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Enzo Bianchi: "Dio non delude mai" 2 maggio 2013

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Presentato ieri a Torino, alla presenza di padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, e del filosofo Massimo Cacciari il libro “La sapienza del cuore”, volume con cui Einaudi festeggia i 70 anni di Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose. Una vita segnata, sin dalla gioventù, da scelte radicali come sottolinea lo stesso Enzo Bianchi, intervistato da Amedeo Lomonaco:

R. – Dopo aver fatto un’esperienza presso l’Abbé Pierre a Rouen in Francia, insieme con questi straccioni, ex legionari, alcolizzati con cui viveva e prendendosi cura di loro, io ho capito che il cristianesimo – per me, almeno – non doveva essere tanto un’impresa di far grandi cose in politica o nell’Università, dove ero ormai diretto, ma che poteva essere qualcosa di molto più semplice, anche nascosto. Pensai alla vita monastica e con tutte le forze l’ho perseguita.

D. – Un’altra decisione che ha scandito la sua vita è stata proprio quella di restare monaco, di non diventare sacerdote …

R. – Io sentivo dentro di me di dover restare un semplice fedele. Io credo che abbiamo bisogno di mostrare che anche uno che non fa parte dell’ordine clericale possa tentare di condurre una vita evangelica, una vita cristiana. Ho voluto seguire questa via controcorrente perché il monachesimo è tutto "clericalizzato" e oggi resta essenzialmente seguito da monaci-preti. Ma io volevo tornasse alle origini, a quelle di Pacomio, di Basilio, di Benedetto, quando erano semplici laici che rendevano questo servizio al cuore della Chiesa e per tutta la Chiesa, senza per questo far parte della gerarchia.

D. – E seguendo questa direzione, nel 1965, al termine del Concilio Vaticano II, comincia l’esperienza della Comunità di Bose. Inizialmente, il cammino della comunità ha incontrato ostacoli e resistenze, poi è arrivato il pieno riconoscimento…

R. – Sì, quando all’inizio un ragazzo che si mette a vivere insieme con altri, in campagna, che fa una Liturgia delle Ore già da subito, destava dei sospetti soprattutto perché uno di noi era protestante. Allora, c’è stata una vera incomprensione da parte del vescovo locale nei nostri confronti. Ma la grazia del Signore ha voluto che il cardinale Pellegrino, che veniva dal Concilio e che era un uomo aperto all’ecumenismo e con un’esperienza ecumenica, diventasse egli stesso responsabile della nostra Comunità, permettendoci di crescere, di approfondire le nostre radici. Devo dire che quelle contraddizioni subite per me sono state una grazia: ci hanno insegnato a restare semplici, a restare umili e questo è molto importante. La Chiesa non deve subito approvare nuove forme, deve lasciar passare non solo anni, ma decenni – come nel nostro caso – perché il discernimento va fatto con il tempo, vedendo la perseveranza, la fedeltà di chi apre nuove strade. Non c’è altra via.

D. – E la Comunità di Bose è oggi un affresco orante, incastonato proprio nella vita della Chiesa. Quale modello di Chiesa auspicare, partendo dagli insegnamenti di Papa Francesco?

R. – Io credo che Papa Francesco stia dicendo cose che sono l’essenziale del cristianesimo: una Chiesa più povera, una Chiesa in cui i poveri abbiano il posto, una Chiesa in cui i peccatori si sentano accolti; le periferie del mondo si vedono guardate e amate… Noi abbiamo bisogno di questo cristianesimo semplice, che è quello che ci ha insegnato Gesù nella sua forma di vivere, incontrando tutti per le strade della Galilea, esposto, senza garanzie, senza protezioni, annunciando la buona notizia e spargendo dovunque la fiducia, la fede, la speranza nella vita eterna in Dio. Di questo abbiamo bisogno, e credo che Papa Francesco ci stia dando tutti questi segni e questo ci rallegra il cuore.

D. – Possiamo dire che dopo la "primavera" del Concilio stia aprendo un’altra primavera nella Chiesa?

R. – Sì, io dico questo: sono un cristiano particolarmente fortunato, perché all’inizio avevo 20 anni quando Papa Giovanni e il Concilio hanno aperto una primavera nella Chiesa. Poi c’è stato il momento significativo della traversata del deserto, tormentato, faticoso, in cui si sono approfondite delle cose. Anche questa è stata grazia del Signore. E poi, però, vedere alla fine della mia vita, ormai anziano, un’altra primavera mi fa cantare al Signore un “Magnificat”. Arrivo a dire che muoio con meno tristezza rispetto al non vedere una primavera. Vedere una primavera che si abbozza mi fa morire con meno tristezza, con meno dolore.

D. – Alcuni ideali, sempre più imperanti nella società attuale, possono a volte trasfigurare la vera identità umana. Cosa significa, in realtà, essere uomini?

R. – Essere uomini significa camminare sempre di più con gli altri, in armonia con gli altri, nella giustizia, nella fiducia reciproca. Essere umani significa, alla fin fine, essere cristiani ed essere cristiani significa essere umanissimi. La via cristiana è una via di umanizzazione, anzi, oserei dire la vita sulla quale – anche la storia lo dimostra – l’uomo si è umanizzato di più e ha mostrato la sua capacità di amare. Perché nel cristianesimo l’amore è al centro, perché Dio è amore.

D. – Quale patrimonio si scopre aggiungendo questa sapienza del cuore agli anni che passano?

R. – Si scopre che Dio è fedele, che Dio è fedele e non delude mai, che noi dobbiamo mettere tutta la nostra fiducia in Lui. Da Lui solo possiamo sperare davvero di andare al di là della morte. Questa è la mia speranza ora: al di là della morte, ci sarà Lui che mi abbraccia e abbraccerà tutti quelli che sono stati con me, che hanno attraversato la mia vita. Questo lo spero. Per questo prego.


Testo proveniente dal sito Radio Vaticana 
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