita spirituale riservato ai mistici o ai monaci, ma un’operazione dello Spirito pertinente la vita cristiana e che perciò riguarda il cristiano in quanto tale: il ritiro tende al fine della contemplazione che è dunque anche un’operazione umana che coinvolge tutta la persona.

 

La contemplazione è uno spirito di sintesi nel guardare agli eventi, alle persone, alle cose. È la capacità di uno sguardo globale sulla realtà che permette di coglierla nelle sue giuste proporzioni. Si tratta di un’attitudine poco naturale per l’uomo maturo, un dono che posseggono più facilmente i bambini e gli anziani, ma che è rarissimo nei giovani, nelle persone adulte e mature. Per questo è necessario esercitarsi alla contemplazione, sforzarsi di tendere all’acquisizione di quella capacità di sintesi che consenta di cogliere e vedere le cose e le persone nelle loro giuste proporzioni. Lo sguardo analitico non deve mai impedire di vedere il tutto come compaginato e armonico, non deve mai prevalere sullo sguardo sintetico.

 

La contemplazione è spirito di makrothymía, capacità di pensare e vedere in grande, grandezza di visione. Chi si preoccupa e si sofferma sulle piccole cose non è un contemplativo. Anche nell’analisi della nostra personale vicenda di grazia e di peccato, se siamo contemplativi non saremo mai né bloccati da un peccato, dall’episodio di una caduta, né il ricordo dei frammenti negativi della nostra vita ci ossessionerà impedendoci di coglierne la positività che è tutta nello sguardo misericordioso di Dio sull’intera nostra esistenza. Gli incidenti della vita non distolgono il contemplativo dal suo itinerario, perché in realtà il suo vedere e pensare in grande lo rendono sovranamente libero nella piena fiducia in Dio.

 

La contemplazione è uno spirito di longanimità che si nutre di pazienza nelle difficoltà e nelle sofferenze subite. È una qualità di perseveranza e di costanza che non sfocia mai nell’indurimento. Le storture, le difficoltà, le amarezze che la nostra vita e gli altri ci possono procurare, rischiano di farci indurire. Lo spirito di longanimità consente invece di non lasciarsi prendere dall’impazienza e dalle preoccupazioni: esso infatti porta il contemplativo a guardare le cose e gli eventi con gli occhi stessi di Dio e non più con i suoi. Percepire negli altri soltanto i peccati e le storture risponde al nostro modo parziale di guardare, ma lo sguardo del contemplativo tende a cogliere l’altro nell’interezza della sua persona e in tutto l’arco del suo cammino di peccato, sì, ma anche e soprattutto di grazia.

 

La contemplazione è uno spirito di distacco, la capacità di relativizzare tutto ciò che non è Dio. La grazia dà gioia a chi la sa accogliere e il contemplativo è capace di misurare ciò che lui conquista (che è poco) e ciò che Dio gli dona (che invece è tanto, è incommensurabile). Per questo il contemplativo tende alla duttilità, obbedisce ed è fedele alla storia, agli eventi, e non se ne lascia travolgere, ma li sa trasfigurare e ricapitolare in Dio.

 

La contemplazione è spirito di stupore e di ringraziamento: tutto è grazia per il contemplativo. Egli conosce la grazia di Dio come preveniente, e allora ringrazia, fa della sua vita una dossologia, un canto di lode, un ringraziamento continuo e quotidiano fino alla morte.

 

La contemplazione è attenzione al tempo, alle ore e ai giorni, perché nel tempo è racchiuso lo sviluppo della vita intera. Il tempo della propria vita, il passare degli anni, il cambio dell’età: tutto questo è unificato dal contemplativo in una successione che tiene conto della crescita umana e spirituale e dell’intervento di Dio nella sua vita.

 

La contemplazione è spirito di discernimento, di chiaroveggenza tale che i contemplativi arrivano a essere dioratici, a possedere uno sguardo che attraversa le cose e scruta le persone. Il grande frutto del discernimento è lo svelamento delle cose (apokálypsis-apocalisse) che è sempre opera del contemplativo che ne ha appreso l’arte e ha ricevuto il dono della dioraticità nella lunga e aspra ascesi del deserto e del ritiro.

 

Tutto questo è poi ordinato alla pace e alla carità, i grandi doni che vengono dal ritiro e da questo cammino che porta alla contemplazione: la pace profonda, la pace del cuore che si manifesta in un atteggiamento agapico, di amore, nei confronti degli altri e del creato stesso. Il cristiano deve sapere che c’è un prezzo da pagare per la sua vocazione a essere uomo di pace che annuncia la pace (cf. Lc 10,5) e uomo di carità, che adempie la legge amando gli altri (cf. Rm 13,8.10). Questo prezzo è l’ascesi che consente alla grazia di Dio di essere operante in lui. Tutto è grazia, tutto è dono di Dio: la fatica dell’ascesi e del ritiro non fa che apprestare le condizioni perché la grazia operi in noi.

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