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Bruni - 21 ottobre 2012 XXIX Tempo Ordinario

Giancarlo Bruni,  appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.


Letture: 
Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45.
«Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti»

1. Giacomo e Giovanni nella loro richiesta a Gesù: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra», prospettano per il Messia un destino di gloria, re di Israele, nonostante avesse appena proclamato il terzo annuncio della sua passione (Mc 10,32-34).
Destino a cui desiderano essere associati con ruoli primari, quelli che danno lustro, il desiderio dell’arrivare a posti di comando proprio anche agli altri Dieci (Mc 10,41). Tutti assimilati e soggetti alla logica dell’istinto di potenza, la molla che induce a competere per il governo delle nazione dominandole e opprimendole (Mc 10,42). Una logica perversa per frutti perversi, la riduzione a massa gregaria di folle mai divenute popolo e mai fatte volere divenire popolo, una logica agli antipodi da quella data da Dio a chi esercita il compito di governatore, ministro del diritto, della giustizia e della pace a partire dai meno garantiti.

2. «Tra voi però non è così», il corretto pensarsi e collocarsi di chiunque detenga un ufficio o svolga un compito, e nella Chiesa nessuno ne è privo, sia il sapersi servo accovacciato ai piedi dell’altro, schiavo libero interamente dedito, fino al dono di sé, alla sua uscita dalle oppressioni che lo sovrastano (Mc 10,43-44). Questa è grandezza, nobiltà, e questa è la risposta di Gesù ai due, ai Dodici e alle Chiese di ogni luogo e tempo, in definitiva a ogni uomo, un ribaltamento di logica e di comportamento che ha in lui il suo fondamento e il suo modello esemplare: «Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). Questa affermazione costituisce un passaggio decisivo dello scritto di Marco: conclude un cammino, precede l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, spiega il senso di quello che sta per accadervi, e più in generale l’intero senso di una vita, e scolpisce linguisticamente l’identità di Gesù, il suo perché e il come. Gesù è il Figlio dell’uomo evocato da Ezechiele, cioè un profeta colmo di Spirito (Ez 2,1s) inviato a un popolo che ha occhi per vedere e non vede e orecchi per udire e non ode (Ez 12,2s). Gesù è il Figlio dell’uomo nella linea del Servo di Jhwh isaiano (Is 52,13-53,12), non un potente dominatore ma un solidale con la moltitudine delle genti in forma debole, appassionata e non seduttrice. Gesù è il Figlio dell’uomo evocato da Daniele e dalla letteratura apocalittica, il veniente dall’alto a compiere l’opera di Dio per poi, subita violenza, ritornare a Dio per ridiscendere quale giudice finale. Indicazioni sommarie di come Gesù si è fatto cogliere dalla Chiesa delle origini, una intelligenza riassunta nel titolo «Figlio dell’uomo»: il profeta «al di sopra di tutti», Messia e Figlio (Mc1,1; 8,29; 15,39), è apparso nella forma dell’ «al di sotto di tutti», servo, come dedizione senza clausole a tutti, il dare la sua vita in riscatto per molti, cioè a favore della moltitudine delle genti, di tutti perché Dio vuole che tutti siano salvi (1 Tm 2,4-6). L’identità di Gesù, il suo perché e il suo come sono posti. In lui Dio è svelato come dono di sé all’uomo, nella consapevolezza che solo un amore gratuito è forza capace di sradicare l’uomo dai suoi soggiorni nell’ombra del male e della morte.

3. La conclusione è scontata e sta nelle parole di Gesù a Giacomo e Giovanni: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete; e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» (Mc 10,39), ove calice equivale a bere sofferenza e battesimo a esserne immersi fino al martirio. I discepoli chiamati da Gesù a stare e a camminare con lui lo sono fino a condividerne la sorte sorretti dalla sua stessa ragione di vita: la vita è stata data non per dominare sugli altri ma per essere donata non solo a chi è caro ma a coloro stessi che la tolgono covando nei loro confronti un amore fino all’ultimo respiro, fino all’ultima parola. Nel dono di sé fino alla croce sta la realizzazione di sé, e Giacomo e Giovanni dovranno ancora apprendere che cosa significa stare alla destra e alla sinistra di Gesù: «Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra» (Mc 15,27). Significa leggere in quel crocifisso l’amore del Padre che si è fatto malfattore con i malfattori per riscattarli attraverso il dono della sua stessa vita.

Fonte: toscanaoggi

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