Ermes Ronchi «Inciampare in una stella»

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5 gennaio 2021 
intervista di Lauro Paoletto 

«Inciampare in una stella, come i re magi e poi smarrirsi nel pulviscolo magico del deserto». È l’augurio di padre Ermes Ronchi per questo nuovo anno appena iniziato. Incontriamo il frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria al convento di S. Maria del Cengio a Isola Vicentina per farci aiutare a scrutare l’anno che sta iniziando e lui, richiamando un verso di fra Davide Montagna ci rimanda alla stella che «può essere una persona, un libro, una poesia, un amore, gli occhi di un bambino. Una stella per avere tanta luce quanto ne basta al primo passo. E ce ne sono tante stelle in giro. Camminiamo su gioielli – ci dice – senza accorgercene. E poi la luce si rinnova a ogni passo perché non siamo soli. Con noi c’è Dio». 

Ma partiamo da questo incredibile Ventiventi. Padre Ermes ci dia tre immagini che, per lei, sintetizzano l’anno che si è appena concluso. 
«Papa Francesco da solo in piazza San Pietro venerdì 27 marzo, in quella piazza deserta, sotto la pioggia, che va via a tu per tu con il crocifisso per pregare per il mondo. Era solo, ma c’eravamo tutti. A me è sembrato quello, in un certo senso, un punto zero della Storia.

La seconda è la bellezza degli occhi delle persone dietro le mascherine. Ci si può riconoscere con gli occhi, ci si può parlare con gli occhi, ci si può abbracciare con gli occhi. L’ultima è da dire sottovoce pensando a chi ha molto sofferto. La dico con un verso di una poesia di Mariangela Gualtieri: “C’è dell’oro in questo tempo strano”. E allora a me piace andare alla ricerca di qualche pepita». 

Ci confida qualcuna delle pepite che ha trovato? 
«Prima di tutto il linguaggio della cura. Noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura. 

Poi il non implodere dentro alle cose. Rischiamo di implodere per l’accumulo di cose e invece, come ci dice il profeta Isaia, dobbiamo alzare il capo e guardare. È questo un tempo che ha delle crepe, ma è attraverso le crepe che entra la luce. Attraverso le crepe ci parla di luce questo tempo desolante e desolato». 

A livello comunitario questi dodici mesi che cosa ci dicono? 
«Ci dicono che la salute dei più forti dipende dalla salute dei più deboli, cioè dalla cura dell’anello debole. È un rovesciamento paradossale. Abbiamo riscoperto la vita partendo dalla fragilità, non dall’esaltazione del vivere per il vivere e basta, ma dalla riscoperta di cosa è vita e di cosa non lo è. Questa attenzione me la rivelano soprattutto i più deboli. Proteggendo l’anello debole proteggiamo tutti. Questo è un grande insegnamento. 

Secondo lei lo abbiamo capito? 
«Io credo di sì. Nessuno si salva da solo. Nessuno è forte da solo. Noi siamo più forti se proteggiamo i deboli. Questo vuol dire rimettere la persona al centro, qualsiasi persona». 

Lei ha avuto paura del questo virus? 
«No. Non ho avuto paura. Ho cercato di tradurre la paura, che comunque fa capolino, in prudenza e in cura. 
Abbiamo sentito la vita assediata dal virus, assediata ma non espugnata. Non ho paura per il covid. Ho paura per ciò che ha causato questa pandemia. Questo sì mi fa paura: l’aggressione dell’uomo all’ecosistema. Tutti i virus sono di origine animale. Noi abbiamo bruciato la casa degli animali, l’abbiamo avvelenata. Quella è l’autostrada attraverso la quale i virus arrivano fino a noi. Mi fa paura questo atteggiamento suicidario dell’uomo che persevera ad aggredire la terra. Mi sembra che possiamo fare un comandamento che non c’è: “Ama la terra, come ami te stesso. Amala come l’ama Dio». 

La pandemia come ci ha cambiati? 
«Penso che non è un virus che cambia il cuore delle persone. Il covid può venire e andarsene senza che questo davvero ci cambi. I veri cambiamenti non sono indotti da un fattore esterno. I veri cambiamenti sono quelli che escono dall’anima. Neanche la paura ci cambia. La paura paralizza, non libera dal male che c’è in noi. La vita non avanza per divieti o Dpcm. Solo una passione positiva, la cura, un desiderio fanno avanzare la vita. La vita avanza per innamoramenti. Affrettiamoci ad amare. Le persone se ne vanno così in fretta. Non perdiamo tempo». 

Tutto questo porterà a dei cambiamenti strutturali? 
«Io penso di sì. Immaginare di chiudersi nella propria regione, nella propria provincia, nel proprio comune, nella propria camera per trovare la salvezza in queste situazioni in cui il mondo è sottosopra e brucia è come essere in una nave che affonda e ti chiudi nella tua cabina pensando di salvarti. Ma se la nave affonda, vai sotto anche tu. 
Siamo tutti sulla stessa barca. Questa percezione c’è, come sentimento strutturale. E infatti non si è mai visto tanto denaro promesso come per questo Recovery plan. C’è una strutturale crescita della corresponsabilità. Per questo sono fiducioso. Questa è una delle cose che segnerà il futuro. Quanto è accaduto porterà alla percezione che tutto si tiene, tutto è correlato. Non possiamo vivere sani in un mondo malato. Questa è una percezione diffusa e determinante per il futuro. Noi che ci credevamo i signori del creato abbiamo scoperto che dobbiamo stringere i fili dell’empatia e della solidarietà» 

La Chiesa in questo che ruolo può avere? 
«Questo tempo è l’occasione per fare un balzo indietro di duemila anni e riscoprire la domus ecclesiae, cioè la Chiesa nella casa. Fare un gesto religioso insieme, attorno alla tavola che è il primo altare. Il cristianesimo comincia nella casa non nella chiesa. Bisogna riscoprire questo». 

Perché le parrocchie non danno questo input preciso? 
«Lo Spirito Santo non ti spinge ad andare in chiesa, ma a diventare Chiesa. Gli ebrei hanno salvato la loro religione con la liturgia domestica». 

Su cosa deve puntare la Chiesa? 
«I tre vettori per il futuro della chiesa sono la Parola di Dio e la carità. Il terzo vettore che io vedo è la contemplazione, cioè la capacità di fermarsi, di inginocchiarsi davanti alle cose, di scoprire la bellezza delle cose, di stare a tu per tu con Dio. Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà. O sarà un uomo che spezza il pane o non sarà». 

E ciascuno di noi come deve affrontare il futuro prossimo? 
«”Affrettiamoci ad amare” direbbe il poeta polacco Jan Twardowski».
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