Coppie omosessuali, scandalo tra i tradizionalisti della Chiesa per le parole del Papa

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“Le dichiarazioni di Papa Francesco sull’inclusione delle coppie omosessuali nella Chiesa cattolica hanno suscitato scalpore e scandalo nelle curie, mandando in crisi i solerti tradizionalisti…” – Su ilLibraio la riflessione del biblista Alberto Maggi 

 UN PAPA BOLLA E L’ALTRO… 

Gesù ha detto: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Ma ogni volta che nella Chiesa lo Spirito tenta di ravvivare questo fuoco, scatta l’allarme ed entrano in azione i pompieri, abilissimi nella consolidata arte di “sopire, troncare… troncare, sopire” (I Promessi Sposi, cap. 19). 

Le dichiarazioni di Papa Francesco sull’inclusione delle coppie omosessuali nella Chiesa cattolica hanno suscitato scalpore e scandalo nelle curie, mandando in crisi i solerti tradizionalisti che, volendo salvare capra e cavoli, si sono subito affrettati a dire che no, non c’è alcuna rottura, né con la dottrina, né con l’insegnamento dei papi precedenti. Eppure, è evidente la contraddizione tra l’insegnamento del Catechismo della Chiesa cattolica e le parole di apertura e accoglienza di papa Francesco. Infatti, nel Catechismo si legge che gli omosessuali sono invitati “a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione” (art. 2358), e che “le persone omosessuali sono chiamate alla castità” (art. 2359). Nei vangeli, sia la croce sia la castità, riguardano sempre delle libere scelte compiute volontariamente dai seguaci di Gesù e, che per questo, non si possono imporre a qualcuno. Lo stesso Gesù rimprovera severamente quei capi religiosi che “legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). La Chiesa fedele al vangelo non è quella che impone pesi, ma quella che aiuta a portarli (“Portate i pesi gli uni degli altri”, Gal 6,2). 

La dottrina della Chiesa non è un monumento pietrificato e imbalsamato da incensare e venerare, ma l’espressione dinamica della presenza viva e vivificante di Gesù tra i suoi e del suo Spirito, che sempre “annuncerà le cose future” (Gv 16,13). La Chiesa non può essere una rigida istituzione regolata dalle leggi, ma una comunità dinamica animata dallo Spirito, dove continuamente il vino nuovo richiede otri nuovi (Mt 9,17) affinché la sintonia con il Signore le doni la capacità di dare sempre nuove risposte ai nuovi bisogni dell’umanità. E il criterio che deve animare la Chiesa è quello della fedeltà al Creatore che ama incondizionatamente le sue creature. 

Per questo nella Chiesa, da sempre, ci sono stati cambiamenti nella formulazione e comprensione della sua dottrina, da un papa all’altro, solo che lo si fa in maniera curiale, diplomatica, elegante, con i guanti bianchi, senza clamore, evitando ogni parvenza di rottura che andrebbe a scapito dell’autorità del magistero infallibile. Non si può ammettere apertamente che un papa può essersi sbagliato, perché sarebbe un pericolosissimo precedente… come hanno sbagliato i papi di una volta può errare anche quello di ora. 

Ma i Romani, che se ne intendono, hanno coniato il detto: “un papa bolla e l’altro sbolla…!”, e un esempio classico di rottura, fatta spacciare per continuità, è avvenuto in passato con la traduzione ufficiale della Bibbia, la Vulgata. Opera in gran parte di san Girolamo, che nel 382 era stato incaricato da Papa Damaso a questo imponente lavoro, dopo qualche esitazione e qualche ostacolo, la traduzione in latino del testo ebraico dell’Antico testamento e del greco del Nuovo testamento, si affermò fino ad arrivare a sostituire completamente i testi originali. Col progredire del suo trionfo però la Vulgata andò sempre più soggetta ad alterazioni, alla sostituzio­ne con vocaboli facili di quelli difficili, o all’introduzione nel testo sacro di quelle che erano solo delle glosse, le annota­zioni messe in margine da qualche commentatore. 

Per cercare di mettere ordine in un campo tanto delicato, inter­venne il Concilio di Trento, che se da una parte dichiarò “auten­tica” la Vulgata, dall’altra nominò subito delle Commissioni per la revisione del testo. E finalmente, nel 1588, la Commissione presentò al Papa, il marchigiano Sisto V, un testo assai buono della Vulgata. Ma questo temibile papa, dal carattere autoritario ed energico, non ne fu contento, perché non si ritrovava con la Bibbia che lui aveva conosciuto! Quindi, pur essendo assolutamente incompetente della materia, ma forte della sua autorità di pontefice, cacciò urlando il capo della Commissione, il cardinale Carafa, e avocò a sé, di prepotenza, il compito di revisionare la Vulgata, in quanto, come papa, rivendicava di essere il solo in grado di lavorare sui testi sacri. E papa Sisto si mise all’opera, e lavorando per più di un anno e mezzo, corresse di propria mano il testo della Bibbia, ripristinandovi diverse parti che erano state eliminate perché frutto di aggiunte successive, oppure introducendo taluni mutamenti che a suo parere erano opportuni o rendevano più cattolico il testo. Arrivò persino a spostare i capitoli, dimenticò dei versetti, e quando il testo fu pronto, lui personalmente ne volle correggere le bozze… Ne venne fuori la “Bibbia Sistina”, un disastro che naturalmente lasciava molto a desiderare. Ma era il papa… e così, forte dell’autorità conferitagli da Dio, con la bolla “Aeternus ille”, nel 1590, promosse la sua edizione della Vulgata, dichiarando che questa era l’unica vera, legittima, autentica, e per sempre, minacciando con la “Scomunica maggiore” chiunque avesse osato mutare anche minimamente quell’edizione. 

Ma quella Bibbia, manipolata e deturpata dall’ arrogante Sisto V, era tanto illeggibile quanto inammissibile, allora il papa che gli succedette (dopo tre papi vissuti pochi mesi), anche lui un marchigiano, Clemente VIII, ordinò una revisione e una nuova edizione della Vulgata, nella quale eliminò tutto quello che Papa Sisto aveva introdotto, ripristinò quel che aveva cancellato, e venne edita alla fine del 1592. Naturalmente, siccome i papi non sba­gliano mai, e non possono ammettere che un altro papa sia incorso in un errore, per salvare il prestigio e l’autorità di Sisto V, e quindi del papato, questa Bibbia portò il titolo “Biblia Sacra vulgatae editionis Sixti Quinti Pont. Max. iussu recognita atque edita”, ovvero un’edizione della Vulgata rivista e pubblicata per ordine di Sisto V… così l’onore e il prestigio del papa e del papato erano salvi, e ne venne fuori la “Sisto‑Clementina”, ancor oggi il testo uf­ficiale per la Chiesa latina, anche se il Concilio Vaticano II l’ha elegantemente mandata in pensione, dicendo che la Chiesa “ha sempre in onore le altre versioni orientali e le ver­sioni latine, particolarmente quella che è detta Vulgata. Ma poiché la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si fac­ciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, a preferenza dai testi originali dei sacri libri” (Dei Verbum 22). E il paziente e scrupoloso lavoro di restauro dei testi originali, intrapreso dopo il Concilio dagli studiosi della Sacra Scrittura, ha come liberato la Chiesa da una camicia di forza, facendo emergere tutta la bellezza lo splendore e la potenza della Parola di Dio una volta che è svincolata dalle interpretazioni e manipolazioni degli uomini, portando inevitabilmente a un mutamento della teologia nonostante le resistenze dei pompieri (basta vedere il clamore suscitato recentemente dalla nuova più esatta traduzione del Padre nostro).
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