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Enzo Bianchi "Questa piccola grande ospitalità"

La Repubblica - 20 gennaio 2020
dal sito del Monastero di Bose 

Mai come oggi le parole accoglienza e ospitalità risuonano con frequenza sulle nostre labbra, segnate da sentimenti e accenti diversi. A volte sono considerate parole evocatrici di virtù, altre volte sono impiegate per definire atteggiamenti detestabili, ritenuti contrari al bene comune.
Quando si parla di accoglienza, ci si riferisce soprattutto all’atteggiamento che si deve o non si deve assumere nei confronti dei migranti che approdano sulle nostre terre, attraversando il Mediterraneo.
Ma l’accoglienza e l’ospitalità dovrebbero essere innanzitutto realtà quotidiane, che pratichiamo per andare oltre il dialogo, oltre l’incontro, verso una comunicazione più vitale, verso la comunione.
L’ospitalità, infatti, non si ferma all’incontro con l’altro sul terreno neutrale di una lingua comune, ma lascia entrare l’altro nel proprio spazio, nella propria casa.
L’ospitalità è una comunicazione fatta di gesti meno ambigui e nel contempo meno espliciti delle parole, ma capaci di accendere una generosa e benevola relazione con l’altro. L’ospitalità riguarda la relazione io-tu che non può essere letta come minaccia alla centralità della mia persona ma come evento in cui io stesso mi costituisco, divento più umano: mai senza l’altro.
D’altronde, fin dall’inizio della nostra esistenza siamo segnati dalla presenza dell’altro: l’altro che è in competizione con noi per l’amore di nostra madre (padre, fratelli, sorelle); l’altro che minaccia la mia unicità e la mia centralità, ma che può essere alleato, complice, amato e amante. L’ospitalità sta nello spazio dell’etica, ed è significativo che Tacito attesti che la parola latina humanitas sia sinonimo di hospitalitas. Si diventa umani attraverso la pratica dell’ospitalità.
L’ospitalità concerne molte dimensioni della nostra vita, nelle relazioni personali e nelle storie condivise, negli incontri sociali, politici o religiosi.
Nell’antichità, nel nostro Mediterraneo, l’ospitalità era ritenuta una grazia più che una virtù, perché si pensava che stranieri e viandanti fossero inviati dagli dèi e che, ospitando chi si presentava alla porta di casa, si ospitasse Dio. La filantropia, cioè l’amore per l’umanità, era associata all’amore di Dio, e questa certezza ispirava un’ospitalità sacra, assoluta, gratuita.
Oggi invece le nostre case sono sovente inaccessibili, le nostre abitazioni piccole e l’ospitalità concreta, vera, quella di chi invita in casa e alla propria tavola, è ormai diventata rara. E pensare che pochi decenni fa, nelle nostre terre, quando c’era un pasto di festa si lasciava sempre una sedia vuota attorno alla tavola, ripetendo: «Se arriva un ospite inatteso, tutto è pronto».

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