Relazioni sociali: Un esasperato bisogno di identità

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Giannino Piana
Rocca n° 10/2019

La questione identitaria è oggi sempre più presente nel dibattito politico e sugli strumenti di opinione pubblica.
A renderla attuale sono una serie di processi di cambiamento della società che rimettono in discussione i tradizionali equilibri e generano una condizione di precarietà e di insicurezza. Si va dai flussi migratori ai mutamenti demografici, dalla crisi ambientale ai nuovi sistemi comunicativi, fino all’impatto della globalizzazione in ambito socio-economico e culturale.
Lo stato di disagio, dovuto all’incidenza di questi fenomeni non solo sul terreno dell’organizzazione della vita associata e degli sviluppi della convivenza civile, ma anche (e soprattutto) a livello della coscienza individuale, provoca il farsi strada di atteggiamenti difensivi dettati dalla paura di mettere a
repentaglio (fino a smarrirla) la propria identità. La presenza di culture altre sul territorio – culture che presentano talora una identità forte ed aggressiva (si pensi a certe frange del mondo islamico) –, la perdita progressiva di consistenza quantitativa della popolazione di origine a causa del declino demografico e dell’estendersi del fenomeno del meticciato, e infine l’avanzare, in termini sempre più accentuati, di un processo di omologazione socioculturale dovuto all’incidenza dei media, sono altrettanti fattori che accentuano la percezione di una costante minaccia all’identità.
Sono queste le ragioni delle reazioni odierne; reazioni che rispolverano antichi fondamentalismi o determinano l’insorgenza di contrapposizioni (talvolta anche violente), che hanno come sbocco l’adesione ai nazionalismi e ai sovranismi e favoriscono lo sviluppo di tendenze xenofobe e razziste, che sfociano nei totalitarismi. Lo mette bene in evidenza Sergio Givone, il quale scrive: «Oggi c’è chi pensa di reagire (alla situazione segnalata, ndr.) affidandosi alla sovranità perduta, contrapponendo all’imperialismo il populismo, ripristinando i confini. Senza rendersi conto che significa evocare quella logica sovranista, nazionalista e identitaria che, sviluppata, porta al totalitarismo» (Il ritorno dei confini. Identità che esclude, in Avvenire, 12 marzo 2019, p. 23).

alla ricerca delle cause

Tra le ragioni di questo esasperato bisogno di identità con l’esclusione dell’altro, un ruolo di prim’ordine va senz’altro ascritto alla cultura individualistica dominante, caratterizzata dalla tendenza a una sempre più spiccata autoreferenzialità dell’io e all’allentamento della tensione relazionale. Ad accentuare questa visione hanno concorso (e tuttora concorrono) gli sviluppi della tecnologia, in particolare nel campo della comunicazione, sollecitando ripiegamenti solipsistici dovuti alla sostituzione dell’incontro diretto con l’altro nella sua fisicità con il rapporto virtuale.
Ma la ricerca delle cause non può arrestarsi a questo punto. In realtà le odierne spinte identitarie non riguardano tanto (o soltanto) il singolo, ma coinvolgono i gruppi di appartenenza, sia di carattere etnico-sociale che culturale e religioso. La difesa dell’identità non è dunque limitata alla sola sfera privata, ma si estende all’appartenenza a forme di comunità legate a tradizioni omogenee destinate a cementare l’unione reciproca. La situazione di disagio ricordata emerge oggi soprattutto a questo livello.
Molti sono stati (e sono) i tentativi di spiegare le dinamiche sottese allo scatenarsi delle reazioni ricordate. Il politologo e filosofo americano di origini giapponesi Francis Fukuyama (l’autore del celebre La fine della storia) nel suo ultimo saggio dal titolo Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet, Torino 2019) spiega l’emergere degli attuali populismi e sovranismi, e più radicalmente di un nuovo «tribalismo» (come egli lo chiama) volto alla difesa di specifiche identità, ricorrendo alla categoria del «risentimento» di fronte al mancato «riconoscimento» della domanda di identità individuale o di gruppo.
L’elusione di questa domanda ha infatti alimentato (e continua ad alimentare) un forte sentimento di rifiuto dell’altro – dal migrante all’islamico fino all’omosessuale (pur essendo diversa la motivazione addotta per le diverse categorie) – da parte di alcuni ceti sociali, le cui istanze non sono debitamente considerate da chi occupa ruoli di governo nell’ambito della società, e che tendono, di conseguenza, ad arroccarsi entro recinti identitari ristretti e autoreferenziali, contribuendo in tal modo a indebolire il tessuto più ampio della partecipazione civile e politica.
Sono queste dunque le ragioni che hanno determinato (e determinano) le conflittualità che vanno inasprendosi all’interno di una società come quella odierna, nella quale si fanno sentire gli effetti di un processo di globalizzazione che si è sviluppato (e si sviluppa) con ritmo accelerato; tale da rendere difficile l’adeguamento delle coscienze e l’assestamento delle relazioni sociali. Il paradosso che viene, di conseguenza, emergendo consiste nel fatto che, mentre si assiste, da un lato sul piano strutturale, all’affermarsi di un universalismo dettato dalla situazione di interdipendenza creata dalla caduta delle distanze fisico-geografiche e all’interscambio della popolazione grazie ai flussi migratori; si accentuano, dall’altro sul piano etnico-sociale e culturale, le tensioni, sia per la rapidità dei cambiamenti in atto, sia (soprattutto) per l’egemonia di un modello culturale – quello americano – che, in forza della pervasività dei mezzi di cui dispone, finisce per fagocitare gli altri modelli, in particolare quelli delle culture più deboli, imponendo la propria visione del mondo.

la ricostruzione di una identità inclusiva

La possibilità di superare l’impasse attuale è legata alla capacità di ricostruire l’identità in senso non escludente ma inclusivo e al ricupero di un rapporto positivo e dinamico tra appartenenza particolare e appartenenza alla comunità politica.
Va detto anzitutto che, tanto a livello individuale che di comunità o di gruppo, non si dà mai una identità univoca ma differenziata e molteplice – ciascuno appartiene infatti, soprattutto in una società complessa come quella in cui viviamo, a diverse realtà mediante le quali si plasma la propria identità –; e, ancora, che l’identità non è un dato statico, ma un fattore soggetto a un continuo cambiamento. Ciò vale non solo per i singoli ma anche per le culture che determinano la loro appartenenza. È quanto rileva Adriano Prosperi, il quale osserva che «la storia moderna dell’Europa non ci pone davanti a una identità e a una permanenza immobile nel tempo come quella di cui ci parlano tanti europeisti che vogliono salvare la nostra identità dalle minacce dell’‘altro’, del migrante che cerca di arrivare sulle nostre rive» (Noi e l’altro. Non sempre l’incontro è stato visto come minaccia alla nostra identità, La Stampa, 25 marzo 2019, p. 35).
Un contributo rilevante per una corretta soluzione della questione identitaria è offerto soprattutto dal filosofo americano Michael Walzer il quale, nel suo noto volume Sfere di giustizia (Laterza 2008), affrontando il tema del disagio attuale, pone l’accento sulla compatibilità (anzi persino la necessità) di appartenenza dell’individuo a comunità di tipo diverso, che si compenetrano o sono tra loro in concorrenza. Inaugurando una sorta di terza via tra le teorie liberali e quelle comunitarie, che si contendono oggi il tentativo di fornire i presupposti di un ordine sociale giusto e pacifico, egli sottolinea con forza l’importanza della comunità, in quanto dato antropologico imprescindibile nella vita degli individui, e rileva come l’appartenenza ad essa, lungi dal costituire un ostacolo all’unità politica e sociale, è piuttosto una condizione fondamentale per il suo perseguimento. Appartenenza comunitaria e cittadinanza politica non sono realtà contrapposte ma mutuamente interagenti che, in quanto tali, devono potersi nutrire reciprocamente.
L’irrigidimento identitario è dunque spesso, per Walzer, la conseguenza del mancato riconoscimento della identità comunitaria a livello politico-istituzionale: il rifiuto di tale riconoscimento non fa che rafforzare il ripiegamento sulla propria identità vissuta in forma di opposizione e in modo escludente.
La cittadinanza affonda allora le proprie radici nel rafforzamento dell’appartenenza comunitaria, e perciò nella edificazione di una identità individuale, che nasce da un rapporto equilibrato con la comunità cui si appartiene. Questa appartenenza, la quale consente la concreta sperimentazione di legami di solidarietà, finisce per rafforzare l’appartenenza politica.

un’identità aperta e dialogica

La questione di fondo è perciò, in ultima analisi, la definizione delle modalità secondo le quali vengono costruendosi le appartenenze comunitarie; o, più radicalmente, la revisione della concezione che si ha della comunità e dell’appartenenza ad essa. Da questo dipende infatti il modo di concepire l’identità, che può essere chiusa e totalizzante, come non raramente avviene, ma anche – e su questo occorre puntare – aperta e dialogica.
La convinzione dell’importanza che hanno le appartenenze culturali nella definizione della personalità di ciascuno non può (e non deve) farci anzitutto dimenticare la nostra comune identità di soggetti umani e la nostra comune appartenenza alla famiglia umana. Le diversità culturali non annullano questa identità, che è condizione fondamentale per istituire un dialogo costruttivo tra le culture. Se infatti, da un lato, è vero – come si è ricordato – che la cultura riveste un significato di prim’ordine nella determinazione dell’identità di ciascuno – non si può scorporare la persona dalla sua appartenenza culturale –, dall’altro, non è meno vero che la cultura non è tutto, che si dà cioè, al di là di essa, un dato metaculturale o transculturale che sta a fondamento della percezione di appartenere a una più ampia comunità di destino.
Il ricupero di questa verità non vale soltanto per la cultura ma anche per la religione, usata talora – purtroppo – come strumento di esclusione e divenuta per questo motivo fonte di conflitto. Esemplare è, a tale riguardo, il magistero di papa Francesco, il quale fa costantemente emergere l’impulso universalistico dell’eredità biblica. Il potenziale trascendente che da tale eredità scaturisce fa del cristianesimo un messaggio che va oltre le culture e che, se proposto correttamente, impedisce una definizione dell’identità una volta per tutte e in una sola direzione.
Ciò che, in definitiva, occorre sviluppare è dunque la capacità di dare vita a identità forti ma aperte e dialogiche, le sole in grado di creare le condizioni per un vero confronto interculturale. A dover essere respinte, in questo quadro, non sono soltanto le identità totalizzanti e chiuse, ma anche quelle deboli e posticce; in ambedue i casi diviene infatti impossibile il dialogo, o per la presunzione di non averne bisogno oppure per il ritrarsi da esso dovuto alla paura di mettere a rischio anche quel poco di identità che ancora si possiede e a cui ci si aggrappa per far valere la propria diversità. Solo dall’adesione a una visione equilibrata dell’identità è allora possibile giungere al superamento tanto della contrapposizione tra culture diverse, quanto della creazione di una società ad arcipelago in cui le diverse culture sono destinate a convivere sullo stesso territorio senza potersi incontrare e confrontare.
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