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La parola della domenica 13 Maggio 2012 (Casati)

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At.10,25-27.34-35.44-48
1 Gv 4,7-10
Gv 15,9-17

Queste parole, le parole di Gesù che oggi abbiamo ascoltato, sono per la nostra gioia. Sono dunque parole da ripercorrere con un certo riguardo, se ne va della nostra gioia.
"Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". E già questo è bello pensare, pensare e ricordare: che la gioia dell'uomo, la gioia della donna, la mia gioia, la tua gioia sia in cima ai pensieri di Dio. La nostra gioia è la sua passione, la sua volontà. Non la sofferenza dei figli: se i figli soffrono, lui, il Signore, soffre con loro. E il segreto della gioia, quella gioia piena che tutti noi andiamo inseguendo, il segreto è, per Gesù, legato all'amore. "Se rimanete nel mio amore....". Forse ci diventa più chiara e anche più concreta l'immagine della scorsa domenica, l'immagine della vite. C'è questa equazione: rimanere nella vite significa rimanere nell'amore. E mi colpisce questo verbo importante nel vangelo di Giovanni "rimanere", voi mi capite, l'amore non come una cosa da conquistare, da raggiungere chissà dove, chissà quando, chissà come. No, l'invito è a rimanere: c'è l'amore -se mai il problema è di accorgerci- c'è l'amore. E tu non scappare lontano, no, rimani. Rimanete nell'amore. Parlavo con un poeta, in questi giorni al telefono. Mi era sfuggita la parola "ricerca di Dio". E lui a dirmi lo stupore che ti prende quando, rovesciata la prospettiva, ti accorgi che lui, Dio, è venuto in cerca di te. I suoi passi, più che i nostri passi, prima dei nostri passi. L'importante allora è ascoltare i passi, l'importante è vedere, importante è l'accorgerci. Oggi Giovanni nella lettera ci ha ricordato: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma lui ha amato noi e ha mandato suo Figlio....". Ascoltare i passi. È una cosa, è una verità che spesso scordiamo -anche a livello ecclesiale-. Di qui tutta la nostra enfasi, prosopopea sull'andare a portare Dio, a portare l'amore. Salvo poi accorgerci -se ci rimangono occhi per vedere e orecchi e cuore per ascoltare- salvo poi accorgerci come Pietro, nel disincanto di Pietro, che lo Spirito ci ha preceduti: prima di dare il sacramento nelle case, lo Spirito l'aveva preceduto. I passi dell'amore sono i passi di Dio, e sono prima dei nostri. E i nostri trovano linfa e modello nell'amore di Dio che si è svelato lungo i tempi, fino alla pienezza in Gesù di Nazaret e dunque ecco il comandamento: "Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati". Come? "Come io....". A volte sbagliamo il modello. Amarti come? Come tu mi ami. E se tu mi ami di meno? Sarò in diritto di amarti di meno. Si finisce in un gioco pericoloso. "Come io vi ho": diceva e dice oggi Gesù. Fa memoria di lui. Gli altri modelli più consumati non reggono. Fa memoria nel tuo cuore di come lui, Gesù, ci ha amati. S. Giovanni, nel brano che oggi abbiamo ascoltato, ci ha ricordato tratti inconfondibili dell'amore di Gesù. Solo pochi accenni. Un tratto -lo abbiamo già ricordato- è il "primo passo". A chi tocca, a chi tocca il primo passo? Dio ha deciso che il primo passo tocca a lui. E dunque amare come lui vuol dire fare il primo passo. Come lui vuol dire anche resuscitare la parola "amico": non vi chiamo più servi, perché il servo non sa che cosa fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Amare come Gesù vuol dire allora non chiamare gli altri servi, non far vivere loro un rapporto di dipendenza, non trattarli come esecutori di ordini, ma risuscitare la parola "amico" che allude alla libertà dell'amicizia, alla fiducia reciproca, alla trasparenza che condivide il segreto. Ho detto risuscitare la parola "amico", perché in ambito ecclesiale -posso sbagliarmi- non mi sembra questa la parola predominante, predomina la figura del superiore, di chi dipende, c'è chi comanda e chi ubbidisce. Anzi suonerebbe quasi poco dignitoso usare la parola "amico". Eppure è la parola che Gesù ha usato. "Amatevi come io vi ho amato" vuol dire anche questo: chiamare l'altro amico e non più servo.
Fonte:sullasoglia
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