Enzo Bianchi "La ricchezza del naufrago"

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La Repubblica - 12 aprile 2021
per gentile concessione dell’autore.

Naufragium feci, bene navigavi, ho fatto naufragio, ma ho navigato bene. Questo ossimoro dei filosofi dell’antichità, giunto fino a noi soprattutto nella formulazione di Erasmo da Rotterdam, non solo presenta la nostra vita come un viaggio, ma mette un sigillo sul naufragio, sulla “crisi” che ha sorpreso il navigatore. La crisi prima o poi sopraggiunge per tutti, ci coglie anche in modo inaspettato e inedito, e non possiamo rimuoverla. Da più di un anno viviamo in una crisi della quale non vediamo ancora con certezza la fine, perché questa pandemia continua a condizionare in modo grave la nostra esistenza. 

Causano sofferenza non solo la clausura obbligatoria e il mutamento dello stile di vita, ma soprattutto il venir meno per molti del lavoro e l’aumento della povertà, mai così estesa e profonda dal dopoguerra a oggi. È una stagione segnata dalla depressione, nella quale in molti soggetti più esposti e fragili si registrano gravi problemi psichici fino a sfociare a volte nel suicidio. E poi c’è il numero dei morti di Covid: una vera e propria strage alla quale sembriamo ormai abituati. Sono i morti dell’età dello scarto, deceduti quasi sempre in silenzio, in solitudine, nell’anonimato di strutture e residenze per anziani… Sì, c’è chi arriva addirittura a dirlo: non sono produttivi, sono fuori età rispetto ai canoni che stabiliscono chi è meritevole di cure e di salvezza, meno degni di guarire rispetto ad altri. Basterebbe questo per discernere nell’essenziale la gravità della crisi. Non dimentico due libretti della mia formazione che a distanza di decenni mi sembra siano stati per me di grande utilità: Il buon uso della malattia e Del buon uso delle crisi. 

Testi ricchi di sapienza esperienziale, che sapevano innanzitutto aiutare ad assumere la catastrofe e la disgrazia. 

Perché la catastrofe, le crisi che sopraggiungono offrono la possibilità di evitare il peggio. Nei periodi tranquilli non penso a qualcuno, a un Dio che intervenga ad ammonirmi, mentre sono convinto che la malattia dell’altro costituisca già di per sé un invito a cercare la sua guarigione, se non altro per non ammalarmi anch’io. 

E poi credo che molto peggio del naufragio sia il condurre una vita senza naufragi, ma restando sempre alla superficie della realtà, come recita il salmo: “L’umano nel benessere non capisce, ma va avanti come gli animali verso il mattatoio”. Il primo risultato della crisi, ciò che veramente dovrebbe insegnare, è la responsabilità. Ogni gesto umano e ogni omissione dipendono sempre da una responsabilità, dal saper dare una risposta prendendo in considerazione le conseguenze delle proprie scelte: consapevolezza necessaria per prendere parte alla vita della polis. 

Negligenze, omissioni con gravi conseguenze, addirittura con esiti mortali, devono essere giudicate e sanzionate facendo emergere la responsabilità. Ora invece i mass media riportano tutta una quantità di denunce, recriminazioni, violazioni dei doveri elementari, senza che venga mai individuato un responsabile. I responsabili non vengono né ricercati né sanzionati. La crisi sembra non insegnare nulla, neanche l’assunzione di responsabilità.
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