“Verso la Pasqua”: nel deserto con Mosè

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Don Francesco Cosentino - pubblicato il 03/03/21

Il nostro cammino nel deserto, verso la Pasqua, fa la sua prima sosta con Mosè. Il grande condottiero di Israele, questo uomo forte abbandonato appena nato sulle acque del Nilo, capace di sfidare il faraone e il suo esercito pur di aiutare i suoi fratelli a liberarsi dalla schiavitù dell’Egitto, ha conosciuto molto bene il deserto.

Come nella vita di ciascuno di noi, Mosè conosce diverse tappe nella sua vita: l’irruenza giovanile dei sogni, il senso di disillusione e fallimento nell’accorgersi che spesso la realtà ridimensiona i nostri progetti o fa a pezzi certe immagini della nostra vita e, infine, l’ultimo tempo della vita in cui, dopo 40 anni di cammino dietro alla promessa di Dio e parlando faccia a faccia con Lui, ha finalmente imparato a restare in pace, ad affidarsi e abbandonarsi completamente alle incognite e alle sorprese di Dio.

Mosè nel deserto

Il cap 3 del Libro dell’Esodo ci racconta un incontro straordinario tra Dio e Mosè, nel roveto ardente, che brucia senza consumarsi. Ma questo incontro sorprendente con Dio non avviene dopo un’esperienza mistica, ma, anzi, dopo 40 anni di deserto, di esilio forzato, di fallimento.

Era successo che Mosè, in Egitto, vedendo che i suoi fratelli erano trattati duramente ed erano schiavi del faraone, era stato rapito da un moto di ribellione: voleva a tutti i costi “fare giustizia” e, pensando di poterlo fare da solo e con le sue sole forze, un giorno aveva ucciso un egiziano che stava colpendo duramente un ebreo. Il giorno dopo, erano due ebrei a litigare: Mosè si mise in mezzo, ma uno di loro reagì come per dirgli: cosa vuoi da noi? Sei forse il nostro capo? Credi di essere il nostro liberatore?

Qui succede una cosa importantissima per la vita di Mosè: la crisi. Era un uomo forte, aveva rifiutato i privilegi del faraone schierandosi con i suoi fratelli ebrei, voleva essere loro difensore e liberatore; ora, il faraone lo cerca perché ha saputo dell’omicidio dell’egiziano e i suoi fratelli ebrei non lo riconoscono come loro capo.

Mosè impara una grande lezione dalla vita: le cose non sono come le abbiamo immaginate, i nostri sogni non sempre si realizzano come li abbiamo sognati, l’immagine che ci siamo fatti di noi stessi spesso non corrisponde alla realtà, ma è una proiezione o un’illusione. I nostri progetti, anche i migliori, si scontrano con la realtà che, spesso, è diversa da come l’avevamo immaginata. Mosè, preso da questo “sentire” interiore, scappa nel deserto. Ecco la crisi: è rimasto solo e improvvisamente la sua vita è in pericolo; pensava di sapere tutto, di aver capito tutto e di poter fare tutto da solo; ora, impaurito, fugge nel deserto, si accoda al gregge di Ietro, di cui sposa una figlia, e si mette a pascolare pecore. Il grande liberatore non è più nessuno. È rimasto con i cocci della sua vita tra le mani e vive per 40 anni nel deserto.

Tuttavia, la storia biblica è sempre straordinaria perché ci fa vedere l’opera di Dio nel deserto della vita. Proprio in questo momento, infatti, succede qualcosa. Nel deserto accade la svolta della sua vita. Il deserto lo ha spogliato, lo ha messo dinanzi alla nudità di se stesso e anche alla sua fragilità. Mosè ha imparato, in 40 anni di deserto, a benedire la sua umanità fragile e a non pensare più se stesso come un eroe. E, mentre attraversa questo deserto, ecco che Dio si rende presente nel segno di un fuoco che brucia un roveto senza consumarlo.

Davanti a questo spettacolo – un roveto che arde senza consumarsi – egli può rileggere la sua storia e dire: anche io, per 40 anni, sono stato un roveto sterile e arido gettato nel deserto; eppure, proprio in questa situazione Dio viene, Dio mi parla, Dio mi accende. Le crisi spesso ci fanno scendere dal piedistallo di certe presunzioni e dall’abbaglio di certe illusioni, restituendoci alla verità di noi stessi, a chi siamo veramente. La mia verità è anzitutto questa: non sono Dio, non sono un super eroe, non posso arrivare a tutto e fare tutto, tantomeno posso farlo da solo. Ecco, che allora, Dio chiede a Mosè di togliersi i sandali prima di avvicinarsi, perché non puoi presumere di aver già capito sempre tutto, perfino di Dio. Se procedi così, spegni il fuoco della novità che vuole ardere nella tua vita e rimani con la cenere della tua presunzione.

Noi e Mosè

Possiamo sostare nel deserto con Mosè. Possiamo guardare senza maschere a chi siamo veramente, alle cose che sono andate non proprio come ci aspettavamo, alle nostre delusioni, a ciò che vorremmo cambiare.

A volte abbiamo la sensazione di aver speso energie invano per qualcosa o qualcuno, di aver vanificato alcuni progetti, di avere sogni che sono naufragati, di aver perso occasioni propizie, di aver dato importanza a cose o situazioni che non ne avevano. Siamo accoccolati sulle nostre macerie e ci sentiamo come un roveto sterile. Ecco, Mosè ci insegna che proprio nel roveto Dio viene, accende come una fiamma la mia vita, mi purifica senza consumarmi, brucia con la Sua Parola e ancor più col Suo amore perché io possa riprendere vita. Dio trasforma il luogo del mio fallimento e delle mie ferite, nel luogo della Sua presenza. Devo imparare a uscire dalla lamentela di chi piange le proprie ferite e avere occhi per scoprire che anche nella mia debolezza, nell’errore, nell’impotenza, la luce del fuoco di Dio viene a trasformarmi.

In quale roveto ardente della mia vita Dio sta bruciando? Cosa vuole bruciare dentro di me, purificare, trasformare?

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