Alberto Maggi "La Chiesa e l’attrazione per le dittature"

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L’ascesa al potere di molti dittatori, o aspiranti tali, non sarebbe potuta avvenire senza il supporto e l’avvallo, spesso entusiasta, di importanti esponenti della Chiesa…”: su ilLibraio la riflessione del biblista Alberto Maggi, dai vangeli alla storia recente 

CHIESA APOSTATA 

L’ascesa al potere di molti dittatori, o aspiranti tali, non sarebbe potuta avvenire senza il supporto e l’avallo, spesso entusiasta, di importanti esponenti della Chiesa. Se vi sono stati sempre, e ci saranno, preti coraggiosi che pagheranno con l’emarginazione, la persecuzione e anche con la vita, la denuncia della prostituzione della Chiesa al potente di turno, è innegabile che gran parte della gerarchia ecclesiastica è andata senza alcun imbarazzo sottobraccio con i dittatori e ha sempre benedetto e guardato di buon occhio quei politici che garantiscono la salvaguardia della triade Dio-Patria-Famiglia. E non importa, se per farlo, manipoleranno e calpesteranno il messaggio di Gesù, e limiteranno o soffocheranno ogni libertà. Per questi ecclesiastici, fiancheggiatori di prepotenti, il vangelo è solo un libro da incensare nelle liturgie, così come per i potenti è un mero specchio per allodole da sbandierare nei comizi, come un burattinaio con i suoi pupazzi, senza che il messaggio di Gesù abbia minimamente influito nelle loro vite, o che vedano una contraddizione tra i valori da essi strenuamente difesi e la loro condotta. 

È triste e imbarazzante dover ammettere che, nella tragica storia del cattolicesimo, la Chiesa è stata connivente, o addirittura benedicente complice di ogni dittatura e, solo per restare alla storia più recente, basta ricordare quella di Mussolini, “l’uomo della Provvidenza”, quella del cattolicissimo Franco, “Caudillo de España por la gracia de Dios”, e del tanto pio, quanto feroce, Salazar, ex seminarista portoghese, fervente sostenitore della Madonna di Fatima, sino agli squallidi replicanti odierni, cinici difensori a oltranza della tradizione e dei sani valori del passato. 

A che si deve l’attrazione irresistibile della Chiesa per ogni forma di dittatura? Perché la Chiesa, che dovrebbe essere espressione di una comunità profetica animata dallo Spirito e la sentinella della società, che per prima lancia segnali d’allarme al nascere dei nuovi dittatori, li coccola, li sostiene, e li protegge? La gerarchia religiosa, consapevole della fragilità e inconsistenza della dottrina che vuole imporre ai fedeli, fa sì che essa, per sopperire alla propria debolezza, senta la necessità di allearsi con i detentori del potere, ricorrendo spesso all’uomo forte, quello dai modi spicci e dal linguaggio rozzo. Pur di costringere i fedeli a ubbidire ai divini voleri, molta parte della gerarchia è così disposta a sostenere apertamente o velatamente quelle forze politiche che si presentano come salvatrici della Patria, della Famiglia, e della Religione, in una sorta di tacito diabolico patto, dove il potere religioso sostiene e nel contempo ha bisogno di essere supportato da quello politico. Ma questo scellerato comportamento, tanto antico quanto tragico, ha un nome che, paradossalmente, è nato proprio nella Chiesa: apostasia, il ripudio della propria fede, tradimento del proprio credo che si trasforma in inganno in quanto questi ecclesiastici, pur essendo apostati, mantengono intatto tutto il loro apparato esteriore, diventando vuoti simulacri, manichini di paramenti luccicanti che nascondono il nulla, se non qualcosa di peggio, “sepolcri imbiancati” di evangelica memoria, dai quali Gesù invitava a stare alla larga, in quanto “all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (Mt 23,27). 

Come è possibile che proprio i rappresentanti della religione, quelli che pretendono di essere investiti da un mandato divino, siano poi i primi a tradire il loro Signore per vendersi al signorotto di turno? Nei vangeli ci sono pagine tanto drammatiche quanto attuali sull’apostasia, che nasce dal confronto tra da due poteri, quello politico, rappresentato da Pilato, e quello religioso, raffigurato dai sommi sacerdoti (Gv 19; Mt 27). Devono decidere le sorti di quello che entrambi sanno essere un innocente, Gesù. Pilato è ormai deciso a liberarlo, non vede in lui alcun pericolo per l’Impero e comprende che l’accusa che i capi religiosi rivolgono a Gesù, di essere un malfattore che pretende farsi re, è solo un pretesto. Anche i sommi sacerdoti sanno che non era vero il motivo della pericolosità di una regalità di Gesù. Il pericolo per l’istituzione religiosa, da essi sostenuta e rappresentata, è che con Gesù Dio comunica e si manifesta direttamente nell’uomo, senza alcun bisogno delle mediazioni create dall’istituzione religiosa, dal tempio al culto, dal sacerdozio alla Legge… 

Di fronte al Procuratore romano, i capi religiosi, pur di riuscire nel loro intento di eliminare Gesù, giocano la loro ultima carta, quella del ricatto. Sanno che Pilato è un uomo frustrato. Sognava chissà quale carriera a Roma ed era, invece, finito nella lontana e sperduta Giudea, con l’unico titolo di “Cavaliere”: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare” (Gv 19,12). “Amico del Cesare” [Amicus Cesaris] non era un semplice attestato di amicizia con l’imperatore, ma un ambito titolo onorifico concesso da Tiberio alla ristretta cerchia dei suoi intimi ed era quel che permetteva di salire nei suoi favori. Pilato, che è chiamato a scegliere tra la vita di un innocente e la propria carriera, fa un ultimo tentativo, chiedendo ai capi religiosi se deve crocifiggere il loro re (Gv 19,15). I sommi sacerdoti, che sono chiamati a scegliere tra Gesù e la fine del sistema religioso messo in pericolo dalla sua predicazione, senza esitare fanno la loro scelta, affermando di non avere “altro re all’infuori di Cesare” (Gv 19,15). 
Al re dei giudei, i capi religiosi preferiscono il re romano, al liberatore il dominatore. Per i detentori del potere religioso è meglio un dominio oppressore, che permetta però di giustificare la loro oppressione sul popolo, che il Dio liberatore. Quelli che pretendevano essere gli unici rappresentanti di Dio, sono in realtà quelli che lo tradiscono. E Pilato cede e lo consegna a loro “perché fosse crocifisso” (Gv 19,16). 

Nel vangelo di Matteo, i capi religiosi si rivolgono a Pilato chiamandolo Signore (gr. Kyrie): non riconoscendo in Gesù, “Dio con noi” (Mt 1,23), il Signore, sono costretti a rivolgersi con questo appellativo al dominatore romano. L’apostasia è consumata: Gesù è un impostore e Pilato il loro Signore. La denuncia degli evangelisti è molto severa: questi capi religiosi non sono servi di Dio, ma del potere, al quale si sottomettono, riconoscendone la potestà, pur di conservare intatti i loro privilegi e interessi. Dai vangeli emerge una linea molto chiara: la Chiesa, quella che nasce dalla buona notizia di Gesù, non deve mai allinearsi ai potenti e tantomeno essere loro complice, non deve mai restare silente per la propria convenienza, ma denunciare i loro misfatti. Solo così avrà la garanzia di essere fedele al Dio che rovescia i potenti dai troni (Lc 1,52).
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