Umberto Galimberti: “C’è troppo individualismo, oggi i morti sono numeri”

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Elisabetta Pagani intervista Umberto Galimberti
31 ottobre 2020 

Quando l’emergenza Covid passerà, «riprenderemo la nostra vita con la foga del drogato per cui è finita l’astinenza», senza aver imparato nulla. E nel frattempo, nonostante una pandemia che fa «200 morti al giorno», continuerà a guidarci «l’individualismo sfrenato» che contraddistingue una società che «non ha mai avuto il senso di comunità». È con sguardo severo e preoccupato, e toni accesi, che Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista e antropologo, descrive l’Italia che vive la seconda ondata di contagi.  
Il governo chiude i ristoranti alle 18 e gli italiani vanno a cena a San Marino. Cosa racconta questo atteggiamento? 
«Il nostro individualismo. Si deve capire che la città viene prima dell’individuo, ma noi italiani cittadini non lo siamo ancora, siamo solo familiari, anche per ragioni storiche. Fino a 150 anni fa eravamo dominati da potenze straniere e lo Stato veniva percepito come un nemico da fregare. Un’impostazione che è rimasta, lo dimostra l’evasione fiscale. Non c’è senso della collettività, ma questa è una cultura che non si inculca in un anno perché è capitata una disgrazia, si insegna a scuola. E l’Italia le scuole le chiude». 

Se si tornasse alla didattica a distanza ovunque? 
«Chiudere le scuole è la decisione più disgraziata, la più folle. C’è da infuriarsi davvero. Francia e Germania chiudono tutto ma non quello. La scuola a distanza non esiste. Il problema sa qual è? Che all’Italia dell’istruzione non è mai fregato nulla. Basta pensare che, dati Ocse, il 70% degli italiani non capisce quello che legge. Sono i luoghi della movida che andavano chiusi già a giugno: i giovani hanno avuto un atteggiamento irresponsabile». 

La scorsa primavera c’era chi diceva che dalla pandemia saremmo usciti migliori. Che società crede che troveremo? 
«Il Covid ci ha offerto la possibilità di riflettere su noi stessi, sulla qualità dei nostri affetti, e non lo abbiamo fatto. Vivere a propria insaputa è la cosa peggiore del mondo ma purtroppo non ci interessa. Questa società rammollita va ribaltata dalle fondamenta. La gente si ribella contro il governo quando il nemico è il virus». 

Vandalismi a parte, cosa pensa della rabbia e del malcontento espressi nelle piazze? 
«Penso che in questo momento, in cui stiamo andando verso un nuovo lockdown, ci sia solo da sopportare. Se ciascuno di noi è potenzialmente portatore del male, come si fa a riunirsi? Le manifestazioni sono luoghi di infezione». 

Molti imprenditori però sono in ginocchio
«Se alla nostra economia bastano due mesi di stop per crollare significa che è fragilissima. Questa pandemia deve farci riflettere sul nostro sistema economico: è giusta una società fondata sul denaro? Che calcola solo ciò che è utile? Non possiamo fermarci alla schiuma del mare, dobbiamo guardare gli abissi. Davvero non vogliamo rinunciare ad andare al ristorante? Ma che idea abbiamo dell’umanità?». 

Ad aprile aveva detto che non siamo più capaci di dare una parola di conforto a chi soffre e che abbiamo perso la relazione con la morte. 
«Ed è ancora così. I tanti morti per noi non sono morti ma numeri di morti. Capiamo solo se la tragedia ci tocca personalmente, e a volte neanche in quel caso. Magari alla morte di un anziano c’è chi pensa all’eredità».
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