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La parola della domenica 3 Giugno 2012 (Casati)

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Dt 4,32-34.39-40
Rm 8,14-17
Mt 28,16-20

C'è un monte da cui contemplare, quello della Galilea. Il monte da cui contemplare il mistero della Trinità. Monte di Galilea: là aveva dato loro l'appuntamento.
"Andate e riferite ai miei fratelli che devono andarsene verso la Galilea". E là vanno, secondo il comando, "sul monte che Gesù aveva loro fissato". Perché sul monte? Forse perché il monte nella Bibbia è il luogo dello svelamento di Dio: ci sono meno barriere, lo sguardo spazia, l'aria è trasparente. Così si va da un monte all'altro nel Primo e nel Secondo Testamento. Nel Secondo il monte delle beatitudini, il monte della Trasfigurazione, il monte della crocifissione, il monte delle ultime parole, quasi un mandato: "Andate... fate miei discepoli tutti i popoli". E le parole - voi mi capite - sono grandi, ma attenzione a non lasciarci ingannare, quasi fossimo in una coreografia grande, di gloria, di parate, che so io, militari, scenografie potenti. Non siamo a Gerusalemme, la capitale, siamo in una terra poco ortodossa, la Galilea. Non ci sono folle sul monte, c'è un piccolo gruppo, undici persone ininfluenti per la società... per di più dubitanti. Alcuni codici hanno aggiunto in questo brano di Matteo il gesto dell'adorazione: "si prostrarono dinanzi a lui", ma i manoscritti migliori non riportano il gesto dell'adorazione, riferiscono solo dei dubbi: "ma essi dubitavano". Le grandi parole, il racconto di Dio, del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, le grandi parole di Dio vengono affidate alla pochezza di undici, pochezza del numero, pochezza della qualità della fede: dubitavano. E mi sono chiesto se tutto questo fosse un caso, semplicemente un caso o se non ci fosse un disegno, una motivazione profonda. E mi è sembrato di coglierla in questo: il mistero della Trinità, affidato agli illuminati, ai mostri di intelligenza e di perfezione, sarebbe diventato, in mano loro, una verità, frutto di elucubrazioni, sarebbe diventato un parto della loro intelligenza. E invece gli undici, in terra di Galilea, dubitanti, sentono, avvertono nelle parole di Gesù un mistero, su cui è impossibile per loro mettere le mani, è una soglia, niente più che una soglia da cui intravedere, si sentono piccoli piccoli sul monte, piccoli e abbracciati dall'immensità del mistero. Abbracciati dall'immenso. Ho usato l'espressione "abbracciati dal mistero" perché mi sembra possa in qualche modo evocare il paradosso, il paradosso della Trinità, dove il mistero è immenso eppure vicino, dove la trascendenza di Dio non è lontana, non è fredda, non incute timore, dove i nomi sono Padre, Figlio, Spirito. Noi - perdonatemi - abbiamo fatto l'abitudine a dire Padre, Figlio, Spirito Santo e quasi più non ci stupisce che Dio abbia usato i nostri nomi per raccontare di sé, per raccontare del mistero che lo fa vivere. Più non ci prende l'emozione che abbia usato questi nomi: padre, figlio, spirito. Anzi - dirò una cosa che a qualcuno sembrerà ancor più grave - quei nomi: padre, figlio, spirito santo, li abbiamo scritti con la maiuscola e a volte - perdonatemi - c'è rimasto poco dell'emozione del padre, del figlio, dello spirito. L'emozione dei volti che fanno la Trinità. Sono parole che abbracciano, ma ecco che, riferite alla Trinità, nell'immaginario dei nostri catechismi hanno finito, sì, hanno finito di abbracciare. E invece no. Il racconto della Trinità è racconto per dire che Dio ci ha fatto a sua immagine, che Dio ha parlato dal fuoco, che ha liberato il suo popolo, che ci ha parlato e liberato nel Figlio, che ci ha fatto dono del suo Spirito. Guai, guai se irrigidissimo la formula "Padre, Figlio, Spirito Santo", se non la lasciassimo lievitare. "Dio" - scrive una teologa - "è Padre accogliente, ma anche Madre che nutre; è sposa da amare, ma anche Sapienza che invita al banchetto, che chiama alla libertà. Dio è anche casa, patria, seno, utero, abisso... così come ci dicono i mistici e le mistiche di tutti i tempi" (Adriana Valeria). E dunque - pensate la bellezza - a noi è dato di sperimentare Dio, la Trinità dentro e non fuori, dentro questi nomi e altri, che ora abbiamo evocato. Dentro diversità che non siano autonomie impazzite, dentro comunioni di vita che non siano soffocamento dell'altro, dentro relazioni che siano abbraccio e riconoscimento dell'altro. A immagine della Trinità.
Fonte:sullasoglia
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